Distaccandosi dai modelli oggi più comuni nell'ambito delle neuroscienze e della filosofia della mente, Giorgio Vallortigara avanza la tesi originale che le forme basilari dell'attività cognitiva non abbiano bisogno di grandi cervelli, e che il surplus neurologico che si osserva in alcuni animali, tra cui gli esseri umani, sia al servizio dei magazzini di memoria e non dei processi del pensiero o della coscienza. Il substrato più plausibile per l'insorgere di quest'ultima va piuttosto ricercato in una caratteristica essenziale delle cellule, la capacità di sentire. Una capacità che si sarebbe manifestata per la prima volta quando, con l'acquisizione del movimento volontario, gli organismi elementari hanno avvertito la necessità di distinguere tra la stimolazione prodotta dalla propria attività e quella procurata dal mondo esterno, l'altro da sé. L'esistenza di un minimo comune denominatore tra noi e le forme di vita più umili ci allontana una volta di più dal concetto cartesiano dell'animale-macchina – e solleva interrogativi etici ai quali non potremo a lungo sottrarci.
È professore ordinario di neuroscienze del Center for Mind/Brain Sciences dell'Università di Trento. È anche Adjunct Professor presso la School of Biological, Biomedical and Molecular Sciences dell'Università del New England, in Australia. È autore di più di 170 articoli scientifici su riviste internazionali (con oltre 3000 citazioni) e di alcuni libri a carattere divulgativo. È nell'editorial board delle riviste scientifiche internazionali. Nel 2011 ha ottenuto uno dei prestigiosi ERC Advanced Research Grant della Comunità Europea, e poi di nuovo un secondo nel 2019. Nel 2016 ha ottenuto il Premio internazionale Geoffroy Saint Hilaire per l’etologia e una laurea honoris causa dall’Università della Ruhr, in Germania. È socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti e Fellow della Royal Society of Biology. Oltre alla ricerca scientifica svolge un’intensa attività di divulgazione, collaborando con le pagine culturali di varie testate giornalistiche e riviste, quali il Sole 24 Ore e Le Scienze.
Ho impiegato parecchio tempo a concludere questo libro, sebbene possieda un modico numero di pagine; questo perché sarebbe un peccato, nonché uno spreco di tempo, leggerlo in maniera superficiale date le minuziose descrizioni che lo scrittore fornisce. Con un approccio scorrevole, coinvolgente e stimolante, Giorgio Vallortigara esplica in maniera fluida e chiara il suo pensiero riguardante il comportamento animale, attraverso una serie di considerazioni, studi e nozioni scientifiche che, capitolo dopo capitolo, spingono il lettore a voler comprendere sempre di più i misteri legati ai temi della percezione e della coscienza negli insetti. Inoltre, la cura nel precisare sempre il significato di termini e aspetti più tecnici, ripetendo anche più volte quei concetti che potrebbero risultare complessi agli occhi di chi da poco si è approciato all’entomologia, ne facilita notevolmente la comprensione a un vasto pubblico. Molto gradite anche le citazioni e gli aforismi di noti letterati, poeti e filosofi che introducono e anticipano l’argomento di ogni capitolo. Consiglio caldamente la lettura a chiunque voglia approfondire le proprie conoscenze sugli insetti e a tutti coloro che provano fascinazione per le indagini sulla coscienza e i segreti della mente.
Un tentativo (quasi) riuscito di rendere accessibile un argomento estremamente ostico come quello della coscienza. Come la definiamo? È una prerogativa umana ? La possiamo rapportare alle dimensioni del cervello o dei neuroni ? La lettura e la comprensione di certi capitoli richiedono un livello di concentrazione e di conoscenza scientifica ben oltre la media. Insomma , non un libro facile, tant’è che mi riprometto di leggerlo di nuovo tra qualche mese
Questo libro, concisamente scritto, è stato una piccola ma apprezzata sorpresa. Tratta in maniera decisa ed elegante i temi dell'origine dell'esperienza cosciente attingendo a vari studi condotti nei più disparati organismi per poi delineare un quadro coerente. Colma secondo me i vuoti lasciati in parte dal libro Metazoa di Godfrey-Smith, il quale invece si proietta più sulle dinamiche ritmiche nei cervelli. Consigliato.
Per chi non ha una formazione prettamente scientifica è difficile - talvolta - seguire il percorso tracciato dall'autore. Ma al netto di ciò si tratta sicuramente di un percorso interessante che mette al centro il problema della definizione, in termini tutt'altro che filosofici, della coscienza. Ho apprezzato molto le citazioni letterarie in esergo ad ogni capitolo.
Un libro interessante che si interroga sulla nascita della coscienza nel mondo animale. Da cosa dipende? Quando nasce? Come funziona l'unità minima della consapevolezza del sé a livello biologico? Un bel viaggio, breve e denso, nelle menti di alcuni animali, per lo più insetti, per scoprirlo
La prospettiva minimalista che attribuisce la coscienza alla capacità di sentire anziché alla mera abbondanza di neuroni, smantella il dogma dell’animale come macchina istintiva e apre nuove frontiere etiche sulla sensibilità delle forme di vita diverse dalla nostra
Interessante ipotesi sulla struttura neurologica che genera la coscienza: questa non sarebbe prerogativa di esseri viventi con un cervello complesso, bensì deriverebbe da un processo analogo a quello che serve per muoversi.
Servono davvero grandi cervelli come i nostri per sviluppare la coscienza? Questo libro smonta molte idee sbagliate sul cervello e lascia spesso a bocca aperta
Molto denso di contenuti ma comunque una lettera scorrevole che permette di scoprire molte meraviglie sugli insetti e insinua molte domande su cosa sia la coscienza
Tra i migliori libri della collana Animalia di Adelphi. Centrato sulla ricerca scientifica (con poco o nullo filosofeggiare o aneliti panteistici) e la comprensione della coscienza, nelle sue molteplici sfaccettature che vanno dalla basilare distinzione tra sé e l'esterno, fino al livello estremo del genere Homo capace del pensiero astratto. Tra i punti interessanti quello che descrive il movimento come la causa prima della comparsa (e necessità) di un centro di elaborazione come il cervello come esemplifica il caso della ascidia che lo perde quando passa da larva (mobile) ad adulto (sessile). Percezione vs. sensazione: due funzioni nate insieme e solo in seguito differenziatesi. Ma non solo differenza semantica visto che (come la vista cieca dimostra) è possibile avere percezione senza sensazione cosciente il che dimostra quanto sia semplicistica l'asserzione di molti animalisti/panteisti che visto che molti animali (anche i pesci, insetti, etc) analizzano l'ambiente allora sono per definizione senzienti. O meglio c'è differenza tra essere senzienti nel senso di "percepire l'ambiente, distinguere il sé da resto, e attivare risposte adeguate" ed essere senzienti nel senso più complesso del termine cioè essere consapevole di sé stessi e avere un pensiero astratto. Altro tassello importante l'analisi comparativa delle capacità analitiche delle api vs. primati, pur con cervelli nettamente meno complessi: la capacità analitica necessita di "pochi" neuroni e il vero plus è la capacità di archiviazione? Si e no, visto che le dimensioni non sono predittive di alcune funzioni. Un utile compendio alla comprensione viene dalla lettura di libri dedicati ai polpi in cui esiste sia un sistema di controllo centrale che periferici del tutto autonomi (le "braccia") di cui spesso il polpo "centrale" non ha esperienza. La stessa via del dolore sembra essersi evoluta solo in organismi con aspettative di vita lunga in quanto il dolore serve unicamente ad evitare danni ulteriori e di lungo termine e favorire la guarigione. Il dolore se non utilizzabile per "guarire" diventa sensazione "inutile" e come tale non fornisce infatti alcun vantaggio selettivo, anzi (una farfalla che vive meno di 24h ha come unisco scopo accoppiarsi, per cui anche la perdita di zampe, antenne etc NON può e NON deve a causa di una sensazione impedire che l'atto si compia). Tra i concetti principali presentati quello della reafferenza che oltre ad essere una delle possibili spiegazioni della schizofrenia, è un perno nella distinzione sé/esterno e anche essa si è evoluta quando l'animale ha iniziato a muoversi e ha avuto la necessità di distinguere tra il movimento dell'ambiente e quello che il proprio movimento induceva come riflesso Non per tutti ma il linguaggio è chiaro ed alla portata di tutti.