Un destino è un destino
È un buon libro, si legge con semplicità. Prima a distanza, poi sempre più coinvolti. Non c'è alcun dubbio che Veronesi conosca molto bene l'arte di progettare un'opera di successo. Attraverso la professione della scrittura o la scrittura di professione, compone per il lettore una narrazione estremamente equilibrata e simbolicamente appassionata. A tratti precipita nel cinismo, poi si fa lieve tramite l'interpretazione e l'ironia, lavora e imprime e sbalza ottimamente forme e strutture tradizionali e sperimentali su un modello antropologico e psicologico, nel quale la concezione narcisista risulta fondativa per la costruzione del testo. Ma forse ho un dissenso soggettivo, commentare questo racconto mi mette di fronte a una complessità; da avversario dello storytelling, non sono stato capace di emozionarmi: i libri edificanti spesso mi annoiano e ancora di più ho in antipatia le cose pop (al riguardo, per me tanta psicoanalisi, e invece sul romanzo, fior di critici e scrittori manifestano legittimo e indubitabile entusiasmo). In Veronesi si narra la storia di Marco, situata in una guerra feroce tra verità e libertà, secondo lo stile parlato di un ostentato virtuosismo. Il lettore è temporalmente accompagnato tra il solito amore impossibile, l'infinità di tragedie personali che non possono non commuovere, la fine della vita come dignità ultima, il tema del suicidio con annesso artificio letterario, l'andamento odiosamente tenero, e poi sempre il lettore non può non apprezzare il bel mondo della tradizione “borghese”, valoriale e magistrale: le località eleganti, gli sport elitari, i disturbi della crescita, il pensiero alla moda, la resilienza fatta oggetto di narrazione, con legittima bibliografia di debiti culturali. Per Veronesi è particolarmente importante la filosofia dello sguardo; l'essenza estetica e visiva delle cose ha una centralità che svela sia i significati nascosti nelle cose, sia la realtà a specchio delle emozioni umane, le cose osservate, le conseguenze interiori (l'occhio dantesco degli invidiosi), l'uomo nuovo per il quale io sono ciò che vedo. Sembra che l'autore affidi il mondo del suo protagonista alla negazione e alla sottrazione, al trattenere gli altri, al dolore definitivo di affrontare ogni cosa nell'immanenza dell'io. Ecco, questo lavoro è una ricerca di un Io. Sopra ogni altra possibilità, c'è l'eroe che supera ogni prova: abbandonato dalla moglie mentalmente malata, privato dell'amore genitoriale e filiale, infine destinato a lasciare il mondo in modo eroico. Ma è letterario tutto ciò? O è un gioco sul nostro èthos umano? Veronesi ha una sua risposta, e la concede con fierezza: rende struggente ciò che è intimo, e infine punta tutto sulla rinuncia a ciò che è ricco e terreno come rimedio alla disperazione, ma non prima di aver indicato nella celebrità e nella affermazione l'unica aspirazione e speranza immaginabile, nella ricchezza l'unica risorsa per cambiare il mondo. Insomma, c'è un ragionare elegiaco sulle relazioni umane, fragili e incoscienti, e l'autore spontaneamente nutre il lettore di sentimentalismo e ricercatezza retorica; di nuovo, l'autore espone lo sviluppo degli eventi come già risolti (in quanto pensati, disegnati, creati), descrive una condizione consapevole e casuale e fatta di consistenti scelte e coincidenze, senza indagare le contraddizioni e i conflitti delle ambivalenze esistenziali, la realtà irredimibile del non essere, l'insondabile natura del nucleo crudele della vitalità. Vivere per vivere e morire per morire; quindi, scrivere per scrivere, non scrivere per piacere. Infine, concludendo, una lettura che ho apprezzato ma al tempo stesso mi ha illuso, a causa del mio carattere perturbato, una scrittura che sembra esprimere un alto grado di purezza, spiritualità e inclinazione alla vita, ma non oltrepassa la soglia dell'esperto estro e della costruita perseveranza.
“A partire da quell'esperienza, però, la sua vita ha sempre continuato a srotolarsi allo stesso modo: stando ferma per anni mentre quelle degli altri andavano avanti, e poi di colpo eruttando in un improvviso evento eccezionale che lo sbalzava in un altrove nuovo e sconosciuto. Quasi sempre quella transizione produceva dolore e la domanda che ha cominciato a minacciarlo, allora, col suo carico di rabbia e vittimismo, è: perché proprio io, perché proprio a me?”