«Ci vorrebbe un secondo Lask» – scriveva Horkheimer ad Adorno, durante la gestazione della Dialettica dell'Illuminismo. Pubblicata nel 1911, La logica della filosofia e la dottrina delle categorie, l’opera principale di Emil Lask, rappresentò il tentativo estremo di riscrivere la logica trascendentale kantiana raccogliendo insieme la domanda sull'origine del logos ereditata dalla Deutsche Bewegung e la rinascita della logica formale che in quegli stessi anni impegnava Husserl, alle prese con il lascito di Bolzano. Ne scaturì una teoria dell'oggetto logico, al cui centro Lask mise la scomposizione della categoria in forma e materia, nella quale gli pareva si riflettesse l'originaria frattura che taglia tutto il pensabile: quella tra ciò che è e ciò che non è. Riconoscendosi sulla linea ideale che da Plotino avrebbe condotto a Kant e ripensando così l'intera vicenda della filosofia come una storia della dottrina delle categorie, Lask maturava l'inevitabile esodo dal criticismo tedesco d'inizio Novecento e alimentava indirettamente la reazione neodialettica, poi ampiamente diffusasi nei decenni successivi. Opera complessa, talora oscura e ricca di invenzioni lessicali che avrebbero trasformato il vocabolario filosofico di un'intera epoca, La logica della filosofia fu consumata dalle letture di Heidegger e Lukács, dell'ultimo Rickert e di Adorno, ma anche di alcuni dei maggiori esponenti della Scuola di Kyōto. Negli ultimi decenni è in corso una vera e propria sua riscoperta nel tentativo di elaborare l'ipotesi di un empirismo minimo, o con l'auspicio di trovarvi sponda per una rinnovata domanda sulla realtà, o solo per verificare la possibilità di una critica del puro logos.