Chi parla, soprattutto se da posizioni di autorità o in contesti istituzionali, ha una pesante responsabilità: ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto, sposta un po’ più in là i confini di ciò che viene considerato normale, assodato, legittimo. E cambiare i limiti di ciò che può essere detto cambia allo stesso tempo i limiti di ciò che può essere fatto: ci abituiamo a una mancanza di attenzione e vigilanza sulle parole, che rende più accettabile la mancanza di vigilanza sulle azioni. Il silenzio, l’indifferenza o la superficialità con cui spesso accogliamo gli usi offensivi di altri corrono il rischio di trasformarsi in consenso, approvazione, legittimazione – e muta noi in complici e conniventi. Così il libro indaga una delle declinazioni più interessanti del tema della violenza: quello che è diventato comune chiamare hate speech (‘linguaggio d’odio’ o ‘discorso d’odio’). Con questo termine si indicano espressioni e frasi che comunicano derisione, disprezzo e ostilità verso gruppi sociali e verso individui in virtù della loro mera appartenenza a un gruppo; le categorie bersaglio dei discorsi d’odio vengono identificate sulla base di tratti sociali come etnia, religione, genere, orientamento sessuale, (dis)abilità. Lo hate speech raccoglie usi discorsivi estremamente vari: dalla propaganda nazista alle leggi sull’apartheid, dal discorso ideologico di certe formazioni politiche fino agli esempi quotidiani di linguaggio d’odio divenuti ormai tristemente frequenti. Un tema diventato ancor più d’attualità con il diffondersi dei nuovi media: commenti sessisti, insulti razzisti e attacchi omofobici hanno trovato un ambiente ideale per esprimersi online, dove spesso mancano mediazioni, filtri o (auto)censure.
È un libro veramente interessante per quanto un po' ostico per i non addetti ai lavori.(è praticamente un saggio di linguistica nell'ambito dell'hate speech).Nonostante ciò, mi ha appassionato molto e l'ho letto tutto d'un fiato. Ci fa capire davvero cosa significa che "le parole sono pietre".
“Hate speech – il lato oscuro del linguaggio” è un saggio della professoressa di filosofia del linguaggio Claudia Bianchi, che tratta il tema del linguaggio d’odio e del potere delle parole. L’autrice apre la sua opera con una parte introduttiva riguardante la linguistica, un po’ tecnica, ma effettivamente utile per comprendere il resto delle pagine. Prosegue poi parlando di distorsione, quel fenomeno per cui le parole proferite da membri di gruppi discriminati vengono interpretate diversamente rispetto a come le avrebbe volute intendere il parlante, e di riduzione al silenzio, ovvero dei casi in cui queste parole perdono del tutto il loro potere. Tratta poi il tema degli epiteti denigratori e della loro recezione da parte degli astanti, e infine conclude proponendo diverse strategie utili a contrastare il linguaggio d’odio. Oltre ad offrire molti spunti interessanti, questo saggio è riuscito a dare concretezza e ordine a pensieri e tesi che avevo già sviluppato. A mio parere tale effetto è molto importante, e complementare alle soluzioni proposte da Bianchi nell’ultimo capitolo. Perché nel momento della discussione è fondamentale saper sostenere con forza le proprie idee, dimostrare all’avversario che ne sappiamo più di lui, che c’è dello studio dietro alle proprie tesi. E questo conferisce un grande potere all’interno di dibattiti che si svolgono non con persone pregiudizievoli e ignoranti, ma con avversari attenti e preparati. In uno dei capitoli, Bianchi spiega che l’uso di epiteti denigratori costituisce un atto verdettivo, ovvero un giudizio rivolto all’ascoltatore: in generale, per compiere questi atti, è necessario possedere un’autorità, altrimenti l’atto fallisce. Per esempio, se un giudice stabilisce che l’imputato è colpevole, allora esso risulta colpevole, inizia ad essere considerato come tale; ma se è un membro del pubblico a farlo, il suo giudizio risulta totalmente inutile. Eppure, chiunque può utilizzare epiteti denigratori, giudicando una persona e tutta la minoranza di cui fa parte come inferiore, e permettendo ad altri di giudicare a loro volta, o peggio di compiere azioni su questi individui. Com’è possibile che il loro atto verdettivo si realizzi nonostante l’assenza di autorità? Bianchi spiega che effettivamente questi individui acquisiscono un’autorità momentanea nel momento in cui nessun’altra persona presente ribatte. È come se, in un gruppo disperso su un’isola deserta, un individuo senza nessuna autorità iniziasse a dare ordini di prendere legna o acqua: se le altre persone lo ascoltano e non ribattono, allora quell’individuo assume una forma effettiva di autorità. Proprio per questo è importante, se possibile, intervenire e non restare in silenzio di fronte ad atti di discriminazione linguistica, perché in certe situazioni abbiamo il potere di togliere potere al parlante. Questo è un esempio delle modalità con cui l’autrice fa chiarezza sulle modalità con cui il linguaggio agisce, proponendo però anche soluzioni concrete e motivate. Bianchi, inoltre, propone moltissimi esempi per rendere più chiare le sue spiegazioni, e questo permette al lettore di comprendere e assorbire meglio i concetti trattati. Ci sono state alcune caratteristiche che non mi hanno fatto apprezzare appieno il libro, prima fra tutte l’eccessiva tecnicità: nella maggior parte dei casi questo aspetto non è risultato fastidioso (la teoria degli atti linguistici su cui si basa l’intero saggio è molto interessante e tutti gli aspetti tecnici in realtà sono molto ben spiegati), però talvolta l’autrice si addentra troppo, soprattutto nell’evidenziare ogni volta chi sia l’autore della tal teoria, chi l’abbia criticata, chi ne abbia proposta una diversa, insomma secondo me tutti questi nomi sono un po’ inutili e potevano restare relegati nella bibliografia. Inoltre, per quanto tutta la parte riguardante la pornografia sia stata interessante, ha occupato a mio parere un po’ troppo spazio, mi sarebbe piaciuto se si fosse parlato di riduzione al silenzio anche in altre forme e modalità. Infine, ho personalmente faticato un po’ per trovare il giusto ritmo con cui affrontare questo saggio: ha le potenzialità per essere letto molto velocemente, ma probabilmente rimarrebbe davvero poco di ciò che si è letto; d’altra parte, nel tentativo di assorbire meglio i concetti, ho finito per dilatare troppo la lettura. Forse sarebbero stati utili dei riepiloghi grafici e schematizzati alla fine di ogni capitolo. Complessivamente però è stata una lettura stimolante, la consiglio vivamente a tutte le persone interessate a queste tematiche.
"Fra i nostri diritti abbiamo anche quello di essere chiamati con i nostri nomi - con i nomi che scegliamo, compreso il diritto di riprenderci nomi che sono stati scagliati contro di noi come pietre. Abbiamo il diritto di definire noi stessi, di definire le nostre esperienze e le nostre identità. Abbiamo il diritto di raccontare la nostra storia."