Basta un una canzone di cinquant’anni fa, un film ambientato a metà dell’Ottocento, una battuta di oggi – eccola che arriva, l’indignazione di giornata, passatempo mondiale, monopolizzatrice delle conversazioni e degli umori. Ogni mattina l’essere umano contemporaneo si sveglia e sa che, al mercato degli scandali passeggeri, troverà un offeso fresco di giornata, una nuova angolazione filosofica del diritto alla suscettibilità, un Robespierre della settimana. La morte del contesto, il prepotente feticismo della fragilità, per cui «poverino» è diventato l’unico approccio concesso, e l’epistemologia identitaria, per cui l’appartenenza prevale su qualunque curriculum di studioso, sono solo alcuni tra i fenomeni più evidenti e dirompenti degli ultimi anni, con effetti pericolosi e grotteschi che in altri secoli erano occasionale damnatio memoriae e ora sono quotidiana cancel culture. Guia Soncini si interroga sulle origini di quest’eterno presente in cui tutto ciò che non ci rispecchia alla perfezione sembra una violazione della nostra identità. Ricorda le opere che avevano previsto la dittatura del perbenismo, dal solito Orwell al romanzo di Philip Roth La macchia umana, «la matrice di tutti i disastri d’incomprensione e suscettibilità»; contesta il ruolo dei social come amplificatori di dissenso e indignazione; individua alcune preoccupanti implicazioni se a sinistra si perde la capacità di non considerare la fine del mondo ogni parola sbagliata, che ne sarà della libertà d’espressione? Rimarrà solo alla destra lo spazio per dire di tutto, e non passare le giornate a sentirsi feriti da ogni maleducazione?È ora di ricostruire come siamo arrivati fin qui. Al diritto di offenderci, al dovere di indignarci.
Guia Soncini ha iniziato lavorando dietro le quinte della tv e davanti ai microfoni della radio, e ha scritto di tutto: oroscopi televisivi, editoriali politici, ma anche un film con Belén. Commenta l'attualità e il costume, e gli uomini e le donne e le loro relazioni, su un sacco di giornali, ma soprattutto su la Repubblica e Gioia. Il suo primo libro è stato Elementi di capitalismo amoroso (2008). Nel 2012 il suo Come salvarsi il girovita è stato uno dei primi eBook self-published ad arrivare al primo posto nella classifica di vendite di Amazon. Nel 2013, con I mariti delle altre ha vinto il Premio Forte dei Marmi per la satira.
Premesso che io la Soncini non l’ho mai sopportata,
ma "L'era della suscettibilità" dovrebbe diventare testo d’esame per tutti i titolari di un account sui social o per chi si appresta ad aprirne uno: godibile, condivisibile, caustica fino ai limiti dell’antipatia (peccato che Guia Soncini non rinunci al vezzo di riferirsi a “l’internet” con l'articolo - come fanno quelli che intendono prendere le distanze dal mezzo che anche gli altri usano (voi incapaci usate l'internet, mentre noi, che invece sappiamo di cosa parliamo e come si fa, usiamo "Internet senza l'articolo") - il non fare “un plissé”, invece, oramai glielo possiamo perdonare e considerarlo cifra stilistica, vezzo d'autrice - e che per quanto riguarda me abbia una macchia indelebile che non riesco a non vedere), è vero, ma io sono sempre più d’accordo con lei; e questo mi preoccupa, ma non più di quanto mi preoccupino la suscettibilità e le onde di indignazione social che tanto bene descrive in questo agile saggio. Davvero abbiamo saputo rendere i social - ovviamente ci si riferisce perlopiù a Facebook, il social per eccellenza, ma anche a Twitter - dei luoghi invivibili, dove le frustrazioni, le scarse capacità intellettive e di comprensione dei testi scritti, la negazione delle differenze di pensiero, vengono amplificate e polarizzate violentemente - rilanciate e strumentalizzate da tutta una schiera di politici di bassa lega (con o senza maiuscola), personaggi piccoli che hanno il solo scopo di ritagliarsi una visibilità perpetua, o se proprio perpetua non dovesse diventare almeno ottenere i famosi quindici minuti di Warholiana memoria, vipparoli de noantri - il tutto condito da una serie di terminologie e di fenomeni Made in USA importati in casa nostra senza discernimento alcuno o adattamento alle differenti situazioni geografiche, politiche, sociali, spesso senza nemmeno conoscerne il significato originario. Poi ci si chiede perché i calciatori non si inginocchino prima di una partita o ci sia stato l'indegno balletto fra Uefa e Nazionale nostrana e altre: mi inginocchio se ti inginocchi tu, non condivido ma mi adeguo (ma mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?).
Qui Natalia Aspesi intervista Guia Soncini su "L'era della suscettibilità".
Non cinque stelle, perché su Lady D. non sono del tutto d'accordo con lei: e dunque, viva la diversità di opinioni, ma mezza stella me la tengo.
Se il me stesso di ora, entrato in possesso della Delorean e del flusso canalizzatore, si fosse presentato al me stesso di qualche anno fa e gli avesse detto che un giorno avrebbe letto un libro di Guia Soncini, probabilmente gli avrebbe riso nel muso dandogli del ciccione di merda e, oltre a fare del bodyshaming, anglicismo forse non ancora in uso al tempo, avrebbe senz'altro sovvertito il continuum spazio temporale; quindi io adesso potrei essere una persona migliore o peggiore, a seconda dei casi: ma avendo letto un libro di Guia Soncini, preso dalla pura curiosità per via dei temi trattati, nonché dall'assenza del testo cartaceo che rende il tutto più economico, sono senza dubbio una persona peggiore.
Ecco, se al me stesso del tempo che fu, quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole, avessi detto che sarei stato d'accordo con buona parte delle sue argomentazioni e mi sarei fatto pure qualche ghignata, di sicuro, dimentico di tutte le avvertenze di Doc, l'avrei pugnalato al fegato, e allora saremmo entrambi (?) scomparsi dalle foto di famiglia del passato, del presente e del futuro.
Alla fine è successo davvero: ho letto un libro di Guia Soncini mentre avrei potuto usare lo stesso tempo per leggere Balzac o Giovanni Arpino. Quindi sì, sono una persona peggiore.
Tuttavia, a mia discolpa posso dire che il saggio (pamphlet, o come lo si vuol chiamare) è scritto benino, in modo simpatico, intellegibile, ben supportato sia da esempi concreti, sia a livello di riferimenti bibliografici; e mi è stato difficile non concordare con le affermazioni riguardanti il delirio collettivo proveniente dal mondo progressista anglosassone che ha trasformato la sinistra (si può ancora chiamare così?) in una fazione politica di gente perennemente offesa, dall'indole bacchettona e censoria, incapace di contestualizzare qualsiasi opera d'arte nel periodo storico in cui è stata concepita né di capire il punto di vista altrui quando questo è leggermente diverso, diventando per giunta seriosa e deficiente pure di fronte alla satira o alla comicità più spicciola. A tal proposito, tanti intellettuali e artisti non propriamente destrorsi si sono un pochino incazzati e hanno firmato un manifesto contro certe dabbenaggini. Tra questi figurano Noam Chomsky e Margaret Atwood: due noti squadristi, come ricorderete.
Insomma, a piccoli passi il medesimo delirio è giunto anche da noi (sebbene non in modo tanto prepotente), dove la sinistra ha già le sue gatte da pelare. È comunque la sinistra stessa ad aver lasciato alla destra, senza rendersene conto, il primato della libertà di espressione. Ed ecco allora che certi bischeri vetero-fascisti, sovranisti-populisti-stronzolisti-ecc possono gridare, dal basso del loro razzismo, della loro misoginia e della loro omofobia: «ma non si può più dire nulla, signora mia, è colpa del politicamente corretto!».
Eppoi cosa succede? Da un lato tali imbecilli, agli occhi di qualcuno, potrebbero pure aver ragione, seppur per i motivi sbagliati; dall'altro si sentono legittimati a sentirsi a loro volta vittime di un sistema che rema contro di loro, di un «pensiero unico» di fatto inesistente, alimentando una scia piuttosto puzzolente e realmente pericolosa che si porta dietro le distorsioni di cui sopra.
I progressisti invece che fanno? Gli lasciano pure la lotta di classe: le destre peggiori si accaparrano pure quella e nel frattempo sposano in silenzio le derive neo-liberiste meno nobili, facendo credere a dei digraziati di parlare la loro stessa lingua, giacché stanchi di sentire parlare di (sacrosanti, non mi si fraintenda) diritti civili, in assenza di discorso a sinistra sui diritti sociali.
Sulla lingua, invece, dibatte la sinistra: sarà meglio il maschile plurale, lo schwa o l'asterisco? Quale sarà il meno offensivo e il più inclusivo? Una bella risposta l'ho trovata in questo video, a mio avviso contenente una riflessione originale e non banale sulla questione, nel quale si finisce per parlare anche d'altro e lì, lo ammetto, non concordo: https://www.youtube.com/watch?v=0JH5X...
(ah, non è forse questo il bello, mi viene da dire? non ci arricchiscono forse lo scontro e il confronto? Anche in letteratura, ormai c'è chi preferisce leggere e guardarsi allo specchio, o chi evita certi autori considerati ostici perché "fanno sfoggio della loro cultura e i libri devono essere per tutt*", che non è vero una sega - mi si perdoni la scurrilità, ma a Montmartre parliamo così; anzi, la letteratura deve essere ambigua, deve essere poco confortante, ci deve talvolta far sentire dei poveri stronzi con la terza elementare anche se abbiamo un dottorato in meccanica quantistica. Dio bono, lo disse pure Vittorini a Togliatti che "Uomini e no" non poteva essere un romanzo solo per gli operai: o no? Va be', purtroppo oggi questa roba qui si è un po' persa, il dibattito si è polarizzato, e la letteratura bastante a se stessa è rimasta pane per pochi, che si ritrovano marginali al pari di quelli con la terza elementare che però alle volte capiscono più a fondo il senso delle cose, come diceva Pasolini in merito alla «cultura media» che è peggio dell'ignoranza totale. Ma non divaghiamo.)
Ciò detto, come Flaiano, un altro che avrebbe scritto dei tweet favolosi ma che al tempo stesso sarebbe stato spesso vittima della fitta sassaiola dell'ingiuria, anch'io ho poche idee e per giunta confuse. Nondimeno, mi garba non avere certezze granitiche, oppure averle su temi un po' più leggeri: La donna più bella del mondo? Marisa Tomei, a pari merito con un'altra che conosco di persona. Il miglior attore della storia del cinema italiano (e non solo)? Gian Maria Volonté. Il miglior gruppo di sempre? i R.E.M., con buona pace di chi dice gli AR-I-EM. Il miglior comico italiano degli ultimi trent'anni? Corrado Guzzanti. Il miglior comico straniero, nonché grande regista? Woody Allen (vietato pronunciarne il nome, oggi come oggi) Il miglior comico in attività a cui impediscono di essere in attività? Louis C.K. Il miglior scrittore italiano vivente? Michele Mari. Il miglior scrittore straniero contemporaneo? Mircea Cartarescu. E così via, potrei continuare per ore.
Io, anche se «non so' comunista così, so' comunista cosììììì», so già che qualcuno mi darà del conservatore, qualcun altro del fascista, qualcun altro dell'insensibile e altri ancora mi diranno che non capisco nulla. Oppure m'ignoreranno com'è giusto che sia: d'altronde non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso lanciato in un vetro o lo sciocco del sole in un campo di grano. Già: non siamo, non siamo e non siamo. Sicché di cosa ci stiamo a preoccupare, dei tweet dell'autrice di Harry Potter? Suvvia. Per fortuna che mi tengo a debita distanza da qualsiasi social - tranne Goodreads e Letterboxd, ovvio -, altrimenti finirei ogni giorno nella tempesta di merda di quest'epoca di pazzi.
Guia, devi essere stata tu a mettermi il vizio di citare pezzi di canzoni italiane mentre scrivo. Devi essere stata tu, Guia, a farmi dire tutte 'ste male parole col tuo libro, pensa come sono cambiati i tempi. Guia, Guia, Guia... maledetta Guia.
"Sono combattuta" penso sarà il riassunto di tutta questa mia recensione. Guia Soncini è riuscita a cogliere un aspetto di questa nostra era che troppo spesso viene sottovalutato. Tutto questo discorso sulla suscettibilità merita sicuramente tantissimo. Riuscire ad estraniarsi così tanto da essere in grado di vedere dei difetti che ci appartengono, di cui invece tutti gli altri non si sono accorti, è sicuramente una conquista degna di lodi. Da una parte penso che questo discorso possa aiutarci a migliorare e a renderci conto di quello che non va. D'altra parte però, mi sento obbligata a sottolineare quanto non mi sia piaciuto lo svolgimento di questo tema così interessante. Forse con una critica un po' estrema. Alcuni esempi che la scrittrice fa si riferiscono a delle categorie evidentemente estremiste, e sicuramente è quello che Soncini ricercava. Ci spiega bene lei stessa l'esagerazione delle convinzioni estreme quando fa l'esempio della teoria del ferro di cavallo, di Jean-Pierre Faye. Penso che sia a dir poco illuminante. Mi chiedo quindi, dato che ha analizzato così bene quanto gli estremisti siano poco attendibili, perchè non ha fatto alcun tipo di riflessioni su una suscettibilità più moderata? Perchè riferirsi solamente a una categoria che a detta di (quasi) tutti è nel torto? Detto questo, è stata sicuramente una lettura che ho attraversato con un po' di amaro in bocca, ma che certamente è stata molto interessante.
L'Avvelenata, attualmente leggibile ogni giorno su Linkiesta, scrive con la consueta lucida perfidia sui maleli di questo tempo, la suscettibilità, il bisogno di offendersi, di posizionarsi dalla parte dei giusti, di semplificare e polarizzare qualsiasi discorso. Si muove agilmente e piacevolmente tra esempi di vita, cinema, moda, letteratura e attualità, con un occhio attentissimo alla perversa neolingua dei social e non solo. Come al solito provoca e indica con precisione alcune storture che sembra difficile raddrizzare. Quello che ho letto fra le righe, personalmente, è soprattutto l'amore per la libertà, specie la libertà di espressione. E se più scrittori si esprimessero come lei ne otterremmo letture ben più godibili e arricchenti rispetto a certe lagne precotte.
Mi è stato presentato come un libro geniale nella sua ironia, ma non ho trovato nessuna ironia geniale in queste pagine. Lo definirei come: una risposta all'estremizzazione di una tendenza affrontata mettendo in campo l'altro estremo. Un libro che dà corda a chi si lamenta che "ora non si può più dire nulla" perché abbiamo il diritto di ridere di quello che vogliamo e che allontana definitivamente chiunque altro per la considerazione di aneddoti estremi come unici esempi rappresentativi di un movimento qualsiasi.
Solo 3 stelle, anche se è condivisibilissimo e godibilissimo, perché manca di spina dorsale, è più un "ah, signora mia, non ci sono più gli uomini di una volta" che un pamphlet in stile Hichens o Hugues.
Letteralmente 200 pagine di lagne, scritte in maniera brillantissima, sul "non si può più dire niente". Sono d'accordo praticamente su nulla ma come giustamente dice l'autrice "pensarla diversamente è l'unico modo d'avere una conversazione interessante". Consigliato non ai nemici del "politicamente corretto" quanto piuttosto ai cosidetti 'suscettibili' perché: -la scrittura fa spesso spaccare dal ridere -ti rendi conto che negli Usa fanno effettivamente roba da pazzi estremisti -fai una terapia tale di politicamente scorretto che ne puoi uscire più forte (o devastato, a seconda della suddetta suscettibilità)
Totalmente discutibile lo sminuire qualsiasi differenza di razza/genere/identità/orientamento come determinante senza portare evidenza: dire "c'è tale nero gay miliardario" o "Angela Merkel è al potere" non bastano come testimonianza che se sei intelligente/capace ce la fai, se no è tutta colpa tua e devi smetterla di lagnarti. Questo libro è tutto aneddotico e per un cazzo scientifico, ma del resto è un pamphlet, mica Invisibili di Criado Perez.
Detto ciò pregio del libro è sottolineare che l'identitarismo si focalizza solo su linguaggio e rappresentazione, livellando le differenze di classe sociale, e mi ha riportato alla coscienza della deriva liberal che queste rivendicazioni rischiano di portare con sé. Mi ha fatto ricordare che in effetti il marxismo era n'altra cosa e allena a prendersela e indignarsi un po' meno per tutto... forse si vivrebbe un po' meglio e torneremmo a parlare più di classe e meno di chi mettono a fare le pubblicità di assorbenti. Anche se, sia chiaro, il messaggio dell'autrice rimane più che altro: rompete meno il cazzo.
Un libro piacevole e stimolante. Mi ha fatto pensare perché io stesso sono uno suscettibile. Per cui è stato un utile invito a riflettere e a cambiare.
Ho iniziato questo libro per cercare di capire meglio le istanze di chi sostiene che "non si può più dire niente". Leggendolo, mi ha trasmesso a più riprese la sensazione che l'autrice viva all'interno di un universo tutto suo, popolato unicamente da folte e compatte schiere di censori dallo spirito critico pari a quello di un bradipo narcotizzato, pronti a cancellare chiunque proferisca sillabe a loro non congegnali.
Eppure, non occorre andar lontano: è sufficiente accendere la televisione pubblica, o scorrere i commenti sotto a qualche articolo postato sui social e riguardante temi come femminismo, razzismo, diritti LGBTQAI+, ecc. per comprendere quanto il mantra "non si può più dire niente!!!", sia falso.
Uno dei primi aspetti che mi ha stupita - ma forse nemmeno troppo - é il fatto che l'autrice, da giornalista, sottostimi il ruolo che il linguaggio ha nella costruzione del pensiero e dell'immaginario collettivo, considerando che si tratta di un aspetto non sostenuto da un manipolo di fan della cancel culture, bensì da una letteratura neuropsicologica e sociologica piuttosto vasta.
Altra problematica, per quello che credo nasca come saggio, è l'assenza di riferimenti statistici; un'affermazione come quella del Capitolo 11: "[...] la seconda è che non è vero che alle donne è impedito l’accesso ai ruoli di potere in-quanto-donne. Non è vero in nessun settore", credo meriterebbe perlomeno un riferimento di qualche natura. (Spoiler: le statistiche dicono il contrario).
Pradossalmente, a più riprese l'autrice si lamenta dell'assenza di contesto, mettendo però sullo stesso piano contestazioni molto differenti tra loro, in barba alla complessità e alle leggitime richieste delle "minoranze".
Concludo dicendo che, personalmente, più che indignazione, la scrittura di Soncini mi ha suscitato una gran noia, un continuo lagnarsi di chi si lagna, senza aggiungere nulla di particolarmente illuminante al discorso già esistente in merito, ma anzi spesso limitandosi a riportare fatti e notizie, nati proprio per distogliere da quelle che sono le reali rivendicazioni di determinati movimenti.
Pertanto, se siete in cerca di un contraddittorio sulla questione "dittatura del politicamente corretto", forse è meglio leggere altro.
Il mio punto di vista sulla "suscettibilità" e il trionfo del vittimismo odierno è più estremo di quello dell'autrice, quindi niente di quello che ha scritto mi ha sconvolto, scandalizzato o sorpreso.
Iniziando dalla fine, pensavo che soltanto Chistopher Hitchens e la sottoscritta non avessero versato neanche una lacrimuccia sulla telenovela di Diana Spencer. Scopro che anche Camille Paglia non si è fatta intenerire e - ovviamente - neppure Soncini. Quindi siamo in quattro, ma quattro contro il mondo non contano, per cui il vittimismo professionale di Diana è dilagato più contagioso e rapido del Covid, con le attuali disastrose conseguenze.
Il resto del libro si regge in bilico tra affermazioni che a me paiono ovvie, citazioni di libri di maggior spessore (il classico del genere, La cultura del piagnisteo) e una marea di corti paragrafi che non sviluppano una narrativa fluida. Il libro è più che altro una serie di citazioni frammentarie, perchè ormai viviamo nel mondo di Twitter.
Infatti l'autrice su Twitter ci sguazza, essendo giornalista e provocatrice di professione. Io non ho Twitter (e dopo aver letto questo libro continuerò ad evitarlo) e non vivo in Italia da decenni, quindi l'autrice mi è del tutto sconosciuta, ma ho capito che è una mini-celebrity in Italia e che la sua tattica è di denunciare gli ottusi che la criticano e di divertirsi continuando a twittare punzecchiature virtuali per aumentare il numero di followers.
Pur non essendo d'accordo su una parte di quello che ha scritto, non ho nessuna intenzione di iscrivermi a Twitter per insultare pubblicamente Soncini, sia perchè non ho voglia di giocare al suo gioco che perché non mi sento offesa.
Anticamente quando una fazione minoritaria si scontrava con l'autorità, poteva almeno trovare rifugio nell'espatrio (tipo i Puritani). Al giorno d'oggi, l'unico modo di combattere la suscettibilità divagante e di non finire lapidati dall'inquisizione virtuale, sarebbe di evitare quel mondo... ma senza di esso la popolarità delle mini-celebrities e degli influencer svanirebbe, quindi a loro conviene continuare a naufragare in questo mare.
Spero che, come da sue premesse, anche tutta l’ignoranza sciorinata in questo libro sia una provocazione per farci riflettere su quante porcherie si possono scrivere in un libro.
Mi fa uno strano effetto commentare questo libro ora, quando da quasi un mese una guerra è esplosa nel cuore dell'Europa, un'invasione in piena regola come non se ne vedevano dalla fine della II Guerra Mondiale, col suo corredo inevitabile di morti e feriti, centinaia e poi migliaia, e decine di migliaia di morti e feriti, con bombe e proiettili che feriscono e distruggono le case e i corpi, la vita vera, la materia bruta. Mi fa uno strano effetto perché questi eventi, così reali, così concreti fanno sembrare obsolete e denudano (dovrebbero denudare) in tutta la loro pochezza e pretestuosità quelle altre guerre di cui parla il libro, che fino a un mese fa sembravano, esse, ancora più vere del vero. Il libro parla di guerre tutte condotte nell'ambito dell'immaginario e del simbolico, guerre che, stando a chi le ha portate avanti e sostenute con gran fervore soprattutto negli anni più recenti, dovrebbero stare alla pari delle guerre vere, quelle fatte con bombe e proiettili. Sono le guerre immaginarie di chi è convinto che un insulto verbale dovrebbe contare quanto, se non più, di un'aggressione fisica o, più precisamente e più sottilmente (e malignamente), che le parole dell'avversario politico siano sempre considerabili come un'aggressione da censurare e le proprie azioni, invece, anche le più deprecabili e concrete, siano una semplice espressione di sé per portare la giustizia nel Mondo. Sono le guerre, germinate inizialmente nelle università USA e poi tracimate fuori dei loro recinti, contaminando ove più ove meno anche il resto del Mondo, le guerre degli spazî sicuri da ogni presunto trauma psichico (safe spaces), del linguaggio e delle rappresentazioni da sorvegliare in maniera feroce e poliziesca (language matters), delle vittime definite identitariamente, ovverossia per categorie rigidamente collettive, che hanno sempre ragione e dei colpevoli che vanno puniti senza alcun pietà, fino a farli letteralmente sparire dallo spazio pubblico (cancel culture). Tutto parte da un atteggiamento ossessivo e profondamente irrazionale che non riesce (o non vuole?) distinguere tra materiale e immaginario, tra concreto e simbolico, tra azioni e parole. O che questa distinzione la opera solo a proprio vantaggio, come già detto sopra, applicando la legge dell'intolleranza ai nemici e interpretandola molto largamente per gli amici. Ma si tratta di un intreccio, quello tra il reale e il simbolico, che a quanto pare per la maggior parte delle persone è difficilissimo o forse impossibile da sciogliere. E lo conferma proprio la guerra in Europa attualmente in corso, che forse avrebbe potuto servire per svelare la futilità e la ridicolaggine di chi si indigna e si incendia per una virgola fuori posto o per una frase pronunciata cinquant'anni fa o per un'opera teatrale scritta secoli addietro. E invece è successo il contrario, e lo dimostra la scelta dell'università Bicocca (scelta per fortuna poi rientrata: forse non siamo ancora messi così male, almeno da questo lato dell'oceano) di cancellare le lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij, a quanto pare colpevoli entrambi di apparire troppo russi in un frangente in cui il governo russo (il governo, non il paese) si sta comportando malissimo a dir poco. E allora e nonostante tutto questo libro può tornare ancora utile per rintracciare le linee e la genealogia (anche se il compito è in gran parte demandato al lettore: l'autrice procede in maniera molto rapsodica, se non caotica) di questo assalto alla libertà dell'immaginario, dell'espressione, della parola, che ha investito Stati Uniti e resto del Mondo nei decennî più recenti. Ho detto "più recenti"? Forse sì, forse no, perché l'autrice riporta molti esempî simili di tempi più lontani, e si chiede se e quanto qualcosa sia cambiato, se davvero si stia assistendo a un'amplificazione di un fenomeno del tutto nuovo o alla riscoperta di qualcosa vecchio quanto il Mondo. La domanda è importante perché la tentazione di tracciare una visione di decadenza e di lamentela sul tempo presente è sempre forte nell'animo di tutti noi umani, magari congiunta con l'orrore per le nuove tecnologie, e allora ecco pronta la spiegazione semplice (semplicistica?): siamo diventati intolleranti e indignati a tempo pieno per colpa di Facebook, di Twitter, di Instragram! Ah, signora mia, ai miei tempi queste cose non succedevano, non c'erano tutti questi tecnocosi, ah, questi giovinastri d'oggi che hanno tempo da perdere indignandosi sul nulla! Eppure... eppure in questo caso mi sento di dar ragione all'autrice. Perché se è vero che le cose non degenerano sempre tutte e univocamente, è invece vero che in questo caso specifico una degenerazione c'è stata, e c'è stata (e c'è tutt'ora) una crescente ondata di intolleranza verso la fazione politica o ideologica avversaria, un'ondata che prende pericolosamente di mira il fondamento del vivere civile ovvero la libertà di esprimersi per tutti e non solo per i proprî amici, un'ondata cieca e che si sente sin troppo giustificata nelle proprie opere, un'ondata che, bisogna dirlo perché è così che stanno le cose, oggi viene più da sinistra che da destra. Insomma, la sinistra che un tempo cavalcava la trasgressione e il rovesciamento della morale borghese, oggi s'è scoperta disciplinatrice e securitaria, almeno per quanto riguarda il pattugliamento dell'immaginario. È quest'ultimo il punto nevralgico della questione e il più utile per interpretarlo. Perché ciò che secondo me molti commentatori di questo fenomeno sbagliano nella diagnosi è di ricondurlo a una presunta "fragilità" contemporanea dei più giovani (negli USA qualche anno fa li chiamavano snowflake, "fiocchi di neve"), cresciuti viziati e iperprotetti e ora incapaci di reggere il confronto con le idee e gli immaginarî diversi dai proprî, pronti a sentirsi vittime di e traumatizzati da qualunque cosa. Io penso sia l'esatto contrario: la cultura della cancellazione non parte da una posizione di nuova debolezza, al contrario, è testimonianza di una forza conquistata, ovvero di una progressiva vittoria da parte di un determinato segmento ideologico che ha dapprima conquistato, nei decennî passati, i campus universitarî americani trasformandoli in una monocultura a propria immagine e somiglianza, e poi gran parte del Mondo della cultura e dell'immaginario, e parlo proprio in termini di posizioni, di poltrone, di stanze dei bottoni. Magari qualcuno parlerebbe della gramsciana "egemonia culturale". A questo punto, come purtroppo sempre accade, chi vince tende a schiacciare gli avversarî, a pretenderne lo scalpo, a estrometterli, a distruggerli. Le idee di "trauma", "vittimizzazione" o "oppressione" sono solo paraventi giustificatorî per legittimare la propria fazione guerreggiante e non sentirsi in colpa quando si adottano tattiche di terra bruciata: lo facciamo perché gli altri sono cattivi e ci minacciano. Anche perché, dopotutto, al di là delle orde cliccanti su Twitter o su Facebook, queste potrebbero benissimo essere ignorate (e a volte avviene, quando prendono di mira il bersaglio "sbagliato", ovvero ideologicamente corretto): è chi tiene le mani sulle leve del potere a decidere in ultima istanza il destino dei bersagli individuati di volta in volta dalle masse indignate, sono i rettori delle università, i produttori dei film, i gestori delle aziende, i direttori dei giornali a premere il bottone che espelle o meno dal consesso civile il capro espiatorio di turno. C'è poi da dire che questo libro, nella sua foga di denunziare i pericoli (che anch'io trovo comunque reali e da contrastare) della cultura della cancellazione, rischia di farsi prendere da una smania di verso opposto, e fallisca a più riprese a comprendere, oltre che le origini (vedi sopra), i meccanismi del fenomeno, facendo sembrare tutto (vedi sempre sopra) colpa di una cattiveria insita nei nuovi intolleranti drogati di social. In parte ha ragione, ma solo in parte. Faccio un esempio: una mia conoscenza su Facebook, qualche tempo fa, pubblica un piccolo post in cui critica l'attrice del live action Disney di Mulan perché avrebbe sostenuto la polizia di Hong Kong nella sua repressione verso chi protesta contro l'oppressione cinese. "Io amo la democrazia", motivava questa mia conoscente il suo post. Cosa c'è di più commendevole e condivisibile? Ma proviamo a immaginare molti, moltissimi di post dal tenore simile, e l'attrice cinese che, come conseguenza di questo protesta massiva, arriva a perdere il suo lavoro, forse anche tutte le possibilità di lavorare. Un piccolo post benintenzionato può arrivare a produrre, causando un effetto a valanga, la rovina professionale di un'altra persona. Insomma, non sempre gli indignati sono i responsabili diretti (perlomeno non consapevolmente) dei disastri causati dalla loro indignazione. Non sempre sono feroci leoni da tastiera con la bava perennemente alla bocca. Il meccanismo è complesso e va compreso e indagato a fondo. E ancora. L'autrice fa l'esempio di foto postate sui social network da parte di stranieri che "maltrattano" la cucina italiana (potete immaginare...) e riporta tutta una serie di susseguenti commenti apparentemente rabidi di italiani che difendono a spada tratta la nostra ortodossia culinaria, invocando la pena di morte per i cuochi sacrileghi o dichiarandosi sconvolti, abbattuti, traumatizzati per le profanazioni. E questo sarebbe un esempio degli eccessi dell'indignazione via web, di chi non sa più tollerare nulla, eccetera eccetera. Ebbene, penso io leggendo queste pagine, non è venuto in mente all'autrice che quei commenti potessero essere ironici, fintamente indignati, teatrali, come spesso avviene quando si tratta di spaghetti spezzati o pizza all'ananas? Alla fine spesso può anche essere tutto un gioco delle parti. E ancora. A un certo punto l'autrice riporta l'esempio di un post odierno pubblicato su Facebook, riferito a vecchie canzoni di Battisti, canzoni che il post in questione critica con un astio molto serio perché, viste con gli occhî d'oggi, sarebbero misogine e sessiste. Basta Battisti, insomma. E dunque? Può anche essere che l'autore del post avesse ragione, che la cultura è in effetti cambiata (in meglio o in peggio? questo è un altro discorso) e quel che cantava Battisti un tempo pochi lo canterebbero oggi. Il punto è che io non vorrei che l'opposizione alla cultura della cancellazione sortisse l'effetto opposto, ovvero impedisse qualsivoglia critica, anche benintenzionata, di ciò che non piace. Il rischio è quello di arrivare a una situazione di veti incrociati in cui alla fine si sta tutti zitti, chi viene criticato e poi chi è criticato per le proprie critiche. E allora, e qui arrivo al succo del mio discorso, penso che il punto cruciale sia distinguere tra il modo e i contenuti delle battaglie. Il punto sta, e questo per fortuna l'autrice lo esplicita in diversi suoi paragrafi, nel distinguere tra una critica argomentata, anche forte, accesa, persino con qualche insulto in mezzo, e la pretesa invece che il proprio avversario non abbia più il diritto di dir nulla. O debba perdere il lavoro. O non possa più scrivere. O debba sparire per sempre dalla scena pubblica, o da qualunque scena. Quindi viva le canzoni di Battisti e che si possano ancora ascoltare, e viva anche le critiche ai testi delle suddette canzoni, finché non pretendono la sparizione totale del cantante dalla radio o da Spotify. Altrimenti il rischio è che la critica al modo, spesso pessimo, in cui vengono portate avanti determinate battaglie vada a inficiare il contenuto e gli obiettivi di queste stesse battaglie. Lo dimostrano i lunghi paragrafi che l'autrice e il libro vanno a dedicare alla querelle sorta dalle affermazioni della Rowling a proposito dei diritti delle persone trans. La posizione dell'autrice del libro è chiara, ed è diversa dalla mia. Lei se la prende con le tattiche aggressive e censorie degli attivisti per le persone trans, e in questo ha ragione. Ma non trovo che abbia ragione quando invece mi sembra insinui che anche il diritto di identificarsi con un genere diverso da quello dei cromosomi sia figlio di una cultura dei "sentimenti offesi" e della soggettività esasperata. Insomma, come so che dicono certi opinionisti di destra, essere trans sarebbe "un capriccio". Una degenerazione dei tempi moderni. Il punto, qui più che altrove, oltre ad auspicare che sia la scienza e non l'ideologia (conservatrice o progressista) a far da base alle scelte in termini di salute fisica e mentale e di come la società vada a strutturarsi intorno alle questioni del genere, biologico e percepito, il punto è sempre distinguere il come dal cosa. La Rowling secondo me ha fatto più di un'uscita infelice parlando delle persone trans. Ho letto il lungo articolo in cui giustificava le sue uscite, trovando tali giustificazioni deboli, per me inaccettabili, molto ideologiche. Eppure non voglio che la Rowling debba tacere perché sennò "porta le persone trans a suicidarsi" (c'è chi lo dice). Né voglio che debbano tacere i suoi critici, anche i più aspri, perché la cultura della cancellazione è brutta e cattiva (e secondo me lo è). La soluzione è sempre quella: parliamone, discutiamone, vediamo cosa ne esce fuori. O almeno proviamoci. Perché come dice un detto inglese poco noto e difficilmente ben traducibile in italiano: "The remedy for hate speech is... more speech".
Non sono mai stata così combattuta su un libro. Mi ha fatto arrabbiare come poche cose in vita mia perché gli avvenimenti vengono trattati con una certa superiorità e oserei dire qualunquismo che a volte mi hanno quasi fatto abbandonare il libro. Vengono accostate situazioni che spesso hanno poco a che fare l'una con l'altra, solo per le reazioni che hanno scatenato, senza valutare se in determinati casi fossero delle reazioni plausibili. Allo stesso tempo, offre degli spunti di riflessione molto interessanti, che non mi sento di ignorare. L'obiettivo è provocare e, mi duole dirlo, ma è stato raggiunto.
Pur non essendo sempre d'accordo con le opinioni dell'autrice (ma lei stessa dice, ad un certo punto del libro, che è un bene pensarla in modo diverso gli uni dagli altri), ho trovato questo libro molto intelligente e ben calato nella realtà. Lo consiglio, ci sono davvero spunti molto interessanti. Illuminante l'ultimo capitolo, ha messo a fuoco cose che ho sempre pensato ma che al tempo stesso non avevo mai veramente focalizzato.
È grazie al passaparola che sono arrivata a questo testo.
Non posso definirlo manuale, nonostante ne abbia i contenuti. Non posso definirlo romanzo, nonostante i personaggi siano una società intera. Non posso definirlo articolo (lungo) di giornale, nonostante abbia il ritmo e la prosa immediata e intuitiva, come hanno i giornalisti che scrivono bene.
Ma… dicevo… Sono arrivata all’Era della Suscettibilità per caso, mentre rispondevo alla domanda che mi fanno sempre più spesso: “Perché non sei più social?” Non sapevo bene, allora, come spiegare tutto quello che leggo quando apro un social nato come momento di ritrovo e svago, trasformatosi sempre più spesso in una trincea di parole (ahimè usate anche impropriamente) e lotte intestine. Polemiche. Fazioni. Screenshot spalmati come Nutella, ma amari come fiele. Commenti a fatti o persone di cui si prende “solo ciò che fa comodo”, eliminando il contesto. L’omicidio dell’ironia (non si può più scrivere una battuta che le persone ti prendono sul serio!).
L’autrice sviscera ogni argomentazione con metodo scientifico, ponendo esempi estremi, prendendosi dei rischi enormi, come lei stessa ammette più volte (le note a piè di pagina sono uno SPASSO), ma lo fa con cognizione di causa.
Consigliato a tutti coloro che sono stufi di dover indossare i guantoni ogni volta che vogliono esprimere una PROPRIA opinione sulla PROPRIA bacheca.
Interessantissimo. Uno dei più recenti contributi in lingua italiana sulla cancel culture: al centro del dibattito socio-culturale americano (per lo più statunitense) da qualche tempo e a cui, negli ultimi tre anni, sono stati dedicati contributi giornalistici e saggistici di varia mole e taglio.
Si dice che Mitridate, re del Ponto, fosse solito assumere piccole dosi di veleno al giorno per rendersene immune e sopravvivere a eventuali attacchi dei nemici. Ho ripensato a questa storia leggendo L'era della suscettibilità.
Sotto la superficie del personaggio ostinatamente edgy che la Soncini si è costruita a colpi di tweet e pezzi su Linkiesta, questo libro è una satira di costume caustica che da Destra a Sinistra ci riguarda tutti - Buoni e Cattivi.
Come dice l'autrice stessa, i libri non dovrebbero essere specchi, ma se questo particolare libro lo fosse il lettore non si rivedrebbe nei panni della strega di Biancaneve ma in quelli di Diana Spencer, la principessa triste, archetipo delle nostre dolenze quotidiane, e la famosa domanda sarebbe leggermente diversa: Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più vittima del reame?.
Si passano in rassegna fatti e polemiche che negli ultimi anni hanno diviso le nostre timeline per la durata di ventiquattr'ore con la consueta perfidia che "L'Avvelenata" riserva ai giustizieri sociali da tastiera. Non è in alcun modo un'indagine culturale sul fenomeno preso in esame, si sforza ben poco di capire, ci sono diversi momenti in cui finisce per buttare in vacca questioni complesse (tutte le parti che trattano dell'identità di genere fanno mettere le mani nei capelli) e spesso reazionario nel suo andare a tutti i costi contro lo spirito del tempo.
Eppure ammetto di aver sogghignato più volte e con estremo godimento, anche di cose per cui di solito mi guarderei bene dal ridere, ed è stato incredibilmente liberatorio vedere le nevrosi, le battaglie, i tic della propria generazione presi così scorrettamente a pernacchie. Perciò mi sono chiesto se al contrario di Mitridate noi, suscettibili tutti, non si sia deciso a un certo punto che è preferibile morire per mano dei nemici pur di mantenerci puri, giusti e incontaminati da qualsiasi traccia di veleno.
Nel caso vi venisse il dubbio, questo libro è una valida terapia d’urto.
L'intero libro è un lamento contro i lamentosi. L'autrice ne è anche consapevole e lo dice all'inizio, quindi almeno ne va riconosciuta l'onestà. Qualche aneddoto simpatico, ma davvero nessuno spunto interessante, né analisi del fenomeno. Al contrario, fa uno zoom su un campione microscopico di utenti di Twitter, per poi tirarci su argomenti fantoccio che attaccano e mettono sullo stesso piano palesi idiozie da VIP ed argomenti seri come la salute mentale ed il femminicidio. Su quest'ultimo tema mi sono cadute le braccia quando mi sono reso conto che una giornalista professionista non ne conosce (o così lascia intendere) nemmeno la definizione. Fino a lì due stelle ci stavano, almeno per lo stile scorrevole e le uscite a tratti simpatiche.
Una lettura intrigante e provocatoria. Impossibile condividerla al 100%, difficile però non riconoscere alcune dinamiche in cui ci si imbatte ogni giorno. Dalle note a margine molti spunti su altri testi sull'argomento. Menzione speciale alla godibilissima parentesi su Lady D.
l'idea del libro era grandiosa, l'esecuzione così così. Escluso il capitolo sull'odio per Lady Diana che mi ha fatto molto ridere, il tema del libro è davvero affrontato con superficialità, senza nessun tipo di approfondimento. Peccato, le premesse c'erano
Ci lamentiamo troppo e di tutto Inevitabilmente con i social la lamentela è amplificata, perché inducono alla rissa perenne, alla gogna mediatica , saltando da un argomento all’altro (politica economia cinema moda influencer) a colpi di screenshot, in uno scontro perenne tra buoni e cattivi perché bisogna pur cercare il capro espiatorio di tanta infelicità
L’era della suscettibilità si occupa del dilagante fenomeno sociale sintetizzabile in due espressioni: woke e cancel culture. È uno spaccato della cultura d’oltreoceano e anche europea, che riflette lo sdegno totale, una casistica delle reazioni paradosse che i discorsi e l’agire umano provocano, volontariamente o no. Ma è davvero possibile e necessario stilare una scala delle offese? Conosciamo così tanto e bene la storia del mondo per vestire sempre i panni dei censori a trecentosessanta gradi? L’era della suscettibilità è un manuale feroce e ironico fatto di digressioni e paradossi, per conoscere ed evitare alcuni fenomeni collettivi, per non chiedere scusa o sentirsi in colpa per tutto
Mi è piaciuta particolarmente la parte sull’inclusività della lingua come possibile rimedio per sedare le quotidiane risse: la sterilizzazione del linguaggio e dei comportamenti, la cancellazione di ogni parola potenzialmente equivocabile, che però conduce a una continua e globale autocensura. Così da non offendere più nessuno Personalmente non ritengo la biologia un’imposizione patriarcale e non uso gli asterischi per non mancare di rispetto a nessuno. Amo la lingua italiana e la uso per quella che è e per come va imparata, una lingua flessiva. “quando scrivi, vabbè, ma quando parli, come diavolo li pronunci, gli asterischi?”
Per il resto, il fatto che ognuno interpreti i vari messaggi secondo la sua propria suscettibilità mi pare troppo spesso esagerato. La cancel culture non è il problema, è come viene applicata
“Una volta andavamo al cinema, accendevamo la televisione, leggevamo qualcosa, e non eravamo così mitomani da credere che il regista, il conduttore, lo scrittore ce l’avessero proprio con noi.”
L’Avvelenata de Linkiesta ha un scritto un libro scorrevole e divertente e dentro c’è tanto su cui riflettere a partire dal perché siamo diventati un popolo che fa sempre la lezione agli altri.
Molto aneddotico, più che un'analisi di un cambio di paradigma dell'opinione pubblica pare che l'autrice si sia tolta qualche sassolino dalla scarpa. Nonostante non credo ci parlerà molto tra qualche anno, il libro ha qualche momento di grande lucidità:
"Le più ingenue di noi hanno pensanto che quest'idea per cui sono belli i rotoli, i peli, i brufoli, tutto ciò contro cui la cosmesi ci vende da sempre prodotti migliorativi, che quest'idea avrebbe mandato in rovina le multinazionali della bellezza. Figuriamoci (...). Siete grasse? Siete bellissime, ma compratevi la nostra crema, anche da grasse dovrete pur idratarvi. (...) Il tutto col cancelletto 'body positivity'. (...) [O ancora il caso del] 'sensitivity reading' [che] non ha il solo intento di ostacolare la pubblicazione dei libri offensivi, ma anche quello di far coprire ai propri testi tutto l'arco sociale. (...) Invece di preoccuparci di far prendere alla sottoproletaria indiana l'ascensore sociale, la mettiamo in un romanzo. Ora sì che i suoi problemi sono risolti.
(...) [Eppure] se prendi le distanze da una sfumatura anche minima del Club dei giusti, sei uno dei cattivi e meriti la gogna, il licenziamento, la vita rovinata e la reputazione distrutta. (...) Anche se sappiamo che l'indignazione dell'altro ieri ce la siamo già dimenticata ieri, il desiderio di essere come tutti è un istinto di sopravvivenza: nessun vuol trovarsi dalla parte sbagliata del linciaggio, neppure per un pomeriggio. (...) [È che siamo] alla ricerca spasmodica del cretino (...) – è una foresta con le sue leggi spietate, quest'internet.
Ma il beneficio del dubbio, il diritto a non venire sputtanato, il rispetto delle regole hanno senso d'esistere quando interagisci con qualcuno che ti fa schifo; troppo facile difendere il diritto alla reputazione del proprio sodale."
Soobie: Sai... Credo di essermi innamorata di te. Lui: Non hai amici, tu credi di esserti innamorata di me perché non frequenti nessuno. [...] Se pensi a me sei ossessiva e malata di mente. [...] Hai ferito i miei sentimenti! Soobie: ...
Cosa rispondi a qualcuno che ti ha appena accusato di aver ferito i suoi sentimenti? Nulla, perché non concepisce che anche lui possa aver ferito i tuoi sentimenti. Come fa una persona così attenta ai sentimenti degli altri e a usare il linguaggio giusto a ferire i sentimenti di qualcuno? Non è concepibile. Quindi io son qui che mi lecco le ferite e lui è ancora offeso.
Aneddoti personali a parte.
Non conoscevo Guia Soncini. Ogni tanto mi capitava di leggere alcuni dei suoi Tweet ma non ho idea di cosa faccia nella vita. Dal tono dei Tweet ho pensato che il libro potesse interessarmi.
E così è stato. Apprezzo e condivido quello che dice - anche se la parte su Lady Diana mi è sembrata crudele senza motivo - ma non mi è piaciuto come lo dice. Infatti, si tratta per lo più di brevi paragrafi in cui lei racconta un fatto, ci fa un commento caustico e una citazione e poi passa oltre. Ammetto anche di aver avuto qualche problema, almeno all'inizio, a capire il suo senso dell'umorismo. Poi mi sono più o meno abituata e la lettura è andata avanti più facilmente.
Contenta di averlo letto, però. Darei 2,5 stelline, arrotondate per eccesso.
Come mi piace la Soncini, caustica e divertente, colta e pop. Da quando si è (ri)trasferita a Bologna mi piace ancor di più, la sento concittadina. Il saggio è godibilissimo e chi la conosce da Linkiesta o Twitter non resterà sorpreso dai temi, ma potrà godere della conferma del talento dell'autrice nel presentare le assurdità del nostro tempo "fragile".
Unico appunto, mi sembra che il libro manchi di "susta" (visto che abbondano i bolognesismi, posso concedermene uno anch'io) nelle premesse e, quindi, nelle conclusioni. Insomma, dopo aver letto le cronache della suscettibilità multilivello - generazionale, corporale, sessuale - avrei voluto conoscere l'opinione di Soncini circa le ragioni di questa deriva culturale del nostro secolo. Mi sembra che la fragilità degli adulti, che non sanno uscire dal guscio di protezione della loro -ormai lontana- infanzia/adolescenza, derivi, come molti mali d'oggi, dall'incapacità o indisponibilità a prendersi cura dell'altro, a "sacrificarsi", come si diceva una volta. Ne è sintomo e misura, a mio parere, la scarsità cronica di nuovi nati in tutte le democrazie evolute.. se uno non è capace di farsi genitore d'altri, difficilmente saprà prendere in carico se stesso in modo adulto. Insomma, l'adultità come antidoto alla suscettibilità. Ho cercato una tesi di questo tipo nel saggio, ma GS non mi ha accontentata.. spero nel sequel!