L'agente Joe, alias Oreste Lucciani, alias Umberto Malimberi (a seconda dei casi) è un'ex spia infedele del regime fascista passata dalla parte degli americani per convenienza, all'alba della Liberazione. Ora lavora per la CIA, che gli affida il compito di monitorare le attività di un giovane e ancora sconosciuto Enrico Mattei, il dirigente dell'AGIP a cui viene chiesto di liquidare l'azienda e allineare la politica energetica dell'Italia a quella statunitense. Spregiudicato, piratesco, astuto: Mattei non si rassegna al suo compito e insegue il sogno dell'indipendenza petrolifera, fonda l'ENI e ribalta tutti gli equilibri della pax americana, mette in discussione l'egemonia delle Sette Sorelle, scavalca politici e pesta i piedi ai poteri forti, tenta l'impresa di trasformare l'Italia in una potenza internazionale.
Curiosamente, sia i social letterari (Goodreads, Anobii) che i negozi online attribuiscono a Ho ucciso Enrico Mattei di Federico Mosso una lunghezza di 220 pagine. In realtà siamo ampiamente oltre le 350, preziosa postfazione inclusa, e francamente me le sono godute tutte.
Il lavoro letterario di Federico Mosso è di difficile definizione: in un memorabile saggio di qualche anno (urca, ormai saranno decenni) fa, i Wu Ming hanno dato vita ad una definizione perfetta: “oggetti narrativi non identificati”, pagine al limite fra storia e romanzo, fra creatività e cronaca, in cui realtà e immaginazione si mescolano sapientemente. In Ho ucciso Enrico Mattei si respira il profumo di una ricerca storica profonda, ci si gode lo sviluppo di personaggi credibili e perfettamente disegnati, ci si interroga su “cosa sarebbe potuto succedere” e ci si domanda, ancora una volta, se il destino di questo nostro meraviglioso paese debba essere necessariamente in bilico fra la spy-story e il rumore dei cocci del tradizionale vaso stretto fra quelli di materiali più resistenti.
Ho ucciso Enrico Mattei è un bellissima lettura, una delle migliori che mi siano capitate quest’anno tra le mani. Non amo scomodare i mostri sacri, ma l’accostamento a Ellroy – chi ha amato American Tabliod non potrà che concordare – non è affatto esagerato.
La morte di Enrico Mattei, ormai ufficialmente riconosciuta come attentato, è uno di quei breakpoint fondamentali per la storia del nostro Paese e della geopolitica dell'intero pianeta, e questo libro affronta l'argomento con una intenzione interessante. L'autore sceglie la tecnica del finto romanzo, che gli consente di mescolare liberamente nomi e fatti reali con personaggi e fatti inventati, affidando la narrazione in prima persona a Joe, un immaginario, diabolico agente della CIA.
Una soluzione simile l'ho amata nello straordinario Confine di Stato di Simone Sarasso (anche se lì i personaggi erano tutti sotto pseudonimo), ma qui purtroppo diventa secondo me sempre più ridondante e stucchevole. Non so, forse c'è un problema di editing, ma succede che la complessità della vicenda a volte sfugga di mano e che le inevitabili divagazioni storiche appesantiscano la narrazione, e così l'autore sembra dimenticarsi di doversi immedesimare nel cinico e spietato protagonista, assume un ruolo pedagogico e si ha un po' l'effetto Wikipedia. Mosso è evidentemente preparato e si capisce che ha studiato molto, ma se lo stile narrativo è discontinuo e incoerente allora preferisco leggere un saggio puro.
Il nome Enrico Mattei ha aleggiato nella mia esistenza per un bel pezzo come una figura nebulosa (troppo giovane per aver vissuto quei tempi) ma apprezzata da tanta gente. Quando ero un'universitaria usufruivo di una "biblioteca multimediale", una sorta di spazio dedicato a internet quando ancora non era così diffuso in Italia, messo a disposizione dalla Fondazione Enrico Mattei.
I misteri sulla sua morte li ho compresi poco dopo. Avendo apprezzato altri libri di Gog Edizioni non mi sono persa questo titolo, acquistato al Salone del Libro.
Mosso ispira il suo romanzo sull'inchiesta del sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, che negli anni Novanta ha finalmente chiarito che l'aereo privato su cui viaggiava Mattei è caduto a causa di un'esplosione provocata da una carica montata probabilmente nel carrello del velivolo. L'inchiesta è stata archiviata perché sui mandanti era impossibile fare chiarezza.
E così l'autore inventa un fantomatico "agente Joe" e gli fa attraversare quasi 40 anni di storia oscura del nostro Paese. Un italiano che lavora per gli americani nella lotta contro "i comunisti", ma non solo. Ciò che fa Mattei è giudicato pericoloso per le Sette Sorelle del petrolio. Rendere l'Italia indipendente dal punto di vista energetico, concedere ai Paesi estrattori una percentuale maggiore rispetto al 50-50 e così via.
Mosso fa ulteriori passi: collega altri due omicidi alla questione Mattei. Il giornalista Mauro De Mauro che stava indagando in Sicilia proprio su e Pier Paolo Pasolini, che stava scrivendo Petrolio quando è stato ucciso.
Il libro è densissimo, forse troppo (per questo una stella sotto le cinque) con alcuni excursus molto spiegati (mi sarei limitata al punto di vista stretto su Joe). Sia chiaro, mi è piaciuto perché appunto consente di rinfrescare la memoria su alcuni aspetti della storia italiana recente. Ho ucciso Enrico Mattei non fa sconti: Joe è un personaggio orribile perché è un perfetto esecutore. Non si fa troppe domande e solo a fine carriera capisce tante cose. Mosso è pure bravo nella descrizione dei vari omicidi con alcuni momenti splatter godibili. Un appunto che forse posso fare è un io narrante un po' schiacciato, come linguaggio, sui giorni nostri anche quando stiamo parlando degli anni Cinquanta. Il narratore intervalla la parte focalizzata sul protagonista con una sorta di excursus onirico dedicato a Mattei e al cane a sei zampe ispirato al drago Tarantasio.
Altro plus di questo libro è la postfazione in cui l'autore racconta le fonti da cui ha attinto per scrivere il romanzo.