"The human race will eventually die of civilization" - Ralph Waldo Emerson
Primo libro che leggo di un autore cinese. All'inizio un po' vago, si percepisce una somiglianza con la storia di "Balla coi Lupi", poi l'azione prende il ritmo e diventa più avvincente.
L'autore è talmente preso nella descrizione delle scene di azione che alcune premesse rimangono piuttosto vaghe o comunque vengono date per scontate, prima fra tutte quella che riguarda il perché alcuni studenti universitari si trovino in Mongolia a fare i pastori e gli aspiranti cacciatori: sul retro di copertina è scritto per educarsi al lavoro, in un'altra è scritto per diffondere tra la popolazione locale i principi del neonato regime comunista, all'inizio del racconto si indica genericamente "per unirsi a una brigata di produzione in un pascolo di confine". Uno degli studenti, parlando di sé stesso, dice di essere uno dei "bastardi mandati sui monti e in campagna per essere rieducati". In un passo dove si parla del problema della forte crescita demografica in Cina si accenna al fatto che le autorità "hanno costretto milioni di studenti come noi a lasciare la città". Dunque sono lì per scelta o per punizione? Per un incarico politico o per una sorta di confino?
"Chen e gli altri quattro studenti erano stati compagni di classe a Pechino. Provenivano da famiglie di "fiancheggiatori del capitalismo" oppure di docenti universitari perseguitati per le loro "posizioni reazionarie". Li univano le circostanze, l'ideologia e il senso di ripugnanza che provavano di fronte al radicalismo e all'ignoranza delle Guardie Rosse. Si erano trasferiti nella prateria dell'Olon Bulag all'inizio dell'inverno del 1967, lasciandosi alle spalle il turbolento clima politico di Pechino nella speranza di trovare una maggiore quiete, preservando la loro amicizia."
Qualunque ne sia la premessa, così si apre il resoconto degli anni che il ragazzo Chen, uno di questi universitari, trascorre tra i nomadi mongoli della regione dell'Olon Bulag, imparando a fare il pastore e il cacciatore. Egli è affascinato dal lupo non solo in quanto splendido animale selvatico ma soprattutto in quanto origine di sentimenti contrastanti da parte degli uomini di diversa cultura: temuto ma venerato come totem da parte delle popolazioni nomadi, temuto e detestato da parte dei cinesi cittadini e contadini (in questo caso un po' come avviene da noi, a partire dalle favole del genere di Cappuccetto Rosso o I tre porcellini, un lupo è sempre identificato come qualcosa di dispregiativo o comunque negativo). Chen deciderà dunque, in modo piuttosto egoistico, di tentare in ogni modo di appropriarsi di un cucciolo di lupo da allevare. "avvertì il desiderio di conoscere meglio i lupi: gli sarebbe piaciuto osservarli e studiarli da vicino. Intuiva che solo conoscendoli a fondo avrebbe compreso il mistero della prateria e degli uomini che la abitano."
"aveva letto molti libri sui popoli della prateria e sapeva che il lupo era il loro totem. Ma a quel tempo non riusciva a capire per quale ragione avessero scelto come progenitore e loro simbolo protettore proprio l'animale che i cinesi e i contadini odiano come il demonio."
"un popolo che fa di questo animale il proprio totem, che lo investe di un'aura di saggezza, lo ritiene il proprio antenato e lo chiama dio della guerra non può che essere un popolo destinato a vincere."
L'ambientazione in queste terre selvagge è affascinante, inizia là dove finisce "Scompartimento nr.6", (geograficamente parlando… ma forse anche politicamente, visto che anche qui non sono esenti le critiche al regime). La narrazione non ha la continuità e la corposità di un romanzo, ha più il tono e la struttura di un diario o cronaca o resoconto.
Il racconto può sembrare dispersivo per via del fatto che non si concentra esclusivamente sulla vicenda del lupetto adottato da Chen, ma si diffonde in svariate spiegazioni storiche, politiche, geografiche, economiche, naturalistiche e quant'altro. Questo sembra un difetto ma procedendo con la lettura rivela essere il suo pregio, le fornisce un carattere di maggiore completezza.
Al tempo stesso, punta più sull'immediatezza dell'azione che sull'emotività del paesaggio e delle atmosfere. Avvincente e avventuroso, anche un po' didattico e documentaristico, i personaggi sono però alquanto piatti. Di man in mano che si procede nella lettura, si scopre che l'autore, più che parlare dei lupi, vuole parlare delle differenze tra civiltà, soprattutto tra mongoli e cinesi, tra occidentali e orientali. Mentre i primi sono pastori, astuti, carnivori come i lupi, i secondi sono erbivori, pastori, paurosi e forse anche un poco tonti. Il desiderio del protagonista di allevare un cucciolo di lupo si pone nel mezzo tra questi due mondi, diventa qualcosa di emblematico perché è un affronto ad entrambe le opposte ideologie: i cinesi odiano troppo il lupo per pensare di allevarne uno, cibarlo e curarlo; i mongoli lo venerano troppo per pensare di abbassarlo al livello di un qualsiasi animale domestico. Messo così tra l'incudine e il martello, Chen si rende conto di essere troppo antico e al tempo stesso troppo moderno.
Alcune scene, forse per il loro realismo (ho letto da più parti che si tratta di un'esperienza autobiografica) sono molto crude: per me che non sopporto di vedere un peluche maltrattato da un bambino, su alcune scene di sofferenza degli animali mi è stato necessario leggere di corsa per passare oltre.
E' piuttosto ripetitivo nell'esprimere più volte il concetto che se sparisce il lupo allora spariscono anche i pastori e muore tutta la prateria. Eppure la discussione se i lupi debbano essere solo controllati o eliminati del tutto, mantenuti o no negli ambienti dove sono sempre stati, è un discorso quanto mai attuale: vale per i lupi qui sul nostro appennino, così come per gli orsi in abruzzo e in trentino; e si i può constatare facilmente la verità di questo insegnamento che nel libro viene ripetuto come un mantra: ad esempio nell'appennino tosco-emiliano, da quando il lupo è stato letteralmente estirpato, è sparita anche la pastorizia e per la montagna tutta è iniziato un periodo di declino per il quale ancora oggi non si vede bene la destinazione ultima.
Avendolo letto da poco, non posso non annotare le somiglianze con "I cosacchi" di Tolstoj, certo non nello stile e nella scrittura, quanto nel contenuto:
•Un giovane intellettuale che va a vivere tra le popolazioni di nomadi e cacciatori;
•Nella realtà moderna e civilizzata lui sarebbe anche superiore a loro, per censo e per istruzione; ma nel loro mondo, nella natura selvaggia, lui ha solo da imparare e soprattutto re-imparare a vivere a stretto contatto con flora e fauna;
•Il vecchio Bileg rappresenta la prateria mongola con le sue tradizioni, così come Zio Eroska in Tolstoj rappresenta le tradizioni e le popolazioni cosacche.
Nell'insieme rende una bella descrizione del rapporto uomo-animale, realistica e riflettuta, mai melensa, e che si applica a tutta l'umanità in generale e non soltanto alla prateria della Mongolia. In tutto il globo l'uomo si innamora della natura incontaminata, e contemporaneamente si ostina a sfruttarla e distruggerla senza riflettere sugli equilibri che va ad incrinare irrimediabilmente, il tutto in nome della sola speculazione economica, come se proprio non esistesse altro. Come in "Balla coi Lupi", anche qui c'è un malinconico e accorato canto funebre della prateria, della sua fauna e delle tradizioni delle sue popolazioni, e non sarà un caso se in entrambe le storie c'è di mezzo il lupo.
Infine, doveroso segnalare che mentre Rong cerca di esporre il mistero del lupo e del suo legame con l'uomo puntando su un effetto 'macro', cioè mettendo in campo praterie sconfinate, interi branchi di lupi famelici, terribili e invincibili, mandrie di imponenti cavalli, e greggi composte da migliaia di pecore, Giacomo Revelli nel suo racconto 'Nel tempo dei Lupi' riesce ad evocare lo stessa scintilla mettendo sulla scena una lupa soltanto, un pastore scentrato e un territorio ben più antropizzato della Mongolia. Entrambi consigliati, per riflettere sulla versione globale e locale di uno stesso problema.