Alle 12.40 del 10 luglio 1976 da una fabbrica dell’hinterland milanese si alza una nube carica di diossina che investe una vasta area e provoca una catastrofe ambientale che sconvolgerà la vita degli abitanti di Seveso. Laura Conti, medico e segretaria della Commissione sanità ed ecologia del Consiglio regionale lombardo, segue giorno per giorno lo sviluppo di quella crisi. Il romanzo, pubblicato nel 1978, nasce da quell’esperienza. Si sviluppa sul filo dei ricordi di Marco, dodicenne figlio di un artigiano di Seveso, e dei suoi dialoghi con la combattiva coetanea Sara, figlia di immigrati meridionali che abitano vicino alla fabbrica. Poco dopo l’incidente Sara affida a Marco la sua gatta, per salvarla dall’abbattimento degli animali nella Zona A, la più inquinata; ma la gatta sta troppo male e muore. Assistiamo, intanto, alle prime reazioni di paura, rifiuto e confusione da parte della popolazione e degli amministratori locali. Tra i bambini si manifesta una misteriosa malattia della pelle e tra le donne incinte cresce il timore di malformazioni. Nel giro di poche settimane centinaia di abitanti della Zona A e poi anche della Zona B, dove vive Marco, devono abbandonare le loro case e trasferirsi in un grande albergo. Qui i due giovani protagonisti si trovano ad affrontare contemporaneamente i turbamenti della pubertà e la crisi della loro comunità, che svela le menzogne e le fragilità degli adulti. E mentre si consolida la relazione tra Sara e Marco, matura un dramma che cambierà il corso delle loro vite. In tempi di pandemia e cambiamento climatico, una lettura quanto mai attuale.
Sabato 10 luglio 1976, alle 12.37, la valvola di sicurezza del reattore B dell’Icmesa cede e lascia fuoriuscire una diossina, la tetraclorodibenzoparadiossina o TCDD, che è la più tossica di tutte. Più specificamente, un solo grammo di diossina può contaminare migliaia di persone e dal reattore fuoriuscirono dai 15 ai 18 chilogrammi di diossina. Inizialmente si diffuse un odore acre che causò un’infiammazione agli occhi. Successivamente iniziarono a morire gli animali: cani, gatti, mucche, conigli, ma anche tutti i pesci e gli uccelli. Molte persone, fra cui diversi bambini, furono colpite da cloracne (seria forma di dermatosi dovuta all’esposizione al cloro). Quando ci si rese conto dell'effettiva gravità della situazione, all'incirca 700 persone furono costrette ad abbandonare le loro case e a trasferirsi in albergo, senza poter prendere nulla perché era tutto contaminato. Inoltre, durante le operazioni di bonifica molte case furono distrutte e molti animali abbattuti. Laura Conti, medico e segretaria della Commissione sanità ed ecologia, nonché consigliere regionale del PCI in Lombardia, ha analizzato da vicino il disastro di Seveso; ne ha potuto constatare dal vivo le effettive conseguenze, traendone spunto per un libro divulgativo "una lepre con la faccia di bambina". Il romanzo racconta la storia di due ragazzi dodicenni, Marco e Sara, le cui vite vengono profondamente colpite dalla tragedia. Nonostante i protagonisti siano di diversa estrazione sociale, tra i due giovani nasce un’amicizia speciale. La tragedia viene narrata da Marco che racconta di un silenzio profondo, dovuto in parte alla morte di tutti gli animali, ma soprattutto alla paura e alle menzogne degli adulti. Questi ultimi non si sono impegnati a trovare un linguaggio adatto per spiegare ciò che stava avvenendo, ma anzi, hanno fornito solo le poche informazioni che credevano fosse giusto dare. Un esempio è la frase che la madre di Marco rivolge al figlio, prima di allontanarlo dalla zona contaminata: “tu non sai niente, è meglio così”. Laura Conti ha usato un linguaggio che definisce “un italiano da stranieri”: non sono usati nè il congiuntivo nè il condizionale, ma anche il futuro e il passato vengono sostituiti dal presente o dall’imperfetto. Inoltre il vocabolario in generale è molto povero: non compaiono pronomi relativi o riferimenti a emozioni e stati d’animo. Nella prefazione la scrittrice motiva questa sua scelta dicendo che il modo di esprimersi dei protagonisti è simbolo della loro povertà culturale. Personalmente, pur comprendendone le ragioni, non riesco ad approvare questa scelta. Ho trovato estremamente fastidioso e forzato l’uso sbagliato dei tempi verbali in frasi come “e facevo finta che mi guardavo” o “mi sono stretto le braccia al petto per la paura che vedeva la forma della gatta”. Inoltre, anche tutte le emozioni vengono eliminate e sostituite in egual modo da “un’incazzatura” che sembra l’unica emozione provata da Marco. In questo modo si riduce eccessivamente la descrizione della personalità di un bambino che diventa adulto attraversando un’adolescenza molto particolare e sicuramente ricca di stimoli, scoperte e forti emozioni. Pertanto, mi sembra che, l’uso di un linguaggio così scarno e grammaticalmente sbagliato, descriva in modo troppo semplicistico la tragedia di Seveso e le grandissime problematiche che ne derivano (l’aborto terapeutico, gli effetti teratogeni, la cloracne...).
Il 10 luglio del 1976 nell'azienda ICMESA di Meda, vicino Milano, un incidente causa la fuoriuscita e la dispersione di una nube di diossina, sostanza tossica usata per i pesticidi, provocando danni tuttora incalcolabili.
In quegli anni Laura Conti è consigliere regionale della Lombardia e si impegna in prima linea anche affinché gli abitanti delle zone limitrofe vengano informati delle ripercussioni dell’incidente sia sulla salute umana che su quella di animali e ambiente. Pubblica due testimonianze riguardo quegli avvenimenti un saggio "Visto da Seveso" e un romanzo destinato ad un pubblico più giovane: "Una lepre con la faccia da bambina”.
Protagonisti del romanzo sono Marco e Sara, due dodicenni con origini e background culturale estremamente diversi, ma uniti da un sentimento di profonda amicizia, che si trovano in un momento critico come quello della pubertà, si trovano a dover affrontare contemporaneamente la crisi della loro società.
Indossando con credibilità e disinvoltura un linguaggio scarno e di strada che non le è proprio, Laura Conti riesce a rendere la complessità del disastro e presentarne le implicazioni senza ricorrere a semplificazioni, dimostrando la capacità di saper essere ascoltata e capita da tutti.
Leggendo questo titolo risulta impossibile non fare paragoni con l'attuale situazione di emergenza sanitaria ad esempio nel modo in cui hanno reagito tanto i cittadini, quanto le autorità. Anche stavolta come allora c'è stato il proliferare delle fake news, il voler minimizzare la portata reale del pericolo, il ritardo da parte delle autorità nell'attuare misure di sicurezza, ci sono stati gli approfittatori e gli sciacalli.
Oggi come allora a pagare le conseguenze del disastro sono state anche e soprattutto le categorie già più fragili: i bambini e le donne. Nei confronti dei primi, gli adulti non sempre si sono impegnati per trovare un linguaggio adatto spiegare ciò che stava avvenendo allora e ciò che sta avvenendo al giorno d’oggi. Le donne all'epoca si trovarono ,con ben poco supporto, al centro di un dibattito sul tema dell'aborto terapeutico e sulla possibilità in generale che sia una scelta della donna. La pandemia in atto, invece, ha ulteriormente aumentato le già esistenti disparità di genere. Dai dati Istat del 2020 è emerso che gli occupati sono diminuiti di 444000 e di questi il 70% è costituito da donne.
A distanza di circa cinquant’anni di Laura Conti colpiscono non solo la lucidità e la chiarezza nel descrivere gli aspetti e le conseguenze del disastro, ma anche e soprattutto la conoscenza profonda dell’animo umano e delle diverse declinazioni delle reazioni nei confronti di quanto avvenuto.
Questo libro è l’esempio di come la letteratura per lei non sia qualcosa di altro, di separato dal suo impegno politico ma un complemento a esso, un modo per veicolare i messaggi nei quali crede sfruttando l'empatia del coinvolgimento umano.
Grazie al suo impegno l'ecologia diviene un tema d'attualità in Italia ed è da quell'incidente che nascerà anche la "direttiva Seveso", normativa europea sul controllo dei rischi industriali. Da allora molto è cambiato ma ce n’è ancora di strada da fare.
Il primo passo per l’azione è la conoscenza, che parte anche dalla riscoperta delle parole di questa figura curiosa, tenace e coerente, che oggi è possibile grazie alla ripubblicazione di alcuni dei suoi testi da parte della case editrice Fandango.
Il 10 del ‘76 da una fabbrica dell’hinterland milanese si alza una nube carica di diossina. È un vero e proprio disastro ambientale che colpirà soprattutto gli abitanti di Seveso. Il racconto si basa sui ricordi di Marco, ragazzino di 12 anni figlio di un artigiano di Seveso, e dei suoi dialoghi con Sara, coetanea, figlia di immigrati meridionali che abitano vicino alla fabbrica. È una lettura attuale considerando la pandemia degli ultimi anni, i disastri ambientali, la crisi climatica, le notizie false, le informazioni trattenute. Un momento in cui il popolo viene abbandonato a se stesso, dove nessuno sa niente, e spesso quel poco che si sa non è vero, dove il danno viene minimizzato e dove, come spesso accade, a rimetterci di più sono le donne e i bambini (oltre che l’ambiente). Molto interessante la scelta del linguaggio usato da Laura Conti: l’italiano infatti è tutt’altro che perfetto; d’altronde a parlare sono due bambinə di 12 anni (gli errori grammaticali dovuti al dialetto possono essere frequenti). Questa scelta trasmette bene anche l’idea di povertà e abbandono. Personalmente non è stata una caratteristica che mi ha infastidito, anzi, l’ho trovata più che azzeccata, ma capisco se a qualcuno possa dare fastidio. In generale è stata una lettura interessante; forse mi aspettavo qualcosa in più, ma tutto sommato sono soddisfatta; ci sono stati anche dei punti in cui mi sono un po’ commossa perché la portata degli eventi è parecchio pesante, emotivamente parlando. Ve lo consiglio.
La tragedia di Seveso (oggi provincia di Monza Brianza- MB) del 10 luglio 1976, quando una nube tossica di diossina si liberò’ dalla fabbrica ICMESA (controllata dalla società svizzera Givaudan appartenente alla multinazionale Hoffmann-LaRoche) ubicata a Meda.
Un disastro che provocò l’avvelenamento di persone, animali, piante nei dintorni, e qui raccontato dalle parole di 2 ragazzini, amichetti di giochi, già distanti tra loro per estrazione sociale, in quanto Marco benestante, figlio di imprenditori, Sara povera e meridionale, figlia di emigranti comunisti.
I due ragazzini, alle prese con le prime novità e le crisi della pubertà, si avvicineranno ancor più e vivranno i cambiamenti della loro epoca (per esempio l’aborto in Italia e le dispense date alle donne incinte della Brianza durante tale tragedia ambientale), oltre che del loro corpo.
Gli eventi sono narrati con gli occhi dei ragazzini, in crisi per l’evento disastroso, lo sgombero forzato, le bugie raccontate dai governanti e dagli adulti, che dicono una cosa e ne fanno un’altra.
Sarà proprio la piccola Sara, la meridionale, poco brava a scuola, di famiglia comunista, ad aprire gli occhi al suo amico e ad aiutarlo a superare la crisi del momento; proprio lei, la più ammalata.
Libro davvero bello ed attuale. Da leggere assolutamente, perché pur cambiando il nome dell’evento disastroso ( che sia l’avvelenamento da nube tossica, la pandemia da Covid o altro) l’atteggiamento di governi, scienziati e persone resta lo stesso, ossia incoerente, irresponsabile, spesso negazionista di fronte all’evidenza dei fatti.
Lettura imperdibile per noi italiani. Per non dimenticare.
Capisco che il narratore è un dodicenne, capisco che erano gli anni '70, capisco tutto. Ma questo non giustifica un libro senza capitoli: leggere questo libro è stato difficile non solo per quello che viene raccontato (e in alcune parti abbozzato, come verso la fine), ma per come viene raccontato. Il flusso di coscienza è una tecnica che solo pochi scrittori sono capaci di utilizzare, ma Laura Conti (medico e politica) non è stata in grado di utilizzarla appieno. E mi sembra quantomeno inverosimile che il figlio di un medio borghese si esprima come un ignorante: non ci credo proprio. Anche il meccanismo di negoziazione degli adulti non viene approfondito: solo leggendo la prefazione e le note si capisce perché i "grandi" continuavano a negare l'esistenza della diossina. Se non le avessi lette, mi sarebbe venuta la rabbia, perché non riesco a credere che gli abitanti della zona di Seveso abbiano negato in modo così plateale il disastro.
Peccato, avevo grandi aspettative sulla narrazione di uno dei disastri più gravi avvenuti nella storia italiana recente. Stefano Nazzi è stato molto più efficace
Esce oggi, riproposto da Fandango libri, un libro molto interessante di Laura Conti, intitolato UNA LEPRE CON LA FACCIA DA BAMBINA. Attraverso pagine romanzate, l’autrice racconta di un episodio doloroso relativo all’Italia di quarantacinque anni fa e riporta alla memoria, un contesto storico e culturale diverso da quello di oggi, ma con elementi di grande attualità.
La brevissima introduzione Marco Martorelli, fornisce alcuni elementi importanti per entrare meglio nello spirito della lettura. Il dieci luglio 1976, da un’industria chimica nell’interland milanese si spirigiona una nube di diossina. Laura Conti in quel periodo sta svolgendo il ruolo di consigliere regionale del PCI e riveste inoltre l’incarico di segretaria della Commissione Sanità ed Ecologia del Consiglio regionale della Lombardia. Rimane colpita dalle conseguenze di questo disastro, e decide di scrivere un libro volto a spiegare la portata dell’evento e le conseguenti ripercussioni fisiche e psichiche sulla popolazione.
Fandango libri ripropone tre dei romanzi di questa talentuosa e purtroppo scomparsa autrice. UNA LEPRE CON LA FACCIA DA BAMBINA è uno di questi e nonostante sia piuttosto breve, suscita sensazioni intense.
Inizialmente concepito come libro di divulgazione, in seguito cambia forma e si presenta nella veste di rappresentazione della crisi del processo formativo. Il nucleo fondamentale è sempre la tragedia di Seveso, un problema sanitario, ecologico, educativo.
Con un linguaggio molto semplice, adatto a rendere il clima e il contesto culturale e sociale delle vicende prese in considerazione, La Conti racconta attraverso gli occhi ingenui e taglienti di Marco e Sara, l’incidente occorso allo stabilimento dell’Icmesa e tutto ciò che ne consegue.
Pagine inquietanti, dove si respira tensione, pregiudizio e tanta paura. Marco impara che di certe cose non può parlare a nessuno se non con Sara e anche lei non sempre dice tutta la verità. Il mondo gli appare oscuro e contraddittorio, intriso di inganni e autoinganni. Pagine significative e illuminanti che mostrano dalla prospettiva dei ragazzini, quanto possano essere irrazionali, discutibili e intrisi di menzogne, gli atteggiamenti di chi dovrebbe proteggerli dal pericolo.
Lettura istruttiva e alla luce dei fatti di oggi, inquietante. Adatta a tutti.
L'argomento trattato, il disastro di Seveso del '76, é sicuramente interessante; ho apprezzato molto la sottotrama legata alla questione degli aborti per malformazioni dovute alla diossina e lo sguardo che il libro riporta sul contesto dell'Italia di allora, un'Italia cattolica e conservatrice in cui il diritto all'aborto ancora non esisteva.
Al di lá di questo, ho trovato tanti problemi che mi hanno impedito di godermi la lettura: in primis, i personaggi (tutti) sono privi di profonditá emotiva, e sembra ricoprano ognuno lo stesso e identico ruolo dall'inizio alla fine: il padre attaccato al denaro, la madre ansiosa, il figlio ingenuo, l'amica irriverente, senza alcuna evoluzione. Inoltre, per quanto io comprenda la scelta stilistica dell'autrice di adottare quello che sarebbe il modo di esprimersi del protagonista, un ragazzino di 12 anni brianzolo degli anni '70, la lettura mi é risultata piuttosto fastidiosa. Infine, il libro risulta troppo retorico in alcune sue parti, soprattutto quando si affronta il tema dell'adolescenza e la scoperta della sessualità dei due protagonisti. Boh, grandi potenzialitá inespresse, forse.
bo, juvenil, tracta el descobriment del propi cos i fer-se gran (problemes individuals) en el context d'una crisi sanitaria (problemes comunitaris) i també hi i trodueix el tema de l'avortament (problema moral privat i públic)
L'innocenza di Marco racchiude tutta la drammaticità di una tragedia indimenticabile. Un pugno nello stomaco. Una lettura necessaria, troppo vicina forse al nostro tempo.