Racconti di Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Antonella Lattanzi, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi e Hamid Ziarati.
Ci sono ferite enormi, insanabili, e piccole lacerazioni nel tessuto del mondo come dentro di noi. Ci sono gesti che curano e gesti che distruggono. Ci sono storie che parlano da sole. Sette grandi scrittori e sette grandi scrittrici festeggiano con un racconto i cinquant’anni di Medici Senza Frontiere, che da sempre s’impegna a curare le ferite degli altri, ovunque si trovino.
«Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide»: è la risposta di Medici Senza Frontiere alla consegna del Premio Nobel per la Pace nel 1999, «in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico». E parole vive hanno donato quattordici grandi scrittori, in quest’antologia che è un regalo corale a Medici Senza Frontiere, oggi presente in più di settanta Paesi. Come MSF, che si muove su tanti fronti, dalle guerre alle pandemie, dalle migrazioni ai disastri naturali, cosí gli autori hanno interpretato il tema della ferita – provocata o sanata – in modo diverso. C’è chi ha scelto una via civile e chi un tono intimo. C’è chi parla di migrazione: Jhumpa Lahiri affronta il tema del razzismo e racconta quanto può ferire il rifiuto, Melania G. Mazzucco mette a nudo la lontananza dei mondi dentro una stanza di ospedale, Hamid Ziarati, attraverso un incontro fra fuggitivi, ci fa capire che la migrazione è anche solitudine, Evelina Santangelo cerca una nuova prospettiva per guardare il dolore, nel Mediterraneo come in una pandemia, Helena Janeczek ci porta in una terra lacerata linguisticamente e culturalmente, Diego De Silva, sbeffeggiando i luoghi comuni sovranisti, descrive la violenza di una società cieca e Marco Missiroli decide di scomparire per lasciare il posto alle parole vere di un naufrago morto in mare. C’è chi sceglie l’infanzia, come luogo della ferita originaria. Domenico Starnone s’interroga sui limiti dell’empatia di fronte alla scoperta del dolore degli altri, Sandro Veronesi riflette sulla nostra stessa capacità di ferire, per dirci che la vita insegna a convivere col male che ci è stato fatto come con quello che abbiamo fatto noi, e Marco Balzano sulle cose perdute, fra cui la nostra innocenza. Ma spesso sono i rapporti più stretti che feriscono, e tutto succede molto vicino. Marcello Fois racconta un femminicidio, Antonella Lattanzi la follia della violenza domestica attraverso un’amicizia fra adolescenti, Rossella Milone il corpo e un dispetto meschino durante una separazione, Donatella Di Pietrantonio quanto sia difficile per una figlia adulta riconoscere la libertà di sua madre senza sentirsi tradita. «Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa. | Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito», scriveva Wisława Szymborska. È solo un libro, ma è bellissimo. (Caterina Bonvicini)
Vive e lavora fra Roma e Milano; si è laureata in Lettere Moderne all'Università di Bologna, città nella quale è cresciuta, trasferendosi poi a Torino, dove ha lavorato per la casa editrice Einaudi.
Pubblica con Einaudi i romanzi Penelope per gioco (2000) (Premio Letterario Edoardo Kihlgren, premio Città di Penne, premio Rapallo-Carige opera prima), Di corsa (2003) Premio Fiesole Narrativa Under 40.[2] e la raccolta di racconti I figli degli altri (2006).
Con il romanzo L'equilibrio degli squali, pubblicato da Garzanti nel 2008, vince nello stesso anno il Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice, il Premio Fregene per la narrativa[3] e il Premio letterario Frignano,[4]. Il romanzo viene tradotto in Spagna (2009, Alfaguara), in Germania (2010, Fischer Verlag), in Olanda (2010, De Geus) e in Francia (2010, Gallimard), dove vince nel 2010 il premio internazionale Grand prix de l'héroïne Madame Figaro. Nel 2010 esce Il sorriso lento (Garzanti) che nel 2011 vince il Premio Bottari Lattes Grinzane e viene tradotto in diversi paesi
Einaudi ha deciso di sostenere Medici Senza Frontiere con una antologia di racconti di grandi autori curata da Caterina Bonvicini e pubblicata in occasione del cinquantesimo anniversario dell’associazione che ha ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1999.
Che la qualità letteraria sia altissima è testimoniato dall’elenco degli scrittori che hanno contribuito gratuitamente alla pubblicazione: dall’immaginifico “I bigliettini” di Jhumpa Lahiri al “Riccio” di Veronesi, dallo schieratissimo Diego De Silva di “Non passa lo straniero” alla lettera raccontata da Missiroli – che commuoverà anche il cuore più cinico. Come normalmente accade in una antologia di voci così diverse, qualcosa risponderà al nostro gusto più di altro, e qualche pagina magari verrà allegramente saltellata, ma è parte del fascino di operazioni letterarie di questo genere. Quello che non passerà, certamente, sarà il concetto stesso di ferita sviluppato da quattordici penne capaci di suscitare pensiero.
Ed io, modestamente, la settimana scorsa ero in terrazzo in uno di quei pomeriggi assolati in cui Milano gode di un cielo azzurro limpido appena appena interrotto, a tratti, da qualche minima nuvola leggera. Alzando lo sguardo, come faccio spesso per aeronautica derivazione familiare, mi son reso conto di una mancanza che non avrei creduto di avvertire: Casa23 è giusto sotto una rotta aerea, nemmeno troppo lontana da quei momenti che sembrano sempre miracolosi in un cui un apparecchio stacca l’ombra da terra (cit.) e acquista l’agilità di chi non è fatto per muoversi con le ruote a terra.
Nel cielo, come inevitabile conseguenza dell’anno terribile che abbiamo vissuto e che ancora cerchiamo faticosamente di lasciarci alle spalle, non c’era nemmeno una scia (tra l’altro, ma i complottisti delle scie kimike!!! che tanto mi divertivano online dove son finiti?).
Ho avvertito un senso di mancanza. Di più: una ferita. Come se quelle strisce bianche mancanti nel cielo fossero il riassunto scenografico di un mondo che si è fermato, di storie che non saranno vissute, di incontri che non avverranno, di occhi che non guarderanno bellezze.
«Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide». Queste sono le parole con cui Medici Senza Frontiere ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1999, «in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico». Oggi, per i cinquant’anni di azione medico-umanitaria della ong, curando le ferite degli altri in più di settanta paesi, sette grandi scrittrici e sette grandi scrittori - tra cui Donatella Di Pietrantonio, Melania G.Mazzucco, Helena Janeczek, Donatella Di Pietrantonio, Marco Balzano e Sandro Veronesi – partecipano all’antologia “Le ferite”, curata dalla scrittrice Caterina Bonvicini (Einaudi, pp.152 €17,50).
Un libro-manifesto – gli autori hanno ceduto gratuitamente i racconti, la curatrice ha rinunciato al suo compenso e l'editore devolverà l'utile del progetto – in cui il tema del rapporto con l’Altro è declinato con grande empatia: apre le danze il premio Pulitzer, Jhumpa Lahiri con “I bigliettini” in cui il tema del razzismo e della violenza verbale colpisce il lettore per il tono schietto, seguito da “Il riccio” con il due volte premio Strega, Sandro Veronesi che racconta la scoperta della morte e le dirette conseguenze delle singole azioni; Evelina Santangelo – “Che sia mare o terra” – e Diego De Silva – “Non passa lo straniero” – affrontano invece il tema della violenza sovranista e della xenofobia di petto; la scrittrice siciliana racconta «i destinati a essere la generazione che non aveva più niente da raccontare», annodando l’etimologia greca di catastrofe ai barconi che si capovolgono nel mare, un bollettino di vittime che siamo fatalmente destinati a dimenticare; l’autore napoletano, invece, prende di mira le fake-news e la violenza verbale che ci annienta e offusca i sensi ogni giorno, celando il dramma umanitario sotto una coltre di meschinità pro domo nostra. E ancora, Marco Missiroli chiude il volume, con la lettera che Samir - un ragazzo egiziano giunto cadavere a Pozzallo – aveva scritto alla propria amata, prospettandole un futuro. L’antologia costruita con cura da Caterina Bonvicini – che sul proprio account Twitter racconta quotidianamente il mondo delle ong – mescola racconti che si avvicinano e si allontanano dall’attualità, come nel caso di Domenico Starnone (“Lacerazione”) che si concentra sul valore che diamo all’altrui sofferenza e Antonella Lattanzi (“Chiara”) con il racconto della violenza che straripa fra le mura domestiche per una ferita impossibile da dimenticare.
La voce del video mi arriva come un colpo di pistola in fronte: «Joseph non ce l'ha fatta. Arresto cardiaco». Meccanicamente vado su play. Guardo il video da capo, lo blocco qualche minuto prima della fine. Torno all'inizio, blocco di nuovo il video qualche minuto prima. Lo guardo tutt'intero dal primo minuto all'ultimo nella speranza che alla fine succeda qualcosa. L'imprevedibile che si compie: il bambino avvolto nell'oro e salvo. Con gli occhi neri luccicanti di un pianto ridotto a piccoli singulti che guardano fissi un lembo di pelle sul viso della madre, un frammento di labbra che hanno imparato a riconoscere. È cosí che vanno le cose, se c'è una giustizia a questo mondo, se non è tutto perduto, e invece arriva puntuale quel minuto del video in cui tutto è perduto. «Portato con l'elisoccorso all'ospedale... non ce l'ha fatta». E io che potrei spegnere il computer, rinchiudere quel dolore nel buio dello schermo, mi ritrovo invece disarmata dinanzi al fermo immagine del gommone arancio in mezzo ai rifiuti galleggianti di un naufragio, come quella scimmia biancogrigia che ho visto in un documentario.
4 ⭐️ Quattordici grandi racconti scritti per i cinquant’anni di medici senza frontiere. Tra gli scrittori troviamo i più famosi come Marzo Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Domenico Starnone ecc con dei brevi racconti molto belli e commoventi.
"Ci sono però ferite che non si vedono, ad esempio la tubercolosi è una di quelle malattie specializzate nell’infliggerti questo tipo di cicatrici. Ora, immaginate come possa essere avere una profonda cicatrice sui polmoni. Ci riuscite? Io no, ma Zulfiya invece lo sa. Durante la mia prima visita in un reparto pediatrico di un ospedale in Uzbekistan, tutto il suo corpo di ragazzina di 14 anni era racchiuso in un bozzolo di rabbia e paura. Zulfiya mi ha insegnato che quando la vita ti schiaffeggia, più che il lato sofferente è importante guardare il lato ironico e luminoso, rimanendo grati di esser vivi".
Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l'ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l'Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l'ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un alvoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai qusta lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre. Samir (Dagli Archivi della Polizia di Stato)
“Il che per un bambino di otto anni sembrava una condanna terribile, e invece non lo era perchè col tempo, crescendo, avrei imparato la cosa più importante che c’è da imparare nella vita, e cioè che non solo siamo in grado di convivere col male che ci è stato fatto, ma anche con quello che abbiamo fatto noi.”