Zibaldonesco e blobboso, il libro, con le sue oltre cinquecento pagine, tende costantemente a esorbitare dal compito che annuncia nel titolo, quello di tracciare una mappa della rivolta (di destra o di sinistra) contro la globalizzazione, e ingloba e assimila di volta in volta qualunque argomento correlato, diventando una sorta di panoramica di largo, larghissimo respiro sulla globalizzazione, con le sue vittorie e le sue magagne, e quindi su un po' tutte le vicende politiche e sociali del Mondo negli ultimi vent'anni se non di più. Tra l'America di Trump e la denatalità giapponese, tra il terrorismo islamico e le crisi migratorie, il tema della rivolta finisce un po' marginalizzato.
L'autore è giornalista, il taglio è giornalistico, e a fianco dei dati ci sono soprattutto molte storie e narrazioni, vicende di persone che l'autore ha incontrato girando un po' in tutto il globo, e una certa tendenza alla ricerca del sensazionale, tipicamente giornalistica (sarà un giorno possibile parlare di Giappone senza citare ciliegi e samurai?).
Dati e storie e anche (per fortuna) un certo anelito all'analisi, non sempre tuttavia all'altezza del tema trattato, all'altezza dell'ambizione dell'autore di coprire tutto, ma proprio tutto. A tratti lo sviluppo del libro si fa arruffato, un po' confuso, e sembra quasi di avere a che fare con varî articoli di giornale incollati uno a fianco all'altro, senza che emerga un disegno generale.
Tra le tante cose di cui parla il libro ricorderò con non poca inquietudine le pagine sui problemi ambientali: spero che il catastrofismo dell'autore si riveli davvero tale e ci siano ancora margini per evitare o comunque affrontare gli annunciati tracolli globali; e poi, invece, ricorderò con piacere tutto il capitolo sul tema delle fake news, tema finalmente ricollocato in un'ottica non allarmistica, restituito a una prospettiva complessa e controintuitiva: dati alla mano, l'autore afferma che ora si parla tanto di notizie false non perché queste siano aumentate dopo dei presunti bei tempi andati in cui, signora mia, c'era rispetto per la verità (si mentiva tanto e spesso pure in passato), bensì perché, al contrario, oggi ci sono maggiori strumenti per individuarle e discuterle, le bugie, che provengano da politici o da ciarlatani. Non potrei essere più d'accordo.
L'ultimo capitolo riassume vantaggi e svantaggi della globalizzazione, proponendo una lunga serie di "rimedî" ai secondi, ma si tratta di una lista eterogenea che va da proposte precise più o meno condivisibili, ad altre molto più vaghe e poi appelli al buon senso che lasciano il tempo che trovano. Non saranno certo queste pagine che più ricorderò del libro, inoltre ho il forte sospetto che gli eventi storici di portata globale siano "governabili" come lo siano terremoti o tsunami, cioè non lo siano, e si possa aspirare o sperare al massimo di metterci delle toppe una volta che siano passati e si siano quantificati i danni (magari rinunciando all'ingegneria sociale su larga scala e concentrandosi quegli interventi "a spizzichi" di cui parlava il buon vecchio Popper).