Non c’è dubbio questo è un libro sulla famiglia, sui ricordi d’infanzia, sulle avventure stile Goonies che si potevano vivere in un giardino selvaggio ed in una casa antica, tutta da scoprire e piena di misteriose presenze. È ironico quanto basta, come lo può essere il ricordo di chi è stato bambino divertendosi mentre cercava di interpretare il mondo degli adulti.
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Trovo però che la più grande lezione di questa storia sia sulla “normalità”. Si perché credo che “normale”, per ognuno di noi è ciò a cui siamo “abituati”. E allora può essere normale arrampicarsi su un albero, indossare un cappello con la bandierina o lasciare la cena al fantasma che vive in casa.
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Arriverà sempre qualcuno che dirà che ciò che facciamo “non è normale”, che ci vorrà condurre su altri binari, di un’altra normalità.
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Anch’io ho i ricordi di me bambina e degli immancabili confronti con “le case degli altri”.
L’orto del vicino in fondo è sempre più verde.
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Ecco io non credo che sia corretto parlare di “ricchezza nella diversità” perché nel “diverso” c’è sempre un paragone, con chi non si sa. Diverso da chi, da cosa?
Credo ci sia “ricchezza nella normalità” e ognuno di noi ha la sua e come tale andrebbe rispettata, soprattutto se rende felici, sereni, allegri ... creativi.
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Ero affascinata dall’idea di conoscere un Renzo Piano papà, ma ho trovato molto di più, ho trovato una libertà d’animo e di pensiero, forse l’insegnamento più grande.
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È stato difficile allontanarsi da quelle pagine di scorribande infantili, forse come lo è entrare nell’adolescenza e vedere tutto cambiare.