Ho ascoltato l'audiolibro e mi ci è voluto tempo. Non è un libro per tutti e non lo è a seconda dei momenti che viviamo. Se lo avessi letto o ascoltato in giorni difficili, avrei trovato difficoltà a non farmi cogliere dal velo di tristezza che appare qua è là. Ma la tristezza non è il cardine del libro. C'è la malattia, c'è la riflessione sulla morte, ma c'è anche tanta riflessione sull'uomo e il suo ruolo, sulla natura, sull'amore, il rimpianto, il giardino. Proprio così ho letterariamente conosciuto questa scrittrice: tramite la comune passione per il giardinaggio, in cui lei eccelleva e io arranco ma con un piacere tutto mio personale anche nell'arrancare. La malattia, il dolore, la morte diventano pretesto per parlare anche di altro, per ricordare, per rimpiangere un istante e nello stesso tempo riaffermare con coraggio le proprie scelte, e tutto con una attenta osservazione di quello che succede attorno, anche le più piccole cose, che è poi una delle caratteristiche principali di chi ama "giardinare". Perché questo testo è prezioso? Potrei dire per la immensa cultura di chi l'ha scritto, una donna come poche, scrittrice, saggista, traduttrice, oltre che giardiniera. Ma no, a parte la cultura, che pure emerge e che per me ha un valore enorme, è il tipo di sguardo con cui l'autrice spazia intorno e dentro di sé che rende tutto questo degno di lettura, e di una lettura attenta, quasi religiosa. L'osservazione del piccolo mondo naturale, e delle persone che ne fanno parte, visto e curato con un affetto tangibile, diviene un modo di interpretare la vita, e quel mondo è una delle poche oasi di pace. Pace che non è sempre data, che necessita, proprio come la cura delle piante, di una certa dose di ostinazione nella ricerca, pace che si trova dentro e poi si trasmette anche fuori, serenità che può essere data dalla natura solo per quanto siamo disposti a cercarla. E la tristezza è tristezza di chi ( e in questo provo una strana comunanza di sentire) ha messo radici profonde nella terra che ama e sa quanto sforzo e dolore comporti il doversene separare, la malinconia di chi ama la vita e se ne accomiata in modo allo stesso tempo straziante e razionale, senza mai negare se stessa e la propria dignità. Perché lo sguardo di Pia Pera è sempre estremamente lucido, mai cade nel sentimentalismo fine a se stesso, mai nel comune piagnisteo,a volte con ironia tagliente,a volte con un leggero sorriso. Ci sono persone eteree che paiono creature fatte d'aria, ci sono persone fatte di terra e che alla terra appartengono e forse queste ultime fanno più fatica ad accettare di perdere le radici e tutto quello che ci è attaccato. Io credo di far parte del secondo gruppo. Non oso certo giudicare a quale categoria di persone appartenesse l'autrice, che conosco solo a mezzo stampa, ma in quel descrivere l'ineluttabile con leggerezza e malinconia, ho sentito fremere quella stessa paura di perdermi. Ed è per questo che questa ultima fatica è un gioiello: perché fa quello che fanno i libri, quelli importanti, quelli che si chiamano classici: danno una chiave di lettura del mondo. La riflessione e il diario intimo sono un inno potente alla vita, alla bellezza, alla forza della natura, da parte di una persona che sa di dover partire presto. E non perché lo vuole. In questo sta l'universalità del messaggio, la lezione che ci viene data e la necessità di darla, che se ne parli, che si abbia a cuore anche la diffusione della cultura emotiva, oltre che di quella tecnicistica, che pare aver trasformato noi uomini in macchine produttive senza slanci. Non è forse questo il ruolo della letteratura, come ne parlano Umberto Eco e il filosofo Galimberti e più di recente, Recalcati? L'educazione emotiva che dovrebbe insegnare ad avere proprio quello sguardo, a capire e com-patire (sumpatein, soffrire insieme): "rifiuto di un’intelligenza che presume di prescindere dalla bontà, dall’affetto".
In questo riflettere sul fine vita, sull'immobilità forzata che la rende simile a una pianta, emerge tutto il bello e la voglia di fermarlo, e di vederlo bello ancora un altro po'. Come dice la poesia di Stevenson alla fine:
Bed in Summer (A letto d’estate)
In Winter I get up at night
And dress by yellow candle-light.
In summer quite the other way,
I have to go to bed by day.
D’inverno mi alzo la notte,
E mi vesto alla luce gialla della candela.
D’estate è tutto il contrario,
Mi tocca andare a letto di giorno.
I have to go to bed and see
The birds still hopping on the tree,
Or hear the grown-up people’s feet
Still going past me in the street.
Mi tocca andare a letto e vedere
Gli uccellini saltellare ancora sull’albero,
Oppure sentire i passi dei grandi
Che se ne vanno ancora per la strada.
And does it not seem hard to you,
When all the sky is clear and blue,
And I should like so much to play,
To have to go to bed by day?
Ma non vi pare brutto,
Col cielo così chiaro e azzurro,
Quando si vorrebbe tanto giocare,
Dovere andare a letto di giorno?