1. MOLLOY *****
Nella stanza che fu di sua madre, Molloy, un vecchio ormai senza più le gambe, guercio da un occhio e con molte rotelle fuori posto, scrive senza sosta, come un fiume in piena riversa sulle pagine quello che ricorda, o che crede di ricordare, o che vuole a modo suo ricordare del viaggio intrapreso nell'ultimo anno per arrivare a casa della madre (con cui aveva una questione da sistemare). Questo viaggio durato circa un anno, Molloy l'ha condotto entro i confini di una contea grande appena 5 chilometri quadrati, dapprima in bicicletta, poi sulle stampelle, infine strisciando.
E' una narrazione fatta di reticenza, di confusione, di menzogne, di scoppi d'odio, d'indifferenza, d'introspezione frustrata e inutile, di osservazione della propria progressiva decadenza, d'autocompiacimento nella descrizione della propria lordura e sudiciume; è capace di fissarsi a lungo, in modo ossessivo e persecutorio, su particolari del tutto inutili e allo stesso tempo di sorvolare del tutto altri aspetti senza ragione alcuna, su niente vuole gettare luce perché non ha alcun interesse a chiarire nulla, aspira piuttosto a una condizione ideale di felicità, di pace assoluta, quella cioè di sapere di non poter sapere nulla.
Molloy naturalmente fallisce nel suo scopo, non arriva alla casa della madre se non dopo che questa è già morta ed è stata portata via. Ma in fondo Molloy non aveva nessuno scopo e il suo agire alcuna motivazione o spiegazione. Così il suo fiume di parole si interrompe bruscamente in un fosso al limitare del bosco.
Inizia qui una seconda narrazione, collocabile temporalmente più o meno all'inizio del viaggio di Molloy. A scrivere è questa volta un tal Moran, una specie d'improbabile agente segreto che, nella sua casa vuota e abbandonata, sta redigendo per il suo boss Youdi un rapporto sulla missione di cui era stato incaricato, cioè rintracciare Molloy.
Questo nuovo racconto si sviluppa in modo più piano e tradizionale rispetto al primo, presentandosi questo Moran come un razionale. Tuttavia, se il caos della mente di Molloy si era palesato da subito, il viaggio nella testa di Moran diviene a poco a poco sempre più sgradevole, in quanto questo puntiglioso detective nonché fedele frequentatore della parrocchia locale, si rivela essere un folle psicopatico e soprattutto un padre malato. Le pagine in cui Moran descrive il suo modo di rapportarsi con il figlio - e che occupano buona parte del racconto - sono a tratti insostenibili.
In ogni caso, non solo la missione di Moran è destinata a fallire, ma lo è anche la sua narrazione che si impantana nei preparativi, nel viaggio di avvicinamento alla contea in cui Molloy vive e in episodi che in maniera sinistra ricalcano le vicende di Molloy stesso, tanto che Moran e Molloy sembrano simbolicamente avvicinarsi, se non addirittura sovrapporsi e confondersi l'uno con l'altro, finché non ci si domanda se non potrebbero essere la stessa persona.
Se Molloy ci ha offerto un ritratto grottesco della condizione umana, riuscendo spesso a divertirci e a strapparci parecchie risate*, ridicolizzando qualsiasi nostra velleità, cogliendo in pratica il ridicolo che c'è nella tragedia, dall'altra parte Moran ci ha rivelato il lato più disgustoso e inaccettabile della nostra follia e stupidità (seppure, a tratti, anche lui divertendo); e Beckett, da parte sua, ha probabilmente scritto un capolavoro, un'opera d'arte che è un fare le capriole nel nulla, tessere una tela inesistente, per piantare poi il tutto in basso, molto in basso.
"Che volete, il gas mi esce dal culo in qualsiasi circostanza, sono quindi proprio obbligato ad alludervi ogni tanto, malgrado la ripugnanza che mi ispira. Una volta li contai. Trecentoquindici peti in diciannove ore, cioè una media di sedici peti all'ora. Non è un'enormità, dopo tutto. Quattro peti ogni quarto d'ora. E' una cosa da nulla. Neanche un peto ogni quattro minuti. E' davvero incredibile. Via, via, non sono che un mediocre scoreggiatore".
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* Molloy porta in tasca alcuni sassi e di tanto in tanto li succhia per lenire la fame. Ebbene, signore mie, v'è una tirata di parecchie pagine in cui Molloy cerca di stabilire un sistema che gli permetta di succhiare i suoi sassi a rotazione in modo da essere sicuro di non ri-succhiare mai lo stesso sasso che è un pezzo di virtuosismo letterario (e talmente divertente!) come non ne avete certamente mai letto uno. Consigliatissimo anche ai più convinti detrattori di Beckett.
2. MALONE MUORE ****
Ve lo ricordate l'Adorno dell'impossibilità della poesia dopo Auschwitz? Ebbene, al di là di qualunque cosa si possa pensare di quella sentenza, è inevitabile, procedendo su queste pagine, ripensarci, impossibile non riflettervi e leggere la presente narrazione nella precisa ottica del non poter più stendere narrazioni come si faceva prima, perché il protrarsi verso la morte di Malone ne è la messa in pratica.
Malone muore (1951) è un'opera importante nella produzione di Samuel Beckett, la sua stesura segue a rotta di collo e in pratica senza soluzione di continuità Molloy e precede quella sorta di approdo che sarà Aspettando Godot (1952), immediatamente successivo e precedente al terzo romanzo della cosiddetta trilogia, L'innominabile (1953).
Se l'immane carnaio della II Guerra Mondiale segna la svolta creativa di questo autore - è talmente palese, enorme, la diversità del primo Beckett da questo, che si può parlare di due periodi nettamente distinti - e Molloy rappresenta forse la miglior testimonianza di questa svolta, Malone Muore ne rappresenta il punto di non ritorno.
Malone attende la morte con neutralità, non vuole accelerare né rallentare questo evento che definisce nelle primissime battute "rimborso". Esordisce, Malone, con un perentorio "Non perdono a nessuno", seguito da un augurio di una vita atroce per tutti. Stima arbitrariamente un residuo di 15/20 giorni prima di morire e pianifica il riempimento di questo lasso di tempo con la descrizione della sua situazione attuale, con la narrazione di tre storie (in un magistrale anti-climax: una prima storia con protagonisti "umani", una seconda storia con "animali", una terza storia con "oggetti", pietre) e con la stesura di un inventario dei suoi possedimenti.
Malone giace in un letto, in una camera che ritiene sua, non ricorda come ci è arrivato, si è svegliato lì nel letto, prima il vuoto. Da qui cominciano le non-narrazioni di Malone che, in fondo, attraverso i vari personaggi che con la sua matita mette su pagina, non fa altro che tentare, fallendo, di raccontare sempre sè stesso (come è naturale che sia, come è nella vita). L'infinito narrare che fin dall'antichità era un tentativo di tenere lontana la morte, un tentativo di salvezza, è qui ormai senza scopo alcuno, essendo la nostra stessa esistenza una narrazione che non arriva a vedere la sua fine perché interrotta dalla morte.
C'è in questo Beckett il rifiuto di qualsiasi sospensione dell'incredulità, la messa in scacco di qualsiasi narrazione affabulatoria, mistificante, falsa, c'è una inquietante aderenza con la realtà. E cerca di farlo proprio uscendo dal linguaggio, per sua natura artificiale in quanto puramente convenzionale. In pratica si mette in un corto circuito sapendo di farlo. Ne risulta una voce, se vogliamo "narrante", che è più un brusio, un ronzio, il continuo rumore che fa la vita. In questo senso è uno dei libri più onesti che si possano leggere, davvero qui non è possibile leggere semplicemente una storia, perché non c'è.
Beckett, tutto sommato, esce da questo tentativo con successo. Non fa ancora il miracolo, quello lo farà di lì a qualche mese, un anno dopo, con Aspettando Godot, la sua più celebre pièce teatrale: dove non succede nulla ma dove riesce, incredibilmente, a coinvolgere e pure divertire il pubblico, e parliamo di pubblico medio, di massa, non di una spocchiosa frangia intellettuale. Probabilmente ci riuscirà perché metterà il pubblico stesso al centro del nulla che viene rappresentato e quindi il miracolo sarà doppio in quanto è assai difficile che un lettore/spettatore abbia il coraggio di aderire a quel tipo di verità che gli viene sbattuta in faccia, non esattamente facile da sopportare. Ma questo Malone che cerca inutilmente sé stesso, questo uomo/libro, questa voce, questo inutile brusìo che a un certo punto viene meno senza che per questo il libro abbia una fine - il libro non finisce mai, al limite tu lo chiudi ma poi lo riapre qualcun'altro, e così è la tua vita che finisce mentre gli altri vanno avanti - è una importante tappa di un percorso creativo che mette sincerità e onestà prima di ogni altra cosa.
3. L'INNOMINABILE *****
L'imporante è continuare, è andare avanti, non importa con che cosa.
Si va avanti. Una voce, un monologo. In fin dei conti dobbiamo evidentemente affrontare un insolubile problema di pronomi personali. Ma chi li ha inventati? Chi è l'artefice di una tale sciagura? C'è un io contrapposto a un loro, boh, ma perchè non un lui, allora? Loro gli hanno insegnato alcune cose, lui non ha mai fatto attenzione o forse ha fatto particolare attenzione a non fare attenzione, per dimenticarsi tutto, ma inevitabilmente, contro la sua volontà le cose rimangono, persistono, non ce ne si sbarazza mai del tutto e così le si utilizza. Prendiamo ad esempio le parole che gli hanno insegnato: quante combinazioni sono possibili con tutte queste parole, che discorsi, che frasi, che racconti escono dalla combinazione di queste parole! No, nessun racconto esce dalla combinazione delle parole, che cosa vogliono dire queste parole lui non lo sa, le usa perchè gliele hanno insegnate ma non ha idea di che cosa vogliano dire.
Il problema è in realtà un pelo più radicale, certo questa voce sembra assumere sostanza, materia, addirittura gli dà un nome, Mahood, poi anche un altro, Worm, ma lui è veramente un tempo stato Mahood e poi è diventato Worm? E dopo Worm, ancora, questa voce è qui e non si sa se provenga da lui o d'altrove. E Molloy? E Murphy? E Moran? E Malone? E... Mercier!, non è Mercier quello? E' così, ogni tanto gli passa davanti qualcuno, cioè entra nel suo campo visivo da una parte e esce dall'altra. Che gli girino attorno in orbite più o meno regolari? Finiranno per scontrarsi tra loro? O è lui che gira? Di che diavolo stiamo parlando, di corpi celesti? Sono io che sono al centro con questi (loro) che mi ruotano attorno o sono io che ruoto attorno a loro? O loro sono lì, dietro alla parete che osservano ogni mia mossa attraverso fori per guardarmi. Che diavolo avrò (ha lui?) di così interessante? Mi guardano diventare umano? Sono io che osservo gli effetti di tutto quello che mi hanno insegnato?
Già, il problema è davvero un pelo più radicale. Cosa possono dire le parole di cui disponiamo, che ci hanno insegnato a usare? Cosa posso dire di me? E quest'occhio lacrimante, di chi è? O, chi è? Che cos'è che piange?
Per me, io mi fermo qui. E vi assicuro che sto bene. C'è già questo libro che va avanti al posto mio e forse ci sono io che posso leggerlo all'infinito. So che si dovrebbe continuare, lo so, ma mi fermo ugualmente.
Opera dinamitarda, meravigliosamente estremista, L'innominabile è un fiume di parole dotato di uno strano, stranissimo potere: quello di tenerti incollato alla pagina, di non permetterti di staccare un attimo gli occhi da queste righe forsennate nonostante tu ti perda continuamente, nonostante tu non ci capisca niente - ma questo non è vero perché non c'è niente da capire, in realtà tutto è chiarissimo.
L'esperimento cominciato e portato avanti nelle due tappe precedenti giunge in porto, cioè da nessuna parte, ovvero proprio qui dove ci sono io che annoto queste mie misere impressioni. La dissoluzione del personaggio è definitiva, al punto che procedendo nella lettura, mentre stavo in guardia e credevo di scorgerne qua e là dei segnali identificativi, ad un tratto mi sono accorto dell'inutilità di quel che stavo facendo, anzi che proprio stavo sbagliando tutto, che non potevo leggere come al solito, che il discorso era ormai andato ben al di là di una eventuale riflessione "sul personaggio". Era rimasta solo una voce, il personaggio non c'era più e io stavo osservando qualcosa di simile al moto dei corpi celesti, o quello degli elettroni attorno al nucleo dell'atomo. Una voce farneticante, inconcludente, balbuziente, completamente superflua e inutile, anche se questa è una serie di aggettivi del tutto inadeguati a descrivere questa voce, perché sono appunto aggettivi, hanno la pretesa di evocare delle qualità! Bàh!
Non sarà che questa voce, questo rumore di fondo continuo che è questo libro, sia la cosa più aderente alla realtà che ti sia mai capitato di leggere? Già, proprio come in Malone ma con qualcosa in più, c'è un ingrediente segreto che Beckett ha versato in queste pagine. Ha, in qualche modo misterioso, qualcosa a che fare con la geometria: come fosse la proiezione ortogonale delle parole qui contenute che intersecando il piano delle pagine balzano fuori sotto forma di solido. Uàu! Forse è così! Sì! Dammi un cinque!
Il linguaggio è pura convenzione, è privo di contatti con quello che ti circonda che, di fatto, è senza nome. E allora di che cazzo parli con questo linguaggio di cui disponi? Boh, magari fai una roba così, tipo questo libro, che forse ci va un po' più vicino (a quel che ti circonda) di qualunque altra ingannevole storiella da leggere.