A Tokyo, negli anni Novanta, Yama si aggira nel quartiere di Shinjuku, costellato di edifici quasi in rovina, infiniti bar e altrettanti gatti. È così che Yama, nel pieno di una crisi esistenziale, tormentato dalla precarietà del suo lavoro e alla ricerca della propria strada, entra al Kalinka, baretto frequentato da un potpourri di persone, tutte diverse tra loro e tutte pittoresche. Al Kalika gli avventori giocano a “Toh, un gatto!”: basandosi sul “ritratto di famiglia dei gatti”, appeso in bella vista al bar e disegnato dalla misteriosa cameriera Yume, chiunque voglia può provare ad indovinare quale sarà il prossimo gatto a fare capolino nel locale.
“I gatti di Shinjuku” si è rivelata una piacevole scoperta. Se, come me, amate i romanzi no plot, just vibes, questo potrebbe fare al caso vostro. Con un connubio di innegabile delicatezza e diretta brutalità, che ho trovato così ben dosata solo nei migliori degli autori giapponesi, Durian Sukegawa ci prende per mano e ci trascina in un tempo, in uno spazio e in un luogo precisi e ci dà la sensazione di essere davvero lì, di star vivendo davvero ciò che leggiamo.
Questo romanzo si chiude, infine, con un tono dolceamaro che tanto mi piace, capace di dare la giusta chiusura a una storia che è un piccolo gioiellino, e che merita di essere letta.