Daria Bignardi l’ho vista qualche volta in tv. Mi è sempre stata simpatica, anche nel suo sembrare, a volte, antipatica e un po’ snob. Però non ho mai avuto un’attrazione tale da farmi avvicinare alle sue produzioni letterarie.
Stavolta mi hanno attirato tre cose: (1) il titolo, (2) l’autofiction e (3) un’immagine su Instagram in cui Daria parlava di Carrère e Knausgård, rilanciando un parere di (!) Jovanotti. A conti fatti, mi sembrava una combo perfetta.
Su queste basi credo di essermi fatto un’idea fuorviante, e cioè che Storia della mia ansia fosse un libro che affrontava la sua esperienza personale recente (leggi: la scoperta della malattia, le cure successive, gli equilibri familiari, le riflessioni personali) romanzata e con lievi aggiustamenti. Tipo La più amata di Teresa Ciabatti, per mettere lì un riferimento italiano recente.
Invece è più che altro il contrario: una storia di fantasia in cui la protagonista, Lea, affronta un percorso in certa parte riconducibile a quello dell’autrice.
Premessa: non vivo la malattia - tumore, cancro, o il nome che preferite darle - sulla mia pelle, ma, senza entrare nei dettagli, posso dire che capisco bene cosa significa. Capisco quando parla di ansie, gioie, tensioni, dolore. E su come ognuno di noi - amici, parenti - la affronti in maniera diversa, senza che questo ci renda migliori o peggiori, ma solo umani.
Quindi per una volta faccio il serio e, al di là del mio inutile commento sull’opera letteraria in sé, mi sento di dire: massimo rispetto e massima stima per te, Daria. Per la voglia e la forza di raccontarci, tra le righe di questo racconto, la tua esperienza. Che più ne parliamo e più la facciamo fuori una volta per tutte ‘sta stronza di brutta bestia.
La vita è fatta anche di abbandoni e bruschi cambiamenti.
Da cui ricominciare a costruire, a tracciare percorsi inediti.
Questo è un libro sul riuscire, o meno, ad essere felici in una storia d’amore.
Sul bisogno di mollare tutto per cercare una propria dimensione.
Sullo spostare gli obiettivi, le priorità, affinché affiori un nuovo pensiero e brilli nuova luce nei nostri occhi.
Personalmente, ho trovato meno interessante il versante Lea + Shlomo + figli. Un po' meglio la parte Lea + Luca. Meglio ancora quando Lea se ne sta per conto suo, sola coi suoi pensieri da diario intimo.
Capitolo migliore: il numero (5). Rotondo, preciso. Il senso del libro si gioca lì. E si gioca lì anche l’immagine che ho di me stesso bambino, circondato dall’ansia di mia madre per qualsiasi cosa fuoriuscisse dalla sua organizzazione mentale. E di come, anche se faccio di tutto per dirmi che non è vero e che se voglio le cose me le faccio scivolare addosso, parte di quell’ansia mi sia rimasta appiccicata addosso.
Peccato che poi, nel libro, il concetto dell’ansia si perda un po’ per strada.
Sono cresciuta col terrore della follia di mia madre e col senso di colpa per non averla saputa proteggere, anche se avevo cinque anni e nessuno proteggeva me.
Non è Carrère e non è Knausgård. In ogni caso non mi pare fosse questo l’intento dell’autrice.
Però è leggero nell’approccio nonostante il tema, quadrato, coi capitoli brevi. In due o tre punti anche abbastanza affilato.
Forse il mix delle due parti - fiction e non fiction - mi lascia un po’ stranito. Quasi che la prima togliesse un po’ di valore alla seconda.
Comunque sia, brava Daria. [67/100]
Da ragazza lo sapevo che per venire amati bisogna prima amare se stessi. Avevo sotto gli occhi mia madre, i suoi inutili sacrifici, la sua ingombrante dipendenza da mio padre, da mio fratello, da me. Volevo essere diversa: indipendente, forte, felice. Quand’è che invece sono diventata come lei? Che cosa mi ha fregato? Quanto tempo è che sono in guerra, io? Trent’anni? Il cancro non è che l’ultima battaglia, e non è stata la più difficile. È stata quella contro me stessa la battaglia più lunga e cruenta. Sono io il mio peggior nemico.
Ma ecco che improvvisamente sono l’orfana nella soffitta, ho solo un mozzicone di matita e una candela, e non aver nulla da perdere mi regala una sensazione inebriante di forza e libertà. Il nuovo monologo, il matrimonio, i figli adolescenti, la malattia: tutte nuove battaglie.
Ora che mi sento sola nella foresta, libera di ricominciare, il futuro è tornato.
Ora che ho perso tutto, l’illusione di essere immortale, di essere giovane, di essere amata, ora che sono sola e affamata e coraggiosa come una belva nella giungla, ora sì che sono libera.