Non è difficile odiare il cinema italiano degli ultimi vent’anni, visto quanto si è impegnato per inseguire il pubblico occasionale inimicandosi quello più appassionato. L’importante è farlo per ragioni valide, che secondo l’autore di questa invettiva sono principalmente 7: mentre il mondo cambiava i nostri film sono rimasti fermi a rimpiangere il passato, ripetendo allo sfinimento schemi poveri, sfruttando un parco attori sempre più ridotto – e spesso nemmeno attori veri ma talent televisivi. Incapace di parlare al pubblico giovane, ha rifiutato tutto quello che è moderno, nella convinzione che gli autori non debbano darsi al cinema commerciale e che tutti possano dirigere un film. Certo, e per fortuna, continuano a prodursi ottimi film e persino capolavori, ma si tratta di sporadiche comete, quasi sempre di nicchia. Tendenzialmente, il cinema italiano genera sconforto. E odiarlo è un dovere morale.
Un piccolo libro pieno di spunti di riflessione interessanti (anche se lascia un certo sconforto sull’Italia, dato che la situazione del cinema italiano è specchio e simbolo della situazione del paese).
Triste e vera ad esempio la riflessione sui bambini nel cinema e sul cinema per i bambini (che non c’è, di cui l’autore parla nel capitolo “Perché il cinema per ragazzi non esiste”): “sono costretti a incarnare un’infanzia ideale, innocente, purissima eppure, sotto sotto, arguta, astuta, spesso molesta. I bambini nei film italiani ricalcano i modelli televisivi, dalla pubblicità alle trasmissioni in cui i grandi costringono i piccoli a comportarsi come adulti. […] Una ragione possibile di questa tragedia silenziosa si può trovare nella tendenza del cinema italiano a non rappresentare i bambini per quello che sono, ma per come li immaginano registi e sceneggiatori. I bambini, come molto altro nei nostri film, sono bambini d'altri tempi, forse tempi mai esistiti, che indugiano in tenerezze assurde o, al contrario, sono esageratamente cinici e consapevoli, intellettuali, sarcastici.”
Il libricino, quasi un pampleth, di Niola è un atto di odio verso il cinema italiano che nasce dall'amore per esso: dalle sue potenzialità, la qualità che sa esprimere quando vuole, la sua storia e la sua visione. Ma quello su cui si focalizza qua è la sua decadenza negli ultimi vent'anni attraverso la sua pigrizia, l'autoreferenzialità, la piaga del "cinema d'autore" come genere, l'incapacità di parlare al pubblico. L'analisi è lucida, spietata, ben documentata da numerosi esempi. Va detto che il libro, pur essendo del 2020, è leggermente datato per gli ultimi sviluppi che ci son stati, nel bene e nel male, nel rapporto con le piattaforme. Si legge in un'oretta, se amate il cinema vi arrabbierete un sacco, e con ragione.