Il suicidio di Filippo, giovane promessa del nuoto locale, sconvolge la piccola comunità di Castel Carpino e porta alla rottura dei fragili equilibri che reggono il vivere quotidiano del paese. Una morte incomprensibile, dicono tutti, mentre le voci si rincorrono incontrollate e le forze dell’ordine indagano su familiari e conoscenti. Che cosa ha visto il migliore amico della vittima, il giorno della disgrazia?
Gabriele – atleta mediocre, chiuso di carattere e con evidenti problemi di apprendimento – si trova a sopportare non solo il peso del lutto, ma anche la responsabilità dello stigma dovuto al suo rapporto speciale con Filippo, che non ha mai incontrato il favore dei compagni. Come se non bastasse, il custode delle piscine rivela di aver notato strane presenze vicino alla recinzione del centro sportivo in cui Filippo si è suicidato, e lo accusa perfino di aver provocato la morte dell’amico.
Sarà dunque Angela, la madre di Gabriele, a tentare di creare un argine intorno alle dicerie che si addensano intorno alla sua famiglia, trovando la forza di confrontarsi con il suo passato e con i ricordi che la legano alla terra in cui è nata.
In un contesto in cui gli adulti continuano a negare la realtà dei fatti per proteggere le proprie convinzioni e i propri interessi, saranno però due adolescenti – il rivale storico di Filippo e la ragazza che invece ne era innamorata – ad avvicinarsi a Gabriele e provare a ricostruire con lui il senso della tragedia.
Non ci sono ragioni o torti in questo romanzo: la scrittura di Raffaele Notaro affronta con decisione la complessità della vita e delle relazioni sociali dei protagonisti per immergere il lettore nel loro vissuto, alla ricerca di un nuovo punto di equilibrio da cui ripartire.
Gabriele vive la sua lingua intima, resta prigioniero della sua stessa pragmatica, tra le pieghe sconce di lessemi tronchi e sbilenchi. Vive, Gabriele, la dicotomia dell’escluso. Perché è un ragazzino e ai ragazzini si dà poco il beneficio del dubbio e poi c’è da aggiungere che Gabriele è autistico, quasi come a infierire con un bisturi su una ferita infetta. Filippo invece è l’unico amico di Gabriele, uno di quei ragazzi volti ,dalla vita stessa ,alla vittoria ,lui di una bellezza tonica, austera, invidiabile. Ma poi Filippo muore e , per quanto è vero che socialmente si cerca sempre di rifiutare la verità sebbene ovvia , la colpa di tutta questa verità scomoda ricade sempre su chi è più facile sfogare repressione, chi, come Gabriele, ha solo colpa di essere ai margini di una società che considera incongrua anche la sua stessa amicizia con Filippo. Una storia difficile , quella di Notaro, che scava a fondo nei cunicoli dell’animo umano, ne estrapola le viscere e le mostra come trofei di ipocrisia al lettore che accoglie, sgomento, e ne fa lezione e tesoro. La storia è un coro denso di realtà in cui l’occhio del narratore è un osservatore acuto, che non perde occasione di utilizzare le sue preziose doti aforismatiche e illustrarci così, - senza nessun giudizio ma solo col pretesto di (di) mostrare quanto il retaggio e l’individualismo possano offuscare la visione e farci perdere la strada-, il mondo terribile delle realtà di periferia.
Del resto cattivi non si nasce, ci si diventa con l’esperienza e la paura. Quella del giudizio, soprattutto. E dell’ignoto. Da leggere.
Il romanzo corale di Raffaele Notaro narra di tante storie, ma, come in un coro, le voci sono intrecciate a costruire un solo, potente, canto, però solo le voci fuori dal coro, quelle dissonanti, hanno il potere di farsi sentire quando trovano la forza di fare controcanto.
A Castel Carpino, le vite sono intrecciate, tra loro ed ognuna indissolubilmente con il proprio passato, tanto strettamente che, alla fine, in questa densità, il senso è quello di non riuscire veramente a muoversi.
La densità è soffocante, buia e vischiosa; si percepisce fisicamente nel caldo, nella terra arsa che quando si bagna diventa fango che inghiotte e seppellisce.
La densità è cumulo di eventi che si sovrappongono, di prospettive che moltiplicano la visuale sfaccettandola.
La densità è un grumo di parole e di non detti in un paesino di provincia, dove è tanto difficile stare, quanto andare via.
La densità è quella cosa pesantissima che hai dentro, quel pensiero che ti ossessiona e da cui non riesci a svincolarti.
Densità è un romanzo ricco, profondo, serrato, teso; scritto in terza persona in una lingua accurata (era quello che mi attendevo da chi "per lavoro ha dato il nome a molte cose"); frutto di studio e approfondimento e, non ultimo, appassionante come un noir psicologico.