L'Odissea è considerato l'acme della produzione letteraria di Nikos Kazantzakis. E anche l'autore, probabilmente, era della medesima idea, avendo dedicato alla composizione di questo poema ben 14 anni della propria vita e numerose ricerche, soprattutto in campo linguistico. Nel 1938, dopo sette stesure e innumerevoli tagli, al fine di creare un'opera con 33.333 versi, vide la luce il poema più grande mai scritto in Occidente, l'Odissea di Kazantzakis, appunto; l'ideale continuo del poema omerico.
Atteso con impazienza dai critici greci, all'epoca ricevette, però, diverse critiche. Oggi, tuttavia, è considerato un capolavoro; una delle opere più importanti non solo di Kazantzakis, ma anche della letteratura neo-greca in generale e del Novecento.
Ecco, al di là di prese di posizione facili, come la stroncatura o l'esaltata celebrazione, io credo che - in realtà - giudicare un'opera simile non sia affatto semplice. Questo è un poema smisurato sotto tanti punti di vista: smisurata bellezza, da un lato, ma anche smisurata stucchevolezza sotto altri aspetti (proprio perché a mancare è il senso della misura, perito sotto i colpi dell'ambiziosa penna dell'autore).
A livello formale e di costruzione del verso, a livello poetico e retorico, siamo effettivamente di fronte a un capolavoro. Anche in traduzione, la lingua utilizzata è meravigliosa. Ed è un peccato non conoscere il greco moderno e gli infiniti termini tratti dai dialetti insulari, che Kazantzakis ha utilizzato. Se in italiano leggere queste pagine è un incanto (e qui bisogna fare anche i complimenti a Nicola Crocetti), non oso immaginare in greco come debba suonare meravigliosamente la lettura!
Ma, purtroppo, la forma di un libro – per quanto notevole – non è sufficiente a creare un capolavoro; secondo me, nel computo totale dei pregi e difetti, vale la metà. Anche il contenuto va preso in considerazione. E la costruzione della trama e degli episodi narrativi non è all'altezza del lavoro fatto da Kazantzakis con gli aspetti formali del poema. Inoltre, il desiderio di raggiungere i 33.333 versi ha fatto sì che venissero ripetuti più e più volte schemi e parole che appesantiscono la lettura inutilmente.
Perché una cosa è fare come Hugo e descrivere per filo e per segno i luoghi di Parigi e la loro storia, e poi ambientare capitoli in quei luoghi, dove i personaggi passeranno e vivranno. Altra cosa, come fa Kazantzakis, è ripetere incessantemente che il sole sorge, che i seni di Elena sono belli etc etc. Certo, ogni volta utilizza descrizioni meravigliose. Ma all'ennesimo sorgere del sole, all'ennesima danza rituale, all'ennesimo seno e accoppiamento, all'ennesima ripetizione si crea solo noiosa monotonia... e puoi usare le parole più belle, ma se è palese che non v'è funzionalità narrativa (che era invece un elemento fondamentale delle digressioni di Victor Hugo), ma solo accumulo di versi per il target numerico da raggiungere, allora non basta più la bellezza della lingua, ma inizi ad implorare che accada qualcosa di nuovo, anche perché la trama è lineare e sai che non vi saranno particolari colpi di scena.
Insomma, per quanto il libro sia bello, Kazantzakis indugia anche troppo nei suoi ricami ed affreschi, rendendolo – in alcuni punti - pesante come una cattedrale barocca.
Certo, mi si può dire che la ripetizione è un elemento fondamentale delle opere antiche, come i poemi omerici o i libri delle religioni rivelate e che Kazantzakis, volendo scrivere un poema alla vecchia maniera, doveva, per forza di cose, essere anche ripetitivo.
Ma queste cose, proposte nel 1900, credo proprio che perdano di significato e di utilità. Sono zavorre anche abbastanza sterili. L'Odissea non è scritta e non è rivolta ad uomini e società di 2800 anni fa, ma all'uomo contemporaneo e Kazantzakis - secondo me - doveva trovare un compromesso migliore tra l'esigenza di simulare il passato, la fissazione per i 33.333 versi e la contemporaneità.
Ad ogni modo, armandosi di pazienza, l'opera risulta anche molto bella, potrei persino dire meravigliosa in molti suoi punti.
Ci sono passaggi profondi e ispirati - significativi. Dopotutto è un'opera che contrappone Ulisse alla Morte. Il suo ultimo viaggio, il viaggio definitivo dell'uomo, verso il suo inevitabile destino. Accettarlo sarà l'unica, sofferta, soluzione. Senza alcuna tristezza, però. Anzi, l'uomo deve vivere pienamente e al "cercar virtute e canoscenza" di Dante, Kazantzakis aggiunge anche la gioia e la forza, la completa realizzazione della persona umana, messa al centro dell’universo, come una divinità, il super-uomo di un nuovo umanesimo, il cui solo limite è la mortalità.
Da un certo punto di vista, abbastanza nietzschiano come concetto. L’Ulisse di Kazantzakis disprezza la debolezza e le virtù e i difetti che limitano l’umanità. Può risultare, nel suo viaggio di accettazione della morte ed esaltazione della vita, anche crudele. E non so questo quanto mi piaccia, sebbene – va detto - il suo percorso lo porterà a smussare questa caratteristica, e a fargli scoprire anche una certa pietà, per gli ultimi e gli umili.
Insomma, un gran bel libro, ma con qualche pesantezza di troppo. Se si ha pazienza lo si può godere. Se se ne ha poca potrebbe sembrare interminabile e lento.
Non lo ritengo allo stesso livello dei grandi capolavori della letteratura mondiale (e mi spiace, perché le mie aspettative erano queste), ma comunque è lì vicino.
Una cosa però, secondo me, è certa: tutti quelli che amano scrivere poesie dovrebbero leggerlo, perché è una miniera di idee, di termini, di metafore, similitudini e altre figure retoriche… un vero e proprio manuale di forbita poesia, che fa bene leggere.
Questo è il secondo libro che leggo di un poeta greco contemporaneo. Prima di Kazantzakis, ho letto Quarta Dimensione di Ghiannis Ritsos. Devo dire che la letteratura contemporanea non sfigura nel confronto con quella classica… Sia Ritsos che Kazantzakis sono grandi scrittori. Noto, comunque, che entrambi, nelle loro opere più importanti, scelgono di focalizzarsi sulla rielaborazione del mito. Chissà, dev’esserci qualcosa di viscerale che unisce noi contemporanei al passato e al mito.
Com’è vero che delle radici non ce ne si libera mai… E forse è impossibile. Ad ogni modo, dare nuova linfa, vita, rielaborare, riflettere, su ciò che è stato ed è stato tramandato lo trovo – da sempre – uno dei più interessanti e fertili modi di fare letteratura e di proiettarsi verso il futuro… l’uomo cambia, ma è anche sempre rimasto uguale a se stesso, diviso tra passioni, paure, odio, amore, virtù, vizi… Questo tipo di lavori ci aiuta a non dimenticare il cuore della nostra umanità e forse è anche per questo che i classici andrebbero riscoperti e diffusi molto di più, in qualunque modo possibile.