Le sistoli e le diastoli che fanno pulsare questo libro sono il ricordo e la dimenticanza, che si alternano fin dalla prima poesia in una dialettica che non sembra poter trovare sintesi. C’è una pulsione a ricordare e una a dimenticare. C’è una volontà di tagliare legami e una di rafforzarli, di difenderli dal tempo. In questo percorso, movimentato dalla presenza di animali reali e simbolici – uccelli, gatti, cavalli, insetti -, si attraversano luoghi e persone come intravisti da una porta di casa che non si sa se tenere aperta o chiudere una volta per tutte. La voce che ci conduce vorrebbe essere distaccata, disprezzare la nostalgia, salvo riaccendersi improvvisamente per passioni non sopite (in primis le corse di trotto) o per antiche e moderne idiosincrasie. Ma inquietanti immagini di topi (l’ennesimo, definitivo animale del libro) si insinuano parossisticamente tra i versi dell’ultima sezione. Nemici spietati o solo messaggeri di qualcosa che non si riesce ad avvertire compiutamente, l’oscura minaccia dei topi porta il ritmo delle poesie alla fibrillazione. L’elegante controllo delle ambivalenze si sgretola lasciando spazio a un profondo disagio, ma anche, simmetricamente, a un estremo attaccamento al mondo interiore ed esterno.
Nel paesaggio modenese, in battere e levare, si elevano i versi di Alberto Bertoni. Tra i versi si intravedono personaggi amati e animali famigliari. Cosa accadrebbe se un mondo sommerso di topi prendesse il sopravvento?
“Chilometri e chilometri di cunicoli, diramazioni, punti di ristoro e di sosta. Famiglia, anzi clan di famiglie: cosí, mentre avanzo, penso che se durante la mia traversata di deserto il capo-topo, lo stratega, il pater familias chiamasse le sue truppe a raccolta e istigasse il mondo-topo all’attacco, non ci sarebbe storia. Il consorzio umano, la superficie superna, il nostro avamposto di civiltà cadrebbero all’istante e – al modo del fumetto Maus di Art Spiegelman – la topizzazione del mondo diventerebbe in un amen cosa fatta, come dopo un Blitzkrieg nazista.”
Tra nostalgia e dimenticanza, scorrono i versi alla ricerca della chiave universale del linguaggio.
“Salutz
Ogni giorno ricomincia qualcosa di antichissimo Enea che da Troia sbarca dove il Tevere s’insala
Guardo tutto dal faro i gradini scoscesi, la fila dei giorni intanto che il mio saluto e qualche bacio accogli
dall’isola dei topi”
“Scriverti
La luce dura un po’ di piú ma è grigia come gli scoiattoli velocissimi sugli alberi
Il cielo piange emanando accordi tristi fra il mio cuore messo a nudo e una strada cosparsa di tornanti e di battaglie da vincere di notte rannicchiato su una branda allineata agli angoli in attesa dei fantasmi che sventerò scrivendoti sugli slabbrati margini del diario estraneo dopo molti anni all’essenza segreta del tuo tempo ai tuoi spazi”
“Belle Arti
LE MONDE OU RIEN la scritta d’oggi sul muro ridipinto vicina a un’altra piú bella IO TI CREDO SORELLA!
Ma, nel parcheggio, un ordine
LASCIATE LIBERO IL PAESAGGIO, voi ch’entrate cercando la chiave universale del linguaggio”