Avete mai visto Roma alle prime luci del mattino?
Un alba rosata inizia a sollevarsi piano piano, in uno strano silenzio rotto, qua e la dai rumori di chi lavora o di chi va a dormire.
E' tutto sospeso, come se la magia fossa quasi in procinto di manifestarsi. E in quegli istanti, prima che l'irruenza di questa vecchia indomita città inizia a farsi rispettare, c'è un momento immobile, come se l'incanto di una magia fosse li li per manifestarsi. In quegli attimi davvero ti sembra scorgere antiche divinità, antichi folletti, muse e ninfe che agitandosi donano la loro protezione a questa mia bella triste signora.
Nonostante il miracolo di Roma che dorme e si sveglia, il dolore permea questi sanpietrini.
Noi, troppo di fretta, intenti a rinnegare la fantasia e l'incanto, ci muoviamo quasi senza rispetto. Non tanto per la gloriosa storia, o per quel passato che ancora sussurra da queste pietre, ma per quell'anima che ci chiede a ogni angolo di strada, di essere abbracciata.
Mi immagino Roma come una elegante decadente signora, con ancora tante storie da raccontare, quasi sussurri nella notte, funestata da chiasso cacofonico urla e schiamazzi.
Cerchiamo quella magia perduta in altri luoghi. In altre culture cosi esotiche eppure distanti.
Quasi come se una parte di noi fosse stata sacrificata a questo osceno dio dell'apparenza.
Odiamo questi vicoli sporchi e trascurati, eppure cosi vivi e vibranti. Odiamo quei palazzi del potere vilipesi dalla politica senz'anima e senza dignità.
Odiamo il papa che ci ha relegato in un angolo buio, donandoci quei diritti e quella libertà che prima ci negava.
Eppure, in quella storia fatta di repubbliche, di sacrifici di canzoni beffarde, creato come un arazzo dalla sarcastica voce di Pasquino, era proprio quel negarci che ci faceva alzare la testa orgogliosi e dire e no sor papa, io li diritti me li aripijo.
E cosi Roma sembrava quasi sottomessa, ma brulicava di vita, quasi sotterranea per paura de mastro Titta, con quella falce in mano come un oscura a ctonia divinità della morte.
Li sotto, in quella tradizione sotterranea nata proprio quando bisognava rialza la testa, si muoveva l'essenza di Roma mia.
Sberleffi, poesie crudeli e malinconiche, che ancora oggi ci narrano il dramma umano della guerra, il compromesso e la stupidità di chi si fa comprare da su spicci.
Mentre cammino per Roma penso al libro di Valerio.
E mi chiedo cosa celi questo urban fantasy, cosi accattivante e a tratti irriverente.
Cosi come lo spirito di questa antica, stanca guerriera.
Una lotta per recuperare, in fondo la vita, quella che guarisce oggi che siamo soltanto cosi pregni di morte.
Morte dell'identità, della cittadinanza, del pensiero, dall'immaginazione, della cooperazione e della fratellanza.
Morte di quella volontà che ci univa e che oggi ci divide mentre siamo intenti a scattarci i selfie.
E cosi mamma Roma sta li a guardarti triste, quella sua gente che non ascolta non sente e nega i doni che lei nonostante le botte che gli abbiamo dato, continua a elargirci. La bellezza quasi antica delle sue strade, voci che risuonano cantando per i vicoli, echi del tempo che fu.
La magia celata agli occhi sciocchi degli stolti, cosi come Valerio narra nel testo.
Roma è davvero ancora patria di fauni e ninfe, di divinità e arcani misteri. Patria di esoterismo e alchimia, patria di magie a cui attingere a mani aperte, forse soltanto per scrivere un libro.
E la lotta finalmente rinata contro zi prete, che oggi è quasi assente, sonnolento, distante, rassegnato.
Ma senza sto papa a cui di no, cosa rimane a noi romani?
Cosa ne è della nostra libertà conquistata con la breccia di porta pia?
Abbiamo tutto.
Eppure le nostre mani suono vuote.
Siamo orfani della nostra città, immensi in critiche, rivendicazioni stantie, monnezza e malgoverno.
Cammino per Roma e mi sento come Elyss davanti alla meraviglia di incanti che Roma nasconde.
Sono nata qua e da qua, nonostante le contraddizioni no riesco a staccarmi. Cosi come il suo lari non riesca ad andare via. Sono qua a raccontare storie agli spiriti protettori, affinché mogi e affranti non lasciano la città sprovvista di protezione.
Sono le storie a difendere Roma mia.
Allora nun je da retta roma.
Non fa er patto cor diavolo, non rinunciare ai tuoi sogni per farti blandire dalla convenienza.
Nun te fa pecorone.
Non te fa cojonà.
Ascolta la mia voce che ti narra dei tempi antichi, che te canta no stornello.
Accanto a me, oggi a crederci ancora, ci sta Valerio.
Allora grazie, perché pure tu come me ami in modo assurdo, pazzo, folle e insensato sta vecchia abbandonata città.