Delirio può apparire, più che un romanzo, un poema sconveniente, un impasto di erotismo e furia blasfema. Non si limita a infrangere le buone maniere del discorso amoroso, ma trasgredisce le regole tanto più radicate che codificano i rapporti tra desiderio e età. Una voce stridula parla qui. Una voce fantasmagorica, indegna, grottesca. E' la voce del protagonista, Diego, "rinchiuso, adolescente o vecchio, o pazzo o malato, comunque prigioniero di una istituzione, che delira d'amore per Elvira mentre qualcuno trama nell'ombra per carpirgliela. Diego è maestro negli intrighi più loschi e le sue spaventevoli cattiverie accendono il grande circo della sua farneticazione sessuale..." E' la stessa autrice, 33 anni, bella, inquieta, 2 figli, di professione sceneggiatrice, a parlare così del suo libro. La prima parte è il delirio di una segregazione, la seconda il delirio di una fuga di un uomo capace di ogni miseria pur di negare la vecchiaia e la morte. Una storia diversa, scandalosa, sconveniente fino al disagio, un libro che, forse meglio di un saggio sulla psicologia dell'età senile, dà il senso della solitudine, della disperazione degli anziani. Finalmente un romanzo che stravolge il modo crepuscolare e ipocrita di raccontare la terza età e afferma che la vita è vita fino all'ultimo, che i sensi hanno diritto di essere riconosciuti, vivi e vitali, senza limiti anagrafici.
Barbara Alberti (born April 11, 1943) is an Italian writer, journalist and screenwriter. Alberti was born in Umbertide and grew up in a poor family; she was given a Catholic education. When she was 15, her family moved to Rome. Alberti has said that, although she hated the city at first sight, she eventually warmed to it. She attended Rome University and took a degree in philosophy. Here she met and became close friend with poet Dario Bellezza who introduced her to the literary circles of the city.
She always fought the traditional feminine image. Her novels gained controversy at their publication including the picaresque evil Memorie Malvagie (1976), the weird Delirio (1978) to the meditative Vangelo secondo Maria (1979). Since the 80s her works became tinged with humor but no less provocation such as Il signore è sevito (1983), Fulmini (1984), Buonanotte angelo and Povera bambina (1988)
She is the author of many screenplays for scandalous films including Il portiere di notte (1974), Maladolescenza (1978) but also more mainstream films as Anche gli angeli mangiano fagioli (1973), and Melissa P. (2005).
Since 2009, she started writing for Italian newspapers and became a recurring commentator/pundit on radio and television mundane talk shows,
Indubbiamente presta fede al proprio titolo, questo è sicuro. La scrittura di Barbara Alberti e ammaliante, ipnotica ed estremamente evocativa, questo romanzo così come il precedente, Memorie selvagge, sembra quasi un poema in prosa che un romanzo. E questo particolare viene ulteriormente accentuato dal fatto che la trama è quasi del tutto assente, per non dire incomprensibile, ma rientra tutto nel progetto dell'autrice, i protagonisti del romanzo sono apparentemente rinchiusi in un istituto per malattie mentali ma il tutto poco importa, ciò che sembra importare è il sesso, onnipresente e rappresentato in ogni maniera grafica immaginabile, il tutto raccontato in uno stile lirico ma anche pieno di turpiloquio e bestemmie assolutamente caotico. Personalmente ravviso ancora di più la ripresa dello stile di Dario Bellezza, il quale giocava spesso con la duplicità della realtà e della percezione falsata di essa che ne hanno i suoi personaggi, oltre al tema della sessualità e dell'amore visti in maniera assolutamente decadente e perversa. Ma in generale, come nel precedente romanzo, si respira un'aria di shock value compiaciuta e fine a sé stesso che alla lunga infastidisce. Alzo il voto di una stellina considerando anche il coraggio di pubblicare una simile opera in Italia in quel periodo.
L'avesse scritto un francese, possibilmente uomo, meglio ancora se dalla vita spericolata, sarebbe già da un pezzo nel pantheon della letteratura maledetta. Invece.
L’inizio è molto efficace, sia perché si parte immaginando Diego adulto e pian piano emergono dettagli incongrui con questa falsa rappresentazione, fino allo svelamento totale; sia per lo stile molto creativo e originale, con una sintassi e una paragrafazione molto liberi e innovativi, a seguire il ritmo e le immagini della prosa, vivacissimo e stringente il primo, stravolte, oniriche e imperniati nell’erotismo le seconde. Si comincia quindi già disorientati sia dall’errato inquadramento del personaggio, sia dall’eruttività della prosa, coi suoi picchi lessicali (e le tessere dialettali umbre) e il tono eterogeneo, che agilmente salta tra vari registri linguistici e li miscela con sensibilità espressiva. Inoltre, il passare dalla prima persona alla terza del narratore-protagonista è un ulteriore fattore di disorientamento. Eppure tutta la miscela intriga e da subito è chiaro che a ogni riga potrebbe schiudersi una sorpresa, un’immagine inaspettata. Assumere per narratore un ragazzino dalla vividissima fantasia, quasi interamente magnetizzata e morbosamente magnetizzata dall’erotismo, è una scelta geniale, sia per la sfocatura tra reale e immaginario (e Diego si rivela abbastanza presto un narratore inaffidabile), sia per il susseguirsi di immagini originalissime. La fantasia da ragazzino non è infatti ancora irreggimentata e appiattita da tutte le convenzioni del mondo degli adulti, che percepisce il reale in quel modo un po’ spento che porta la reiterata esperienza quotidiana. Tutto è più vivace, anche in negativo, e può trasformarsi nell’onirico mondo interiore, con la sola differenza che la regia è saldamente detenuta dal pensante. E se la lingua sembra troppo ricca e con picchi troppo elevati per un ragazzino (almeno oggigiorno) la sua funzionalità nel creare questo universo immaginario costantemente eccitato (il pomo del bastone che diventa porno del bastone è un segno esemplare della fantasia erotica trasformativa di Diego) fa subito perdonare questo eventuale neo. Diego si autonarra costantemente e in questa invenzione può attribuirsi anche poteri o conoscenze in lui assenti; ad esempio si definisce “gran puttaniere” e con questa maschera delirante pontifica sui desideri e la condotta sessuale delle donne come se non avessero segreti per lui, quando invece è un mondo a lui totalmente estraneo. Tuttavia, pur nella fantasia del suo mondo interiore, Diego non riesce a frenare l’irrompere della realtà, che spezza l’illusione e lo ricolloca nel suo ruolo di vigliacco un po’ meschino e bugiardo (dopo aver detto di non tormentare Antonio, afferma che è impossibile non farlo). Quando allo sguardo di Elvira al cinema Diego attribuisce un ammiccamento nei suoi confronti, si vede molto bene la piegatura della realtà che lui opera, poiché sicuramente sceglie, tra tutti i possibili significati, quello meno probabile, ma l’unico che tramuta la sua sconfitta, la sua inettitudine ad agire in una vittoria. Ma appunto l’illusione, l’ipotesi che consola, di rivalsa, non riesce a esistere senza gli assalti e l’insinuarsi di altre ipotesi più dolorose (anche se non per forza sempre più razionali). Il libro però ti disorienta anche perché spesso l’ipotesi che sembra la più fantasiosa, invece si avvera, spiazzandoti. La frase che conclude il primo capitolo della prima parte (la vita è brutta come il sogno) è molto indicativa. Diego sfrutta la sua immaginazione per trasformare la realtà, per renderla più eccitante, meno grigia e opprimente, insomma come forma di rivalsa ed evasione (lo esplicita anche una frase chiave: “qui l’unica risorsa è l’evasione sistematica”) e al contempo si cambia al suo interno - come quando Diego si guarda allo specchio per inventarsi un’espressione meno vinta, esplicitando la forza della narrazione davanti alle miserie dell’esistenza, la stessa a cui si appoggia la pubblicità e i social per presentarsi migliori, non i balia della vita -, si inventa più coraggioso, più potente, più capace di piegare il reale secondo i proprio desideri; ma l’immaginazione, quando corre, non si può imbrigliare e allora può anche evocare una versione della realtà deteriore, più crudele e brutale, o ancora può lacerare il velo dell’invenzione la realtà di grado 0, filtrata dalla soggettività ma non camuffata dall’invenzione. Diego risulta così un narratore-demiurgo bipolare, o persino schizofrenico, che solo in parte può controllare i mondi mentali che costruisce e proprio quando uno di quelli più positivi si sta realizzando, irrompe un’altra parte di realtà, nella forma dell’immaginazione negativa e anzi perfino peggio, e sgretola tutto. Quando il sogno, quindi, si concretizza, si fa vita, il resto della realtà lo frantuma e allora la vita diventa brutta come il sogno, perché lo ha privato del suo potere trasformativo, lo ha immobilizzato dove l’immaginazione di Diego non ha più potere. Il mondo interiore stravolto di Diego è anche una ribellione contro tutta la costruzione perbenista della società, ipocrita soffocamento della vita sull’altare del decoro, disconoscimento di una delle forze che da sempre guida l’agire degli esseri umani, e in più di una delle maggiori (l’erotismo). Il libro funziona, pur infastidendo molto, perché Diego ci fa al contempo pena, per la sua difficoltà a vivere la vita (lui stesso afferma “sono un vizioso di sogni perché mi rifiuto di vivere, cazzo che paura”), ad accettarla nei suoi grigiori (e qui ci si immedesima), e ribrezzo per la sua meschinità e la sua egoistica cattiveria, esibita con Antonio, Michetti, Anselmi, … e poi anche con l’ipotetica proposta (seppure dettata dalla paura) dello strupro/pestaggio collettivo di Elvira. Solo un protagonista-narratore così ambiguo, a cui alternativamente ci associamo e dissociamo, rende possibile proseguire la lettura, superando il fastidio che spesso genera. Diego, inoltre, nell’immaginazione intristisce anche i nemici nel momento della loro vittoria per smorzare la propria sconfitta, in un mondo mentale dove tutti gli sono inferiori, da compatire o sfruttare. Anselmi è il vittorioso, colui che dalla vita ha tutto, colui che, con la maschera che sono i suoi vestiti (e i gesti connessi), ha il potere di piegare la realtà alla sua narrazione. Anselmi è quello che vorrebbe essere Diego e quindi il furto dei suoi vestiti, delle sue maschere, è un modo per diventare lui, come ha già fatto a carnevale (momentaneamente), per scivolare nel suo ruolo e beneficiarne degli effetti: un’apparenza che crea la sostanza (come Temolo che diventa astrologo rubando gli abiti a Iachelino). Alla fine della prima parte, quando ci sembra di aver finalmente collocato tutti al posto giusto, nonostante restassero delle note stonate (il lessico troppo elevato, la conoscenza del mondo e la libertà sessuale troppo ampie, il dubbio sull’assenza di lezioni scolastiche, …), si scopre che tutta la vicenda avviene invece in una casa anziani e tutto cambia improvvisamente di segno, cambiano le note stonate (certe azioni fisiche non molto probabili, la menzione dei genitori come se fossero vivi, certi atteggiamenti molto infantili; ma comunque molte meno), ma si rinsaldano i due estremi nella vicinanza tra le due età per quanto riguarda l’essere controllati e la rimozione del sesso, come se fosse un’attività sconcia o non idonea per quelle età, nonché un’esistenza giocata molto nell’immaginazione, per gioco nei primi anni di vita, come rivalsa di un corpo e di una società che non permette più una certo tipo di vita per gli ultimi anni. La credenza che da anzianə si torna un po’ bambinə viene al contempo assunta, ma risignificata e corretta, poiché non si può chiaramente cancellare tutta la loro esperienza. Il colpo di scena non è solo funzionale a stupire chi legge, a rilanciare la curiosità per la seconda parte, ma permette anche questa riflessione su come sono trattate le persone anziane, con uno sguardo obliquo inaspettato. In più evita la proiezione sulla vicenda dei nostri pregiudizi, che immaginando i protagonisti con la loro effettiva età avrebbe proiettato su di loro l’ombra del ridicolo, del grottesco e dello schifo per corpi in cui non riconosciamo più alcuna sensualità, né esercitata né sentita, come se la decadenza della carne dovesse spegnere ogni desiderio e una sua permanenza e esigenza di soddisfacimento sia indecente. D’altra parte la rilettura con questa nuova consapevolezza della prima parte è anche amara constatazione del permanere della crudeltà, dell’egoismo, della meschinità dell’essere umano fino ai suoi ultimi giorni di vita, al pari della competizione, delle gelosie/invidie, oltre che di altri sentimenti positivi come l’amore. E anche la fantasia libidinosa e stravolta di Diego, un po’ eccessiva per un ragazzino, diventa credibile tanto nel linguaggio/nelle immagini (da professore in pensione), quanto per l’eventualità di un influsso di principio di demenza senile o di confusione/offuscamento mentale. Persino l’esigenza di rivalsa diventa più profonda, perché innestata in un’intera esistenza e non in una appena cominciata: tutto assume più profondità e intensità e tutto diventa però anche più desolante, in questa lotta nella giungla umana per emergere calpestando gli altri anche nelle ultime tappe della vita. L’ultimo aspetto di grande interesse è l’accrescimento dell’inaffidabilità del narratore, che a volte pensa come se fosse davvero bambino, come quando parla dei genitori come se fossero ancora lì, con potere su di lui. A Diego non basta riprendersi la vita negata (o mal vissuta, per le scelte prese da giovane e diventate binari troppo rigidi), chiavando Elvira, ma la rivalsa passa solo dall’invidia, dal suo essere sopra a tutti, finalmente protagonista e vittorioso perché padrone del premio più ambito: Elvira. O così è almeno essenziale che la sua fantasia racconti la realtà, colorando tutti gli sguardi di ardente concupiscenza; perciò non può sopportare la presenza di omosessuali al ristorante, poiché gli negano questa superiorità. Infatti la narrazione di Diego è fragile e basta poco affinché la realtà irrompa (oppure la fantasia negativa, autosabotamento causato dalla sua inettudine, dalla sua percezione di essere un fallito, sempre in agguato dietro ogni suo delirio d’onnipotenza), annientandola, riportandola nella sua normalità prosastica: bastano due omosessuali o una coppia di giovani amanti a rendere Diego e Elvira una coppia di vecchi eleganti a un ristorante, cioè nulla di eccezionale e tantomeno di invidiabile o desiderabile. L’immaginazione non funge solo da rivalsa, ma anche da catarsi, come stratagemma che anticipa e amplifica le cause della paura, per esorcizzarla, ma che, all’arrivo dei parenti di Diego, non funziona più, perché la realtà risulta troppo inaudita. Nella seconda parte il delirio di Diego diventa sempre più eccessivo e paranoico (e quindi anche meno certi gli episodi che racconta nella loro effettività), ma anche sempre più frequente è l’irrompere della realtà, della disillusione, che rimarca la sua condizione di fallito, la sua ridicolaggine di inetto. Aggrappato con sempre più ferocia al suo “Paese delle Meraviglie” in cui si aprono continue falle da cui entra a fiotti “il Quotidiano esecrabile”, emerge con sempre più forza e frequenza il profondo e vile egoismo di Diego, reazionario perché è più facile stare dalla parte dei più forti, più sicuro, cioè per paura (significative le righe di sfogo contro gli ebrei, la menzione del disinteressamento nei loro confronti durante il fascismo, pur di tenersi i piccoli privilegi ottenuti), trafficone e disonesto pur di arrivare a realizzare i propri obiettivi (come dimostra l’episodio dei denti d’oro di Elvira), futilmente e puerilmente vendicativo (quando tiranneggia Elvira o piscia nella teiera), ma sempre vilmente, sempre pronto a strisciare e chiedere pietà se i suoi piani non vanno come sperato. Insomma, la seconda parte è una spirale discendente, che disturba sempre di più nella sua triste e grottesca brutalità, ma al contempo impietosisce sempre di più per l’insipienza della vita che Diego cerca così febbrilmente di riscattare, ma in modo così sbagliato, così da scorciatoia per chi non ha altri mezzi oltre la fantasia. Nell’epilogo finalmente la Diego arriva a Montecarlo, l’ultimo simbolo in cui ancora può sognarsi vittorioso, sia come sostituzione riuscita di Anselmi (sua la cartolina che ispira la meta finale), sia come luogo dove, soprattutto nel casinò, si ritrovano i vincenti, ma quando questo risulta chiuso per sciopero, la sua realtà immaginaria, da cui già cadono sempre più pezzi, crolla quasi interamente e lo obbliga a un ultimo disperato sogno a occhi aperti, disperatamente cosciente di esserlo, per non accettare l’inevitabile scacco matto, la definitiva sconfitta. Eppure, quando Elvira muore e tutto sembra essere finito, la fantasia di Diego risorge come una fenice, meno bruciante forse, meno delirante, ma sempre meschina, sempre mirata spasmodicamente a propagare la voglia di vivere e quindi la vita. La genialità di Alberti è quindi quella di aver creato un personaggio come Diego, certo caricaturale rispetto al tipo umano medio, ma così uguale a lui, sia nell’uso della fantasia come arma di rivalsa o di evasione, sia per l’attaccamento vigliacco ed egoistico alla vita, che spinge anche alle cose più immorali pur di garantirsi qualsiasi minimo privilegio o di ergersi sopra agli altri (abbassandoli) e quindi illudersi di avere una vita più importante; ma al contempo di aver additato le ingiustizie e le gabbie che la società crea e propaga spesso solo per un proprio meschino comodo, per una quiete d’animo (e qui risulta azzeccatissima la divisione in due parti, con il colpo di scena che sposta l’interpretazione, e di conseguenza la critica, da un polo all’altro dell’arco della vita. E se il delirio è un violento far deflagrare le fantasie perbenisticamente celate e consumate al limite solo di nascosto, permette altresì di costruire un romanzo vivacissimo e sorprendente, disturbante e spiazzante, linguisticamente ricchissimo, con immagini molto originali e di grande potenza espressiva. Lo stile infatti sostiene e dona vigore al delirio, anche con i paragrafi molto più fluidi e con una punteggiatura che lesina in virgole, rispecchiando la foga dell’immaginazione di Diego, il suo fluire con impeto non irregimentato, esattamente come le frasi che si susseguono e si ingolfano fino al punto fermo, collaborando a un’opera davvero unica e riuscita.