Mi piacerebbe dire che il libro mi è piaciuto e che sono contenta di scoprire un giovane autore degno di nota. Purtroppo, non lo posso dire.
Il libro da un titolo curioso e coinvolgente inizia bene: una giovane volpe, entrata in una vecchia casa del villaggio trova per terra un libro. Affascinata da questo oggetto strano, mai visto prima, lo ruba e porta nella sua tana. Durante il lungo inverno lo studia e impara a leggere, scoprendo in tal modo un nuovo mondo. L'inverno dopo scopre che nella casa ci sono altri libri e inizia ad usarla come una specie di biblioteca, riportando i libri indietro dopo averli letti. Il vecchio della casa lo sa e li lascia sempre un nuovo libro da leggere sul gradino.
Carino, no?
Ma le piccole cose mi davano comunque fastidio:
- la volpe ha un nome maschile (Aliosha), ma si riferisce ad essa sempre al femminile (nonostante la dichiarazione dell'autore nei commenti che "quando... è qualcosa di molto personale, per Aliosha, allora tutto è regolarmente al maschile".)
- la volpe che all'inizio sembra una volpe qualsiasi, ovvero un animale del bosco, diventa sempre più antropomorfizzato: si costruisce una tana con la porta di legno, un letto e un camino dove accende il fuoco. ha una dispensa piena zeppa di cibo umano - avete sentito di un animale selvatico che mangia fagioli o si fa una zuppa di verdure? Il realismo magico delle prime pagine stava svanendo diventando sempre più simile a una fiaba stile Tony Wolf (ovvero artificiale)
- la storia si svolge in mezzo al "freddo inverno siberiano" e l'autore cerca di darle quel tocco di esotico inserendo a caso parole in russo un po' storpiato (incluso l'odiatissimo "Za sdarovie!" che nessuno in Russia usa) e qualche stereotipo (animo misterioso dei russo, ubriaconi bonari, gli immancabili vodka e borsch).
- il nome del topo, Musoritz, che secondo l'autore in russo vuol dire "rifiuti" (no, vuol dire "sporcare, lasciare in giro la spazzatura") - a chi verrebbe in mente a dare un nome del genere a un topo?
Tutto questo comunque sarebbe ancora tollerabile, ma a un certo punto me ne sono accorta che sto leggendo qualcosa di molto famigliare, come se fosse una traduzione di una storia ben nota letta tempo fa. E finalmente ("Cavallina!" è un meme che ogni russo riconosce, anche chi non ha mai aperto il libro di Sergei Kozlov) ho una rivelazione - ma è "Riccio nella nebbia"! C'è pure un bellissimo cartone animato. Si tratta di un racconto un po' filosofico e quasi psichedelico, deliziosamente poetico, delicato e fragrante... E il fascino dei primi capitol ha iniziato a dissolversi definitivamente: una storia bella e particolare, scopiazzata così (chi lo conosce questo scrittore russo, vero?), inserita nemmeno bene - perché in mezzo al pieno inverno siberiano, con la neve e temperature sotto zero, con le bufere e il ghiaccio, ci troviamo ad un tratto in mezzo a un mare di nebbia, con tutti i profumi e suoni di una giornata autunnale. C'è il cavallo bianco, il cane, il pipistrello e il gufo. Persino il rosso del fazzoletto nel quale Riccio porta al suo amico un vasetto di confettura, è stato conservato, trasformandosi nel rosso del ciuffo di capelli di Milla.
E dopo questo leggere la storia non era più divertente- chissà se l'autore ha scopiazzato anche qualche altro libro? Non riuscivo più a togliermi questo pensiero.
I dialoghi diventano sempre più filosofici ma di quella filosofia superficiale, preconfezionata, fatta di ovvietà banali - forse è davvero adatto per gli animali antropomorfizzati, ma difficilmente digeribili per un'umana di 44 anni.
La storia finisce bene, sono contenta per tutti i personaggi. Ma lo stesso autore fa un errore enorme, donandola un unltimo tocco postmodernista: tutto ciò non è vero, ma solo una fantasia che rappresenta... Nelle migliori tradizioni della Duchessa Brutta, l'autore decide di proporre una spiegazione lì dove le spiegazioni meglio non dare, distruggendo completamente la magia.
C'era una volta una volpe che amava i libri... Era meglio finire lì.