Quanto sia meraviglioso Una questione privata non devo dirvelo io.
C'è già Pedullà che, nella precisa introduzione alla edizione tascabile Einaudi, la mena per una quarantina di pagine e vi descrive, faccio un riassuntino, gli sforzi del povero Fenoglio alla ricerca di un romanzo che abbia il massimo del 'romanzesco', che non finisca per essere solo memorialistica o rievocazione storica o autobiografia. Il Fenoglio in sostanza nn volle una storia sullo sfondo della guerra civile italiana, ma una storia che vivesse e crepasse al suo interno, nel 'fitto' di detta guerra. Comincia a ordire la trama, sono passati ormai una quindicina d' anni da quel '44, e il romanzo atteso che dia la Resistenza per intero non c'è o forse tace, ha preso vie parallele, si è riversato in altri canali e staziona in pozze di fantasia bizzarra e in languori afasici. Nelle notti piemontesi probabilmente Fenoglio scruta a fondo i suoi temi rognosi, le sue ossessioni, le sue isole mentali.
Pensa: "gli amori infelici sono spesso materia di canto"; e nelle guerre ci stanno a pennello perchè la conquista silenziosa di un amore è paragonabile al silenzio della luna che accompagna e illumina le falangi argive verso i lidi di Troia.
Tacitae per amica silentia lunae...
Dice: "devozione alla collettività, ma fedeltà all'uomo". Immagina Milton, un ragazzo, poco più che ventenne, un esempio di temperamento e squisitezza romantica. Gli mette addosso una divisa, gli fa sentire come pesa una Beretta, lo collauda al contatto con la realtà atroce di una guerra, contro cui spesso si frana come il fango negli smottamenti. Gli lascia il tempo per smettere di fare una guerra e lo incita a intraprenderne un'altra.
Morbosamente, tenacemente legato alla cosa che gli dà vita, che lo fa esistere e gli dà sostanza, in una nota preliminare al manoscritto Fenoglio dice che la vita ci dà in sorte una sola cosa: una donna, un campo, un qualcosa che diventa tutto noi stessi. E noi la carichiamo di un possesso tanto più forte quanto piu sono le cose che ci sono negate. Chi tocca e porta via la cosa che è noi, ci uccide, ma non tanto in fretta che non si uccida anche lui. Nell'amore, e soprattutto in quella concezione dell'amore assolutistico, quale era la concezione di Fenoglio, quale barbara gelosia potrebbe smuovere un uomo a inzaccherarsi nel fango, mentre pallottole volano sopra la sua testa?, in codesto amore, che non monda le sue ferite nelle grandi acque e non le cura con erbe amare, come è scritto in quel magnifico libro degli amori perduti e delle fedi ritrovate che è il De Profundis di Wilde, esiste solo l'innamorato, che ingloba l'amato, che è il dio di Spinoza il quale ha un'estensione che si chiama Fulvia che cessa di esistere quando Milton cessa di vivere per lei. Ma lui - o la cosa che lui è- è incessante, come la giovinezza, quel fiume di giacinti che scorre verso la morte, come dice un famoso verso elegiaco.
Ed è a quel fiume di giacinti che si rivolge una parte del romanzo, verso il finale.
Parlo dell'episodio commovente del Riccio e del Bellini, le due giovani staffette partigiane catturate dai fascisti. Su di loro si ripercuotono le conseguenze del gesto di Milton, che ha catturato un sergente fascista per poterlo scambiare con Giorgio, suo amico e rivale amoroso, a cui dovrà chiedere una spiegazione sulla presunta relazione che il giovane ha instaurato con Fulvia. L'uccisione non voluta del sergente si riflette nella sentenza di morte per i due giovani portaordini partigiani. Come se, in linea con oscure dottrine orientali, su Milton convergessero le sue azioni buone e cattive. Esse lo inseguono, le azioni inseguono Milton, dal fondo degli abissi e gli spalancano un oceano infinito di conseguenze, in una delle quali egli ha perduto il suo amore, in un'altra gli sussurra all'orecchio le parole di una tenera canzone.
Sembra che gli uomini non abbiano ancora registrato un processo curioso che accompagna la creazione da sempre. Perchê ogni qual volta si presenta una situazione che empiricamente potrebbe essere gaudente, l'uomo è portato a infrangerla.
La moglie di Lot avrebbe vissuto una sorte forse meno angusta della pietrificazione, se non avesse visto i tetti in fiamme della città di Sodoma; Psiche, nella favola atroce di Apuleio, se avesse goduto il suo Amore in sè senza guardarlo, forse non sarebbe stata costretta a un pellegrinaggio negli inferi, a una sequela di prove mostruose.
Ma la grammatica di questa lingua, tenera e impietosa, audace e timorosa, è sconosciuta agli dei, ed è impressa nella mente degli scrittori e dei lettori che hanno offerto un giacinto in cambio di tutta la bellezza che resta.