La cosa che colpisce di più è quello che si legge sull’insegna: El Paso è il passo falso, l’inciampo che capita nella vita. È un non luogo, perché per chi si crede immune da errori, sereno nella sua giacca e cravatta, è un posto che non esiste. Ma sospendiamo il giudizio, impediamo ai super-Io più duri di parlare e avvogliamo le nostre pulsioni (di vita e di morte). Ci sentiremo più leggeri nel sentirci liberi di raccontare al barista ciò che nascondiamo, in ognuno dei personaggi che incontreremo c’è qualcosa che abbiamo vissuto: un amore che non dimentichiamo, un lutto che non metabolizziamo, un errore (orrore) che nascondiamo. E alla fine? Usciremo da quel bar? Riusciremo mai a perdonarci o a espiare? Alla fine siamo tutti un po’ randagi e temiamo El Paso perché ci rivela ciò che siamo. La scrittura di questi racconti è bellissima, quando diventa diafana e astratta con una parola ti riporta alla realtà. Tante volte mi sono sentita di dire Sì anche io mi sento così.