Villa Olimipia D’arsa e ciò che contiene da inventariare: un lavoro facile, che potrà portare via al massimo un paio di giorni al notaio Flavio Aragona e alla sua segretaria Letizia Migliavacca.
Ad incaricarli dell’inventario sono stati i parenti della proprietaria della villa, la defunta Adalgisa Grisenti, che si è ben guardata di fare testamento, mossa dalla diffidenza verso avvocati e banche e che dunque lascia un patrimonio da dividere in parti uguali.
Inventariare, valutare, schedare, andare: un compito facile, almeno in apparenza.
Ma si sa, l’apparenza inganna. Sempre.
La villa è non è solo grande fatiscente, ma è piena di scomparti segreti, pareti nascoste che contengono oggetti strani. Fuori contesto per una vecchia avara e misantropa.
Cosa ci fanno occhiali da bambina – una montatura rosa con fiocchetti-, un fischietto, una catenina d’oro o un apparecchio per i denti nei posti più strani della villa?
Sono oggetti stonati. Sembrano cimeli, trofei, ricordi.
Ma di chi? Per chi? A che periodo risalgono?
Letizia è la prima a trovare questi oggetti la sua mente fantasiosa e geniale, al limite della paranoia, e inizia subito a costruire una teoria basata sull’istinto, sostenuta Medina, “l’altra” che vive nella sua testa. A cui ha paura di dare ascolto.
Perché, se avesse ragione, vorrebbe dire che c’è qualcuno che ha ucciso e che usa o ha usato la casa come deposito.
“e se invece non fosse andata per niente così? Se il problema fossi solo tu, Medina, tu e la tua paranoia, i tuoi capelli, le tue buche e tutte le immani cazzate che ti metti in testa?”
I dubbi, però, restano anche se Flavio con la sua razionalità e pacatezza invita Letizia a non correre a conclusioni affrettate.
La corrente che salta, gli oggetti che si spostano o scompaiono, le luci azzurre simili a fuochi fatui sono riconducibili a disattenzioni, sviste dovute alla stanchezza o semplice suggestione.
Non bisogna per forza pensare a chissà che cosa, non bisogna cercare sempre il male.
Ma quando anche la razionalità di Flavio inizia a tentennare e altri oggetti vengono ritrovati, allora l’ipotesi del male inizia farsi strada.
C’è davvero qualcuno che li sta osservando? Che è dentro alla casa insieme a loro e sta solo aspettando il momento giusto per colpirli?
Scopritelo in questo thriller di Paola Barbato.
La Barbato ha un talento enorme, riesce a creare scenari, avvenimenti e personaggi memorabili, terribili e bellissimi.
Ogni volta che leggo un suo lavoro so che entrerò nella testa e nella vita di qualcuno (e mi ci affezionerò molto) e mi ritroverò a immergermi nella scrittura al punto che, quando mi squillerà il telefono, sussulterò di paura (storia vera). Ogni volta è così, mi scorre sotto pelle la tensione che vivono i personaggi, ogni volta è adrenalina dosata in modo magistrale. E alla fine ne voglio ancora.
Questa volta IL personaggio del cuore è Letizia, che mi ha molto incuriosito e da quello che ho capito è in “scripta manent” che si fa la sua conoscenza per la prima volta e accadono i fatti che l’hanno portata ad essere ciò che è…. Devo leggerlo!
Ho amato la sua genialità, la capacità di collegare i puntini, di entrare nella testa di qualcun altro, di cogliere le sfumature. Di proteggere Flavio e Zora e di lasciare “uscire” Medina.
Mi ha colpito la scelta di usare dare voce a tutti i personaggi, compresa Zora: punto di vista del cane è un espediente fantastico per dare una diversa (giusta?) interpretazione degli eventi.
Così come a colpirmi è il fatto che l’inquietudine, il senso d’angoscia e d’orrore emergono dal quotidiano, dalle piccole cose attorno a noi.
Non c’è bisogno di cercare nello straordinario, sembra dire la Barbato, basta girarsi, basta fermarsi ad osservare il vicino sull’autobus, o il collega svogliato.
Se si fa attenzione, nei suoi occhi, si può scorgere il luccichio del mostro.
Forse…
5 stelle a questa storia che mi ha mozzato il respiro più di una volta!