“Chi di noi ha vissuto una vita sola?”
“Lei non era sua perché nessuno possiede nessuno, in realtà. Non apparteniamo nemmeno a noi stessi. La bestia che è in noi ci ordina di fare centinaia di azioni aberranti, impossibili. Comprare la terra. Possedere una persona. Domare la bestia significa strapparla a sé stessa”.
Ogni storia di guerra è la storia di una fine. La fine di uno scontro, la fine di una battaglia, la fine di una vita, la fine di una missione, la fine della guerra stessa. Non importa quale lingua si parli, conosci il tuo antico nemico, porti con te il ricordo del gioco, il sogno del ritorno. Vollie Frade è incapace di sentimenti e decide di arruolarsi nei marines, senza un vero motivo. Parte per il Vietnam, trovandosi al centro della storia, nella catena segreta di violenza e morte, e poi prigioniero in Cambogia, per più di un anno, a sopravvivere ai compagni, fino a diventare nessuno, fino alla rimozione totale, obliqua, della sua identità. «Sto dicendo che tu ti guardi intorno come se il mondo fosse completo e funzionasse a meraviglia, e ci fosse solo una cosa che non va. Come se per renderlo perfetto bastasse tirartene fuori. Sparire, cioè». Rientrato in America, si nega al mondo e si trova a crescere il figlio di un compagno: un bambino nato in una specie di collettività aperta, dove le relazioni sono plurali, segnato per la vita dalla solitudine e dall'assenza, in grado di ascoltare solo il suono del dolore e del male. Soldato a sua volta; cieco di sangue che scorre, irrazionale e disperato. Vollie Frade invece è figlio di Annie e Potter, gente dell'Iowa, persone che hanno dovuto seguire la volontà, senza il privilegio di conoscerla. Per il singolo soldato in Vietnam tutte le cose non significavano niente, la mente inetta pensava solo a non fermare il convoglio, la mente profonda al nemico sottoterra che poteva disintegrarti ora e per sempre, all'assedio del mondo che brucia. Scibona con la sua scrittura che cammina narra la vita e la morte, la via sublime dell'amore, l'animale acquatico che è l'essere umano, vinto dalla paura priva di forma. Le anime sono azzurre e tristi, tra le creature è inevitabile riconoscere prede che diventano predatori, come un rapace falco, un bianco cerbiatto. Vollie lavora con diverse mansioni, vive anni magri, anni di amore; il figlio di Bobbie, l'altro soldato, Elroy, dopo l'esperienza militare nella modernità caotica e minacciosa, cerca di interrogarsi per un periodo di pace, cercando un legame straniero, con il quale diviene padre, lui che era nato nel fantasma di un paradiso, un'unione poligamica dove il sesso brucia ogni regola e ogni individualità, dove si mescolano essere e non essere. Così, tra storie intrecciate e corpi in equilibrio, Scibona narra le cose elementari, permette al lettore di apprenderle nuovamente, con la memoria dei personaggi che abbandona l'essere e ricorda il principio, l'ingresso nella natura. Scibona non dice se ci sia un Dio o un caos tra queste visioni, tra gli sguardi frequenti e le strade attraversate, dietro le sbarre o dentro le stanze: la sua passione ci invita in lande selvagge e oltre, verso una terra incontaminata che sta all'interno delle prime. Che questa storia nascosta dentro gli oggetti del romanzo si chiami immaginazione o letteratura non conta molto, forse, appunto, non significa niente. Le persone vivono insieme a chi è venuto prima di loro, non possono mai appartenere a nessuno, nemmeno la loro esistenza sembra appartenere all'autore. Sono un esercito, una prigione, un debito, un coltello, la brama di mondo che non si può estinguere. L'America, in queste pagine, diventa davvero nessun luogo. “Tra tutti quegli spettri, solo Trisha rispose. Nel corso degli anni aveva incontrato la ragazza nelle sue visioni con la stessa frequenza con cui gli era capitato di incontrare gli altri, e ogni volta, al pari di tutti gli altri, lei aveva distolto lo sguardo, come se in mezzo agli spettri lui fosse riuscito a diventare quel nessuno che aveva sempre desiderato essere”. L'infelicità che Scibona sceglie di consegnare al lettore consiste in una ininterrotta serie di sospensioni, di attraversamenti residuali, di salti nel vuoto e scostamenti, di incontinenze psichiche. Così arriviamo al nipote del protagonista, Janis/Willy, in Lettonia e in Germania; un bambino che ha il destino sconfitto di un orfano interiore, di una piccola persona priva di origine. Scibona riesce a mantenere viva la tensione narrativa e costruisce una narrazione forte, con uno stile serrato e lirico, coniugando livelli di racconto sovrapposti e affrontando su molteplici piani le scelte morali e gli impulsi universali. Scrivendo, quindi, un destino corale, marginale e indifeso, sempre in assoluta insicurezza, tra il momento ordinario e quello epico.
“La lezione era questa: qualsiasi cosa amassi così tanto, che ovunque ti giravi vedevi il modo in cui l'avresti persa, prima o poi ti sarebbe stata tolta”.