Ravenna è il romanzo della duplicazione, dove ogni elemento viene doppiato come a mostrarne lo statuto insidiosamente incerto. Il raddoppiamento tocca tanto l’individualità suppostamente intangibile – per cui il destino di Andrea si scopre analogo a quello di Foco, e questi a quello dello sconosciuto ma di certo anziano Momo con cui si chiude la narrazione –, tanto l’istituto basato per eccellenza sulla costituzione della soggettività per via gametica: la famiglia. La vicenda della famigliola di Andrea e Malinda con la figlia Fufina viene così duplicata da quella del matrimonio di quest’ultima con Nanni e della conseguente nascita del Mino (e ancora riverberata nel ritratto di famiglia conclusivo con Lami, Polla e la zia Orsolina “a palleggiarsi l’erede”, mentre nonno Momo tenta un discorso sul Capodanno).
Ma Ravenna è anche il romanzo dell’accoppiamento, giacché al modello della genetica come seriazione, Ravenna contrappone il modello genealogico della scrittura e dell’arte in generale, che – convocando il lettore dentro la pagina e imponendogli di ripetere in proprio l’esperienza che vi è narrata – stabilisce nuove discendenze, non vincolate, non determinate dal transito genitale. A tal fine Pizzuto avvia, a partire da questo romanzo, quella “schietta tendenza a rifiutare i tempi determinativi del verbo” a favore “delle forme infinitive”, che costituisce la sigla stilistica ed espressiva precipua dello scrittore siciliano. Questa scrittura all’infinito è una scrittura del continuo presente, in cui è possibile rivìvere quanto già vissuto e quanto vissuto da altri, e in cui è possibile far riapparire quanti hanno già vissuto o quanti sono già stati vissuti da altri.
Ravenna, romanzo umoristico e pertanto biologico e genealogico, rappresenta insomma una delle più compiute operazioni letterarie che abbiano voluto fare del passato niente altro che una delle forme del presente, e che dunque abbiano trasformato in vivente quell’astratto vissuto che ognuno cerca di organizzare in racconto chiamandolo la propria vita.