Dalla fine della primavera molti italiani entrano in una strana agitazione e non solo per le scadenze fiscali: è il momento di affrontare la questione delle vacanze estive, almeno per gli imprevidenti che non si sono organizzati prima e al netto di restrizioni pandemiche e mascherine varie. Sbiadito il mito del low-cost, bisogna fare i conti col carovita e in qualche caso ricorrere al mutuo balneare, pur di non apparire «sfigati» sui social, dove postare le foto delle vacanze è ormai un obbligo. Ma come evitare lo stress, la noia, e naturalmente le fregature non di rado in agguato tra i pixel dei siti specializzati e i fotomontaggi di tanti dépliant? Giuseppe Culicchia ci accompagna in un esilarante viaggio attorno al grande rito italiano della vacanza: un grand tour da Venezia a Lanzarote, dalle Alpi al Kazakistan, passando per autogrill, presunti ristoranti stellati, boutique folkloristiche, toilette introvabili, sagre di paese e scene fantozziane. Una radiografia impietosa del Paese in cuffie e infradito che ci aiuta a capire quanto siamo cambiati dalle prime vacanze degli anni del Boom. E perché, sempre più spesso, al ritorno abbiamo bisogno di una vacanza più di quando siamo partiti.
Giuseppe Culicchia (Torino 1965), figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese, cresce mangiando pane cunzato e leggendo l’enciclopedia Conoscere. Vince il torneo di calcio della scuola in qualità di riserva disputando solo uno splendido secondo tempo da ala sinistra nella partita contro i professori. Per tutte le superiori passa il tema in classe al compagno di banco in cambio del compito di matematica, esame di maturità compreso. All’università, abbozza storie in una biblioteca di Palazzo Nuovo e nelle sale del Caffè Fiorio a Torino. Tra i suoi eroi, Hem, Scott e Buk. Ormai ventiduenne, impara a nuotare. Poi finisce a fare l’aiuto-bibliotecario a Londra, e scrive i racconti pubblicati da Pier Vittorio Tondelli nell’antologia Papergang Under 25 III (1990). Dopodiché torna a Torino e dato che vuol continuare a scrivere cerca lavoro in una libreria, dove scopre che Thomas Bernhard ha dato alle stampe un romanzo di circa 500 pagine con un unico punto a capo, più o meno a metà. Commesso/edicolante/magazziniere/tuttofare per una decina d’anni, pubblica il long-seller Tutti giù per terra (1994, premio Montblanc e Premio Grinzane Cavour Autore Esordiente). Grazie al romanzo d’esordio finisce in copertina su L’Indice dei Libri del Mese, cosa che gli procura molti nemici e molto onore. Invitato più volte al Maurizio Costanzo Show, rifiuta di parteciparvi. Nel 1997 il suo primo romanzo diventa un film con Valerio Mastandrea per la regia di Davide Ferrario. Seguono Paso Doble (1995), Bla Bla Bla (1997), Ambarabà (2000), A spasso con Anselm (2001), Liberi tutti, quasi (2002), Il paese delle meraviglie (2004, premio Grinzane Cavour Francia) e Un’estate al mare (2007), tutti editi da Garzanti e tradotti in una decina di lingue. Nel frattempo, per sei mesi suona la batteria in un gruppo fantasma chiamato Ratones, che però si scioglie dopo che lui propone agli altri membri una canzone intitolata McChicken il cui testo sotto forma di haiku recita: “McChicken / McChicken / McChicken”. Comunque: con Laterza pubblica Torino è casa mia (2005) e Ecce Toro (2006). Da Einaudi, l’atto unico Ritorno a Torino dei Signori Tornio (2007). Da Feltrinelli, il memoir Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). Per Mondadori scrive i romanzi Brucia la città (2009), Ameni Inganni (2011) e Venere in Metrò (2012). Nel corso degli anni traduce tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis. Gli piacerebbe tradurre il caro vecchio Ernest, in particolare Fiesta, o al limite Festa Mobile, o anche solo l’ultimo capitolo di Morte nel Pomeriggio, o giusto il racconto Colline come Elefanti Bianchi, ma non gliel’hanno mai proposto. Purtroppo non conosce il norvegese, altrimenti avrebbe fatto di tutto pur di tradurre Knut Hamsun. Collabora o ha collaborato con i quotidiani La Stampa, La Repubblica e il manifesto, con i mensili GQ, Traveller e Linus, con il settimanale Gioia. Tifa per la squadra di calcio di Torino, il Toro. Ma, da vero sportivo, tifa anche per tutte le squadre che in tutte le serie e i tornei incontrano di volta in volta l’altra squadra cortesemente ospitata in città. Cos’altro? Ama giocare a calciobalilla, anche se non ha mai frequentato l’oratorio (e si vede). Ogni anno a Ferragosto guarda Il sorpasso. Desidera essere sepolto a Marsala. Non subito, però.
Un nuovo libro di Culicchia, della categoria dei commenti di costume e prassi di vita quotidiana, dedicato a tic, manie e ossessioni degli italiani, a cominciare da quella più recente di farsi selfie in continuazione.
Niente di epocale: gli argomenti sono stravisti e strasentiti, libri come questo ne sono stati pubblicati spesso (tipo il volume sugli italiani delle Guide xenofobe delle Edizioni Sonda o il Tutti al mare di Michele Serra), e altri pronunciamenti giornalistici o letterari su vite e vizi degli italiani sono molto richiamati anche in queste pagine. Poi chissà, forse anche un certo tasso di disistima nazionale nonché compiacimento per i propri difetti, ormai noti e risaputi (disinteresse per la cosa pubblica, massimo profitto col minimo sforzo, opportunismi ed esibizionismi vari, culto delle personalità purché siano quelle rigorosamente sbagliate, ecc.) fa parte delle caratteristiche sociali degli italiani. Fa una leggera differenza il libro di Francesco Piccolo, L’Italia spensierata, che ho letto e recensito, dove invece più che critica si dà spazio a gioie e soddisfazioni della vita quotidiana degli italiani (un piccolo esempio: gli autogrill, criticatissimi da Culicchia e non senza ragione, vengono omaggiati da Piccolo di un potente apprezzamento).
Qualche sorriso il libro lo estorce. Personalmente ho dissentito solo su una cosa, la critica un po’ moralista sulle ragazzine e ragazzone che vanno nelle discoteche tutte svestite e provocanti (esistono ancora le discoteche? Evidentemente sì), oltre tutto citando il testo supermoralista e più falso dei Protocolli dei Savi di Sion “Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano Principessa” di Marida Lombardo Pijola, v. mia recensione. Personalmente considero giusta e ben fatta qualsiasi cosa che alluda o preluda al sesso, anche solo immaginato, se non praticato. Ché di gente che dice che il sesso è una cosa brutta e sbagliata ne abbiamo viste e ne vediamo già fin troppe.
Io ti adoro ma non qui, dove appare chiaro tu abbia cannato un po' il tiro: un saggio che vorrebbe far ridere ma invece fa solo ricordare quanti altri vademecum sui leggendari italiani in vacanza han già visto la luce - fra tutti quelli dell'ottimo Severgnini, come "Italiani con la valigia".
Ecco, Severgnini fa(ceva) riflettere e fa(ceva) ridere; mentre nel (ri)leggere degli stessi vizi e virtù in quella che sembra una copia carbone post Covid non è altrettanto divertente. L'impressione è che tu abbia puntato alla massima resa con la minima spesa (sforzo), visto che nessuno come un italiano a) si presta alle caratterizzazione macchiettistica che, in effetti, lo rendono immediatamente identificabile urbi et orbi, e su cui però CHIUNQUE ha già scritto e b) è capace di fare ironia su un altro italiano.
Giudizio tecnico finale. non di soli Vanzina si vive.