Quando Matteo Trevisani riceve una mail con in allegato un albero genealogico della propria famiglia si rende subito conto che questo albero rispetto a quello da lui conosciuto ha una particolarità: a un certo punto le linee degli avi divergono, lasciando apparire nelle pieghe delle nascite e delle morti accadimenti sconosciuti, segreti e naufragi ricorrenti. Inoltre l'albero non riporta soltanto nomi e date di nascita e di morte degli antenati, ma anche la data di morte di Matteo: il 21 settembre, di lì a meno di una settimana di distanza. La ricerca sulla propria linea familiare si intreccia dunque improvvisamente a questa nuova, spasmodica e repentina, su cosa si celi davvero dietro questo strano evento. Intanto lo spettro di un'altra vita, e di una balena mitica, che tormenta la sua famiglia da generazioni, aleggia sul passato e sul tempo a venire. E Matteo si trova così impegnato in una corsa affannosa per cercare di capire cosa gli stia accadendo davvero e chi sia il misterioso mittente che sembra conoscere il destino che, forse, lo attende...
La genealogia è una disciplina affine alla letteratura
Entrambe fanno parlare i morti. Entrambe fanno allusioni, appigliandosi a scampoli del reale (un nome, una data in un documento ingiallito, una traccia nel tempo). Entrambe giocano con il passato, il presente e il futuro. Entrambe sono due arti che esplorano la possibilità, tutte le nostre vite possibili, le scelte che abbiamo scartato e che ci hanno messo in mano un altro destino, che ci hanno reso una persona diversa da quella che saremmo potuti diventare. E soprattutto lavorare a entrambe “non voleva dire aggiornare il passato ma prepararsi al futuro”.
La letteratura immagina, tende a intessere tele, a creare miti, simboli, mostri, analogie e collegamenti. Cerca di mettere ordine nel caos, cerca di ricostruire i destini, il senso del mondo. Ogni storia cerca di farci coraggio, ci fa sentire di appartenere gli uni agli altri, ci dà la forza di andare avanti. In letteratura non è raro scoprire che tutte le storie sono intrecciate, tutta la luce si riflette sul prisma di un diamante. Tutti gli scrittori vogliono sempre e solo raccontare l’unica storia che le raccolga tutte.
Trevisani non fa eccezione. Mescola fiction e non fiction, elementi autobiografici e bestie mitologiche, ci racconta di un’Italia mistica, forse perduta, fatta di archivi e documenti ingialliti, di genealogisti che credono alle maledizioni di famiglia. Romanzo orfico e suggestivo, per quanto eccessivamente fatalista e un po’ troppo verboso. Qualche sbrodolamento retorico affloscia la tensione nella seconda parte del libro ma si perdona volentieri a qualcuno che è riuscito a creare un orizzonte narrativo così vibrante.
Quello della mia famiglia, almeno per me, più che un albero genealogico è un cespuglio: la memoria arriva a stento ai nomi dei nonni. Il resto è nebbia e oblio. E' quindi con un certo sguardo che ha quasi una venatura di esotico quello con cui ho letto "Libro del sangue" di Matteo Trevisani, con tutta la sua attenzione verso la genealogia e il sangue. Nonostante sia un libro molto denso, dove si sferrano attacchi abbastanza viscerali al concetto stesso di realtà, tempo e identità, se dovessi racchiudere ciò di cui parla il libro in una parola (cosa che nessuno m'ha chiesto di fare), nonostante tutti i concetti profondissimi e altissimi che si vanno a toccare, quella parola sarebbe paternità. Per me, "Libro del sangue" è un libro su cosa significhi diventare padri, su quello che significa smettere di essere la fine (il fine) di un albero genealogico e diventarne uno dei tanti rami. E' in questi momenti, per me, che "Libro del sangue" prende veramente vita, in un modo che spezza il cuore. "Poi lo presi e lo sollevai, trovando in quei poveri dieci chili di carne un peso che il mondo avrebbe trovato insopportabile, lo alzai sopra la mia testa, dando a quella verticalità il senso del mio, di peso". In un connubio particolarissimo di fiction e auto-fiction, dove la biografia di autore e personaggio, si confondono in un gioco di specchi, "Libro del sangue" racconta di Matteo, scrittore che è appena diventato padre, ossessionato dagli alberi genealogici e dalla convinzione che la propria famiglia è perseguitata da una specie di maledizione, che fa morire tutti i primogeniti affogati. Per rompere la maledizione, vista anche la nascita di un figlio, ristringe i rapporti con Giorgia, figlia di Alvise, suo maestro di genealogia e con cui aveva avuto una storia. Ma tutta la storia può essere racchiusa in un passaggio del romanzo: "Era chiaro che avrei fatto meglio a finirla lì e accettare di vivere per sempre nell'inconsapevolezza del mio passato, di chi ero, da dove venivo. Ma avrebbe significato l'impossibilità di saperlo anche per mio figlio, se volevo liberarlo da quello che in ogni famiglia c'è di più terribile". Quando dico che "Libro del sangue" è, per me, un libro sulla paternità intendo dire due cose: innanzitutto, che è un romanzo sull'accettare di essere una parte di mezzo, di non essere più il fine di qualcosa, ma soltanto una parte centrale fra le tante, quindi forse, in parte, morire, se può avere senso una parola simile. Ma poi, soprattutto, che è un romanzo sulla responsabilità che hanno i padri nei confronti dei figli riguardo il passato. Generare un figlio è non soltanto continuare la linea del sangue, il nostro albero genealogico, ma passargli anche le nostre maledizioni e i nostri traumi, che solo Dio sa da quanti millenni ci tramandiamo. La ricerca di Matteo, allora, di rompere la maledizione, di scoprire quello che si nasconde nel sangue non è soltanto un vezzo egoistico, ma diventa un vero e proprio gesto disperato di amore paterno: soltanto spezzando il passato, i figli potranno essere (relativamente) liberi. "Mio figlio doveva essere libero da tutto questo, costruire nuovi miti, munirsi di nuovi stemmi, prendere su di sé la responsabilità di una nuova generazione del sangue". "Libro del sangue", per me, è caratterizzato da una vertigine inedita, che in alcuni momenti ha travalicato il libro stesso e mi ha colto mentre facevo altra roba, e non è che sia stato proprio piacevolissimo. Non tanto l'impressione che il passato non sia passato per un cazzo, che tutto accada sempre contemporaneamente, che "in un secondo c'è tutta una vita, e tutta la vita, tutto il tempo del mondo passa in un attimo. La mia nascita, e la guerra di Troia, e la catastrofe di Toba e i primi fiori spinosi che vincendo la gravità salivano dal terreno verso il cielo, in un'aria satura di gas, e la battaglia di Lepanto e Napoleone che cavalca a Jena". Cioè, per carità, anche quello, assolutamente, e Trevisani riesce a rendere pura narrazione questa concezione filosofica montando il racconto con le sue diverse linee temporali in un modo che appaiano accadere tutte contemporaneamente, prive di qualsiasi appoggio temporale conseguenziale, ma dove anzi il lettore si sente piuttosto temporalmente sperduto. No, la vera vertigine, per me, è stata la considerazione che il sangue è antico, che nei miei occhi e nei miei geni stanno centinaia di padri e madri ormai dimenticati, ma mai perduti, che il sangue, quello che mi scorre ora nelle vene, è diverso eppure uguale a quello che scorreva nelle vene di gente che camminava per le antiche vie etrusche, che i miei occhi sono gli stessi occhi di chi cercava di capire il futuro guardando il volo degli uccelli. La vertigine che riesce a dare "Libro del sangue" è quella della genetica, delle centinaia di persone che ci hanno precedute, e che, beh, non se ne sono mai andate, ma sono state tramandate, con i loro traumi e le loro maledizioni.
Ufficialmente il libro con cui concludo l'anno! Romanzo particolare, Trevisani ci racconta una storia nuova che (personalmente) non ho ritrovato in nessun altro libro e sicuramente è stata questa la ragione che mi ha incuriosita e spinta a leggerlo. Ho apprezzato il suo modo di scrivere e la storia tiene viva l'attenzione, ti fa sicuramente voglia di andare avanti e scoprire "come va a finire".
Non sei tu, sono io. Sono io che non ho capito e alla fine ho perso interesse. Indubbiamente scritto bene, sperimentale e nuovo, ma indubbiamente not my cup of tea.
Un libro può definirsi "riuscito" - che poi cosa mai vorrà significare questo termine? - quando girata l'ultima pagina, ti lascia con una serie di dubbi, interrogativi o riflessioni che fino al momento precedente non consideravi, o peggio, quando ti spinge a fare qualcosa che non pensavi possibile. Sfido chiunque a chiudere questo libro senza farsi assalire dalla voglia matta di mettersi a ricostruire il proprio albero genealogico, andando alla ricerca delle proprie radici, facendo conoscenza con i propri avi e riappacificandosi con il proprio passato e con i propri drammi e dolori o più semplicemente, tendando di mettere ordine nel caos. Questo libro mi è piaciuto molto perché ricorda l'importanza dell'appartenere ad una linea di sangue anche quando non si hanno discendenze nobiliari e sottolinea il diritto che hanno tutti di scoprire la propria perché dopotutto ogni linea di sangue finisce nelle proprie vene. Un libro che parla di passato, di presente ma anche di destino e di futuro perché lavorare sulla propria genealogia non significa aggiornare e rimescolare il passato bensì prepararsi al futuro. Un gran bel libro: affascinante, intriso di mistero e di misticismo, che invita a scavare dentro se stessi e dentro le proprie storie familiari soprattutto in questi nostri tempi così labili e incerti, nei quali proprio grazie al sangue potremmo riunire tutti i nostri pezzi incomunicabili e trovare finalmente un briciolo di salvezza.
L'uso della genealogia in un contesto realistico ma con elementi quasi magici era un pretesto promettente, ma alla fine ci sono così tante parole a mio parere inutili che il risultato più che misterioso mi è sembrato solo molto confuso.
Un libro come un banco di nebbia. Fosco, oscuro, spesso criptico, che solo talvolta mostra le cose in modo chiaro e delineato. Una storia di famiglia che affonda le radici in profondità, sorretta da una prosa elegante e asciutta. Neanche a dirlo, la morbosa passione per la genealogia è altamente contagiosa, e ne rimarrete invischiati anche dopo la lettura. Bello e necessario, come quelle storie in cui si inciampa per caso e poi si scopre che erano lì ad aspettare te.
La storia delle famiglie è un filo teso sopra l'abisso che connette il primo vagito animale e l'ultimo respiro dell'ultimo uomo, una strada che quando hai iniziato a percorrere non ti permette di riposare, di fermarti, pena il cadere per sempre nel vuoto. La mia era una via piena di bivi, di scorciatoie o di labirinti ciechi e l'unico modo per uscirne era non scegliere una strada, ma prenderle tutte.
Incipit Da qualche anno ogni mattina, poco dopo l’alba, mi siedo a gambe incrociate al centro dello studio, a interrogare i morti. Libro del sangue Incipitmania
La letteratura, così come la genealogia, è la scienza che cerca di dare ordine al disordine. Individua cause ed effetti, prova a “prepararci al futuro mostrandoci il passato”, è una scienza di previsioni, ipotesi e teorie che affondano le proprie radici nei tempi di Mendel e dei suoi esperimenti con i fiori bianchi della pianta di pisello.
La genealogia è madre e sorella della genetica. Padre e madre con gli occhi castani danno vita, con ogni probabilità, a un figlio dagli occhi castani, e di generazione in generazione si tramandano tratti somatici, malattie mentali e difetti congeniti. Perché la genealogia è una maledizione, e nel romanzo di Matteo Trevisani si intende proprio in senso letterale.
Il libro del sangue parte da uno spunto geniale, ma si perde via in verbosità e misticismi che rendono difficile al lettore seguire il filo del discorso. Peccato, perché l’idea di un uomo in lotta con il proprio destino e intenzionato a spezzare una maledizione di famiglia con la sola forza della biblioteconomia poteva essere divertente. O quantomeno, poteva dare vita a un film caciarone e godibile con Nicholas Cage.
E invece Trevisani scansa l’effetto National Treasure e sceglie una via ben più alta e fin troppo ambiziosa, soprattutto nella sua seconda metà, firmando un romanzo complesso in cui le colpe dei padri ricadono sui figli e le maledizioni non si spezzano con la forza della razionalità, ma con una rassegnata resa al fatalismo.
Purtroppo questo romanzo per me è un grande no. Ne avevo sentito parlare come di un qualcosa di sperimentale, originale, innovativo: se ho trovato degli sprazzi di queste caratteristiche però, sono state poi spazzate via dalla difficoltà pazzesca che ho avuto a seguire e capire la vicenda. Il libro comincia con ottime premesse e fino a metà si dimostra abbastanza avvincente - motivo per cui non mi sento di bocciarlo del tutto - ma a un certo punto la narrazione si fa così confusionaria da essere impossibile da seguire: passato, presente, futuro, realtà, supposizioni…tutto si mescola in un minestrone che a me è parso senza capo né coda e che culmina in un finale ahimè assurdo. Peccato, speravo di trovare qualcosa di molto più vicino alla mia sensibilità di lettrice - e ammetto che erano anni che non mi ritrovavo nella situazione di dover interrompere la lettura per cercare di riprendere il filo del discorso e provare a dare un senso ad azioni e motivazioni dei protagonisti. Forse non è un pessimo libro, ma di certo lo stile narrativo non fa per me.
Il lavoro di ricerca genealogica cattura e crea dipendenza, potranno confermarlo tutti quelli che vi si sono dedicati. Scoprire sempre di più di un passato che non abbiamo vissuto, ce ne fa appropriare e ci rende parte di un tutto. È un puzzle in cui i tasselli sono le persone, e la figura intera sei tu. Matteo Trevisani scrive un’autofiction basato sulla sua ricerca, su fonti misteriose, maledizioni familiari e necessità di conoscere le proprie origini. La scrittura è impeccabile, la narrazione magnetica come lo studio genealogico.
“Scoprire cose della tua ascendenza vuol dire scoprire cose di te stesso. Vuol dire scavare proprio lì dove sono seppelliti i morti. Non tutto quello che scoprirai ti piacerà.”
In una brillante autofiction Matteo Trevisani si immerge in un racconto genealogico che nasconde una maledizione. Tra araldica e mostri familiari, in un libro che contiene un libro omonimo, quasi una scatola cinese, interessante è la modalità con cui viene affrontata l'introspezione individuale e l'analisi familiare. L'alternanza tra racconto, ricordo e spiritualità tribale crea un'atmosfera di suspense che spinge a voler conoscere la soluzione del mistero del libro e delle genealogie che racconta.
L'idea della storia (una catena di maledizioni familiari, un albero genealogico che si estende nel futuro, un destino che sembra segnato) è, secondo me, molto affascinante. La scrittura, poi, compatta e mai debordante, molto in linea con il materiale che tratta.
Avrebbe potuto travolgermi, come libro, se non fosse che quando la sospensione dell'incredulità che mi si chiede diventa troppo il mio coté razionalista inizia a darmi i calci negli stinchi. E i calci negli stinchi sono fastidiosi. Gli eccessi di fantasia, le incursioni del magico, sono, a mio giudizio, sempre una incapacità di raccontare il reale, che è tanto fantastico di suo da non averne bisogno.
Comunque trascinante al punto da far finire gli altri due libri della trilogia in wish list. (e però la wish list è un atto piccolo per chi ha in casa un backlog di centinaia di libri da leggere)
Esoterico, misterico, autentico, alchemico, mistico, carnale e chi più ne ha più ne metta di aggettivi per descrivere a pieno questo libro ce ne vorrebbero a bizzeffe! Un romanzo fatto bene, scritto bene, pensato con originalità; una voce personale forte, matura, evocativa che ti fa bramare il finale e ti lascia comunque insoddisfatto a fine lettura perché ne vorresti ancora e ancora di questa storia che è quella del protagonista ma anche la tua, la nostra, di ognuno di noi. Davvero un libro da non perdere, che ti fa entrare nei meandri del tempo, varcando soglie di diverse dimensioni nelle quali sei sempre ben orientato e che ti ritrovi ad amare alla follia, sperando che il tuo albero genealogico, in qualche modo, incroci le sue radici con quello dell'autore!
La prima parte l'ho trovata bellissima. Scritta in modo eccezionale. La seconda parte perde la poesia in favore di una (secondo me non utile) enfasi. Diventa ridondante. Anche la trama, secondo me, è debole, implausibile, cerca di recuperare credibilità confusamente un po' con l'esoterismo e un po' tornando alla realtà di un thriller psicologico. Entrambe le opzioni sono secondo me poco riuscite e il finale è scarsamente comprensibile (tirato via, insomma - come se fosse stato appiccicato e non inizialmente pensato). Forse questo libro avrebbe avuto più valore se si fosse limitato a un racconto breve, enigmatico, come è quello delle prime 50 pagine.
Un libro folle: in senso positivo, perché mai avrei pensato che dalla genealogia si potesse trarre in maniera originale il tema del confronto col passato e delle origini. Matteo Trevisani secondo me ci è riuscito scrivendo una storia avvincente, sotto certi aspetti un autofiction, svolgendo riflessioni interessanti su come, parafrasando lo stesso autore, “il passato ci prepara al futuro”, su come sia, dunque, impossibile sfuggire al nostro destino.
"Il libro del sangue" di Matteo Trevisani mischia con grande efficacia fiction e auto-fiction. La biografia di autore e personaggio, si confondono in un gioco di specchi, così il libro racconta di Matteo, scrittore appena diventato padre, ossessionato dagli alberi genealogici e dalla convinzione che la propria famiglia è perseguitata da una specie di maledizione, che fa morire tutti i primogeniti affogati.
Per sfuggire alla maledizione decide di fare un enorme "viaggio nel passato", affidandosi alla genealogia, disciplina che si occupa dell'origine e della discendenza di famiglie e di stirpi, e facendosi aiutare in questa ricerca da Alvise e Giorgia, padre e figlia, altrettanto ossessionati dalla materia.
Il romanzo ruota intorno all'occulto, è pieno di segreti spesso connessi fra di loro e presenti nel passato. Il modo in cui è scritto (con continui salti temporali) potrebbe disorientare molti ma a me ha dato uno strano effetto di assuefazione, tanto che le 200 pagine sono veramente volate.
Come spesso accade a queste storie, però, non è tanto la trama il senso di tutto, ma il senso che diamo alla storia e alle vicende. Secondo me Trevisani ha scritto un libro molto bello da leggere per un genitore, un padre in particolare. "Il libro del sangue" infatti parla della responsabilità del genitore nei confronti del figlio, delle colpe che si porta addosso pensando di "passare" al proprio figlio i propri difetti, i propri tormenti, le proprie maledizioni, appunto.
Una lettura particolare, forse un po' pomposa, ma di certo originale.
Le premesse sono belle, intriganti e anche molto originali (uno scrittore che si occupa di genealogia, un giorno riceve per mail il proprio albero genealogico contenente, tra le altre cose, la sua data di morte che è molto vicina) insomma poteva essere un bel libro. Peccato che dalla seconda metà manda un po' tutto in caciara come diciamo a Roma. Fino alla fine è tutto un girare attorno a questo mistero che sostanzialmente si incarta su sé stesso senza dare una spiegazione soddisfacente. O anche solo comprensibile, perché sarò forse io, ma la parte finale non l'ho proprio capita. Come arriva alla conclusione che un personaggio secondario sia la sua "nemesi"? E poi il protagonista vive, muore? Ho letto solo tanti paroloni, frasi ad effetto (di cui ahimè risente tanta letteratura italiana moderna) ma non ho capito un accidente. Altra grande pecca: i personaggi. Vuoti, sterili, potenzialmente interessanti ma totalmente appiatiti e sacrificati ai virtuosismi di scrittura dell'autore. Saper scrivere vuol dire creare anche personaggi "vivi" non figurine appiccicate su una trama (che fa acqua da molte parti). Sono molto delusa, perché le premesse c'erano così come il potenziale. L'argomento è interessante e poco battuto, ma è andato sprecato in un centinaio di pagine. Le uniche che salvo.
Peggio dei buoni libri ma sopravvalutati, ci sono i libri brutti sopravvalutati, e peggio di loro solo quelli mediocri. In quarta di copertina leggo “VISIONARIO”. Ci vedo una pubblicizzazione a tavolino. Ora, non capisco cosa sia preso all’editoria del 2021 che fu, ma questo libro è un abbaglio bello e buono. La scrittura è piena di sé e patetica, le azioni dei personaggi sono a dir poco ridicole. L’incipit giusto giusto è petite, carino, ma purtroppo bisogna spegnere il cervello per poter apprezzare questo libro. Menzione speciale ai capitoli 18 e 19, per picchi di trash a sorpresa! Pq pas, per movimentare la lettura.
Così si ridiscende nei meandri del brutto, dopo una tappa breve tra le colline serene di Buzzati; e si apprezza ancor più che scrivere è proprio difficile
EDIT: qualcuno può spiegare all’autore che l’Africa è un continente e dire “Andammo in Africa” non significa nulla, visto che solo il Congo è grande come l’Europa? Ma poi il classico feticismo verso i riti tribali spiccioli in cui i “bianchi” vengono coinvolti dagli “africani”, che vivono davvero a contatto con la natura, non ha stancato tutti?
Che Trevisani sappia scrivere, non c'è dubbio. Che sappia costruire una trama, ma soprattutto creare dei personaggi credibili è invece questione aperta.
Personalmente non sono riuscita a godermi a pieno la storia per due ragioni. Anzitutto la narrazione spezzettata – che alterna il passato al presente, con inserti di dubbia collocazione spazio-temporale – anziché dare ritmo ha generato solo ridondanza quando non inutile confusione. In secondo luogo, i personaggi dalla seconda metà hanno iniziato ad agire da poser che parlano per enigmi e agiscono in modi improbabili e ho provato un crescente nervosismo. Stenderei un velo pietoso sulla rappresentazione femminile, o meglio sul suo punto di vista maschile.
Non boccio del tutto il libro, ma non penso di voler leggere altro dell'autore.
"Hai mai riflettuto che solo dopo morti abbiamo davvero una storia?"
Primo libro che leggo di Matteo Trevisani, devo dire che non mi ha delusa, anzi. Un libro originale che nella prima parte, secondo me, ti rapisce e ipnotizza. Nella seconda un po' più lento, ma sempre con una dose di suspence giusta. Racconta i misteri della genealogia e come questa porti nel profondo delle storie di famiglia, del sangue, del passato ma anche di ciò che il futuro riserva. Un pizzico di misticismo e mistero, con atmosfere abbastanza cupe. Davvero una lettura travolgente.
crescendo, crescendo, confusione e fine. l'inizio è stato travolgente e accattivante ma andando avanti nella lettura tutto si è eccessivamente confuso tra presente, futuro, passato e possibilità. è un peccato perché l'atmosfera creata riesce davvero a suggestionare il lettore, spinge quasi a sentire la necessità di ricercare le proprie origini. arrivati alla conclusione i capitoli e tempi narrativi sono così intrecciati da risultare confusionari. il finale può considerarsi un finale? non lo rileggerei.
La prima parte del romanzo è molto pomposa, il protagonista molto sicuro di sé e a dir poco insopportabile. Questo suo tratto rimane nella seconda parte, ma si perde tutto il resto. Matteo è un uomo che parla di uomini agli uomini, riesce a fare solo commenti sessisti su Giorgia o a buttarla via, la moglie innominata, Latifah rimane un mito quasi. No. La genealogia non sono solo padri su padri, sono madri che portano in grembo e crescono bambin* di ogni genere.
Che le cose accadevano, che noi eravamo vivi, che avevamo una memoria, questo era ciò che non riuscivamo a credere
Trama sicuramente originale, con riflessioni interessanti su cosa voglia dire condividere legami di sangue e quanto siano profonde le radici di essi. Tuttavia ho trovato la scrittura molto verbosa e che nella seconda parte la storia girasse troppo in tondo