Alla luce della recente rilettura dell'opera, mi trovo a rivalutare La Notte di Druillet essendo, oggi, per me, il suo miglior lavoro. Specifico che Lone Sloane sarà sempre lassù in quanto è una pietra angolare della nona arte, una svolta significativa rispetto alla classicità ad ogni costo.
La Notte non aggiunge nulla ma è il cardine di un Druillet irripetibile.
La sua antiestetica raggiunge qui i massimi livelli di bruttura e la "spettacolarità" delle pagine da metà libro in poi non sovrastano lo schifo che c'è sotto. Il tratto sketchato e melmoso di Druillet trova la culla perfetta in una storia mortifera e senza speranza. Canto disperato ed inno alla distruzione, lontano dai canoni estetici tradizionali sin dagli esordi rinnegati ma che qui trova il suo massimo compimento nella scala del marciume cosmico. Se è vero che il suo tratto nei lavori precedenti era più o meno così, è anche vero che era meno gravoso e carico di linee, e alcune volte era più goffo del voluto, non era ancora padrone del tutto di quello stile, questo è certo. Mentre ne La Notte la distorsione anatomica e prospettica, nonché il tratteggio, sono esattamente al loro posto e si trascinerà questo alone tetro anche in Gail('78), infettando ancora di più gli scenari disperati di Lone Sloane ma, ripeto, mai più tanto marcio e viscerale come qui. Mai più il magma caotico di Druillet si è riversato con tanto ordine, con tanta irruenza e veridicità.
Druillet è sempre stato un folle irriverente, ma profondamente triste, d'altronde provava sconforto sin dalla sua infanzia sapendo che i genitori erano fascisti convinti, il cui padre ha anche combattuto per il regime franchista e la madre torturava, uccideva e deportava partigiani e ebrei.
Ma se i genitori non te li scegli e magari in età adulta riesci a lasciarteli dietro, il suo malessere - dovuto alla malattia della moglie (costretta ad abortire pure) e poi la sua morte - è palpabile pagina dopo pagina. Tutto questo è evidente (sin dalla prima lettura) al di là delle firme visibili in alcune tavole (scoperte solo alla seconda lettura) contenenti, oltre alla data, anche i luoghi, ovvero gli ospedali le cui stanze aveva allestito a mo' di atelier per mostrare alla moglie una finta normalità, che la malattia non lo stava distruggendo.
"Nella storia dell’arte, ogni volta che un artista veniva colpito da una tragedia simile, creava una scultura, un dipinto o qualcosa del genere. Nei fumetti, non era mai stato fatto, all’epoca."
Senza dubbio La Notte era un'operazione catartica e fu una cura anche per lui, dove la sua arte gli serviva come sfogo, come è palese nella prefazione quando se la prende con i dottori e la morte. Infatti è proprio la morte la protagonista dell'opera, è l'ombra dei folli motociclisti che combattono per fotterla. Morti viventi che cercano di salvarsi seminando morte e violenza di una frenesia delirante in città organiche che defecano tutto il loro squallore, dove neanche i miraggi delle fotografie della moglie, che condiscono alcune pagine, sono d'aiuto. La Notte è finita, l'alba è giunta, l'ombra non si nasconde più nel buio ma poi scompare per sempre. La morte ha afferrato tutti, disfacimento totale e "la musica sale in lento crescendo."
E' un'opera senza fronzoli, sentita, in cui Druillet - del tutto disilluso - riversa tutto se stesso, si sporca e fa dannare. Non c'è più la magniloquenza di Lone Sloane o Yragael o Salammbò, i morti viventi parlano con un lessico basilare, sono esseri umani regrediti allo stato primitivo, dove anche la parte grafica inizia in un modo abbastanza scarno - per gli standard di Druillet - ma si carica man mano fino ad esplodere.
E' una marcia o, forse è meglio dire, corsa funebre dell'umanità verso la tappa ultima della vita e poi dopo solo l'oblio della dimenticanza.
Penso che è la terza volta che lo leggo, si cresce e si cambia idea, dapprima lo consideravo migliore di Salammbò e Yragael, poi inferiore ed ora il suo apice. Magari sarà il formato maggiore con cui l'ho letto ora (Titan Comics in eng), magari è il fatto che ho scoperto che i colori originali sono nettamente meno diluiti di questa riedizione o magari oggi, pur amando infinitamente di più le sue opere cosmiche, mi viene più semplice discernere il suo reale valore.
L'opera d'arte non deve piacere né accontentare, ma deve creare e suscitare una qualsivoglia sensazione, stupirci con qualcosa di inaspettato e non infiocchettato, di cui all'artista deve fregare poco del conforto del lettore. D'altronde la morte è lì che aspetta tutti, è ineluttabile (non con uno schiocco di dita) e Druillet ha ragione quando dice che in occidente viene occultata perché ci fa paura, ci fa riflettere e non è redditizia, ma cerca di svegliare il lettore, con cui si rivolge con sferazante pietà, chiamandolo "futuro cadavere".
Con "...sto imparando ad amare la morte ... ho buon gusto." chiude Druillet la prefazione del '76, ma mi viene in mente anche una famosissima citazione di Truman Capote "il buon gusto è la morte dell'arte".
La Notte è un'opera d'arte sulla morte, tutto torna.
P.S. Scopro solo ora che Druillet tenta anche il suicidio con un mix di droghe ma lo salvano in extremis. Poi:
"Torno a casa. Mi rimetto al lavoro. Devo terminare la mia opera. Non posso dimenticare Nicole. Le costruirò un mausoleo. Sublimo così il mio dramma. Sono pazzo. Mi abita la follia. Un fuoco interiore mi divora. Non dormo più. Non mangio più. Bevo e lavoro senza sosta. Mi incateno alle crisi del mio delirio."