“Quando incontri un grand’uomo, chiediti dove sia il suo dolore”, scriveva una grande donna, la pianista Hélène Grimaud, nel suo libro “Variazioni selvagge”, citando le parole di qualcun altro (di cui al momento non ricordo il nome).
Anche Michela Marzano, intellettuale italiana naturalizzata francese (o meglio fuggita in Francia, come si scopre leggendo questo libro) è una grande donna. Una donna di grande successo, potrebbe dire un superficiale. Studi affrontati e superati sempre ai massimi livelli con il massimo dei voti, una lingua straniera imparata in età adulta a livelli di linguamadre, al punto da poter vincere una cattedra di filosofia alla Sorbona. Idee, libri, pensieri. Un importante periodico la inserisce nell’elenco delle maggiori intellettuali del nostro tempo. Ma di che lacrime gronda, e di che sangue questa grandezza?
Michela Marzano lo spiega in questo libro, in cui parla non solo della sua vicenda con l’anoressia - sintomo e non malattia in sé, come giustamente sottolinea - ma della sua vita. Del suo rapporto con un padre oppressivo e con una madre probabilmente debole e psicologicamente marginalizzata. Un libro che sicuramente è un atto liberatorio, un tentativo di tirar fuori quello che ha dentro e che fino ad oggi probabilmente ha raccontato solo a psicoterapeuti, e forse di “dire” finalmente quello che pensa a suo padre - peraltro con poche speranze che lui possa veramente capire.
Un libro che, se si supera il dubbio preliminare “ma a me che me ne può fregare della vita di questa qui?” è capace di far pensare molto e di fare molto male. Devo solo fare due considerazioni in margine.
La prima: dopo essersi esposta tanto, ho il timore - spero infondato - che qualcuno possa attaccarla per quello che ha detto di sé, per le debolezze che, con grande forza, ha avuto il coraggio di esporre. E che le sua vita professionale possa risentirne. Io non glielo auguro. L’unica riserva che avevo su di lei era la sua visione critica piuttosto unilaterale e superficiale della pornografia. Ora, considerati anche i suoi problemi legati alla sessualità di cui parla in questo libro, penso di potergliela perdonare.
La seconda, e dicendolo spero di non offendere lei né nessun altra: la Marzano che si autodescrive in questo libro, quando parla delle sue relazioni con il sesso maschile, pare corrispondere totalmente a quella tipologia di donna, purtroppo assai diffusa (anche se non maggioritaria) che farebbe scappare a gambe levate qualsiasi uomo. Che va in paranoia depressiva per una telefonata che non arriva. Che vuole essere costantemente rassicurata dell’amore che il suo uomo le porta. Che considera offensivo il fatto che lui, per dire, si addormenti davanti alla televisione invece di ascoltarla, capirla e coccolarla. Che lui tutte queste cose dovrebbe capirle da solo, e invece, maledetto, proprio non ci arriva. E, soprattutto, che se lei riesce a passare sopra a queste “manchevolezze” lo fa con il tono di una che “non capisce ma si adegua” piuttosto di una che si rende conto che il suo profilo di attese sia comunque piuttosto irrealistico. Certo, non dev’essere stata una compagna facile per nessuno degli uomini che hanno condiviso un pezzo di vita con lei, e non mi sembra così assurdo che molti di essi siano spariti repentinamente dalla sua vita, probabilmente per non trovarsi a dover recitare la parte del padre ideale che lei non ha mai avuto. Al di là di questo, il suo libro, per quanto straziante, è da leggere, per capire quanti danni possa produrre il dolore di un’infanzia problematica, per capire quanto si è fortunati se questi danni non li si è subiti, e per capire, come dicevo all’inizio, che il cosiddetto “successo” può essere figlio anche del dolore, e non della fortuna o dell’intelligenza.