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Se Venezia vive. Una storia senza memoria
«Il re della festa non è Thomas Mann». La morte a Venezia, sostiene Mario Isnenghi, è un fecondo genere letterario, ma, se usato come criterio di verità storica, diventa un veleno mortifero, una falsa coscienza, un’altra faccia della consuetudine tutta italiana all’autodenigrazione. Chiamando in causa eventi, luoghi, personaggi tra la fine del Settecento e i giorni nostri, Isnenghi fornisce plurime e contrastanti prove dell’esistenza della vita a Venezia, delle sue identità mobili, e mostra come le origini del mito della decadenza non si trovino affatto nella storia della città, perché da molto tempo la storiografia attesta che nell’Otto-Novecento Venezia non ha cessato di vivere con la fine della Serenissima, ma ha continuato a esistere, sebbene in maniera diversa. Un percorso appassionante e sorprendente tra raid, idrovolanti e dirigibili, donne borghesi illuminate ed emancipate, il rapporto con Milano, l’avanguardia di viabilità, fabbriche e porti, la vita intellettuale di campielli e calli, dalla «Repubblica di Santa Margherita» all’invenzione del Lido fino all’antifascismo e alla Resistenza, tra mille personaggi come Pietro Selvatico, Giuseppe Volpi e D’Annunzio, veneziano d’elezione che vaticinò il futuro della città. Una visione europea e mondiale di Venezia, una rielaborazione critica della sua storia che assume ancora più valore oggi davanti al suo necessario ripensamento.
352 pages, Paperback
Published June 17, 2021
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Displaying 1 - 1 of 1 review
January 19, 2022
Riflessione sull'immagine di Venezia da parte di uno storico insigne e veneziano doc. Sono conferenze pubblicate e la scrittura è appassionata, quasi concitata e rivela il grande coinvolgimento emotivo dell'autore, al di là della competenza e dell'autorevolezza dello studioso.
Innanzitutto ci sono due nemici da aggredire e sconfiggere: il primo è Thomas Mann, per cui la raffigurazione della morte a Venezia è un implicita constatazione della morte di Venezia, avvalorandone l'immagine decadente e necrofila di bellezza in decomposizine.
Il secondo è John Ruskin, il cui amore per Venezia è in realtà un abbraccio soffocante, decretando l'inizio della percezione della città come museo a cielo aperto, da preservare e non toccare ad esclusivo beneficio dei fruitori. Venezia muore nel 1797, da quel momento va conservata nella teca di cristallo imbalsamata ed ogni manomissione posteriore è una profanazione.
Mario Isnenghi invece ci racconta la Venezia dell'ottocento e novecento e ci spiega che oggi ne vediamo molta più di quello che crediamo e che eccezionale ne è stata la vitalità: la Fenice è stata ricostruta negli anni 30 dell'ottocento in pochi mesi ed è stato il centro del periodo d'oro melodramma in epoca risorgimentale, a fine ottocento a Venezia si pubblicavano sette quotidiani, c'era già stato il sindaco Selvatico, socialista che aveva tolto i crocefissi dalle scuole pubbliche ed abolito l'insegnamento della religione, viene istutuita la Biennale. Di li a poco la svolta a destra della città per il singolare connubio tra conservatori nostalgici della Venezia repubblicana ed aristocratica e l'avvento della destra nazionalista, fomentata dal lungo soggiorno veneziano di D'Annunzio che preconizza una nuova Venezia conquistatrice e signora dell'Adriatico. Parallelamente le grandi invenzioni della tecnologia - e qui ci sono pagine veramente entusiasmanti - aprono scenari che è bello immaginare: nel primo decennio del novecento c'è il grande sviluppo dell'aeronautica e la sua evoluzione non aveva ancora visto l'affermarsi degli aerei su ruote;maggiore diffusione per gli idrovolanti, quindi la laguna ad un certo punto ne era gremita in quanto bacino di atterraggio ideale (acque calme, infrastrutture a portata di mano): in quegli anni era ancora attivo l'Arsenale per cui si immaginava una riconversione produttiva in campo aeronautico, erano appena stati costruiti il Des Bains e l'Excelsior al Lido che stava diventando la spiaggia dei VIP. Si pensò addirittura di far arrivare la ferrovia fino a punta della Dogana, creando un'interconnessione tra trasporto aereo marittimo e terrestre proprio lì davanti a San Marco.
Non è poi successo, ma fino ad un certo punto avrebbe potuto succedere ed a leggere queste pagine ci si immagina il bacino di S.Marco come uno spazioporto che neanche in Guerre Stellari, altro che immaginetta da cartolina.
Una lettura un po' discontinua, ma che fa riflettere sulla visione delle nostre città d'arte (di cui Venezia è il caso - limite) per le quali preservarle con la logica maniacale del "dov'era e com'era" può condannarle al destino di museo a cielo aperto (e sappiamo che il passo da questo a parco a tema è breve...)
Innanzitutto ci sono due nemici da aggredire e sconfiggere: il primo è Thomas Mann, per cui la raffigurazione della morte a Venezia è un implicita constatazione della morte di Venezia, avvalorandone l'immagine decadente e necrofila di bellezza in decomposizine.
Il secondo è John Ruskin, il cui amore per Venezia è in realtà un abbraccio soffocante, decretando l'inizio della percezione della città come museo a cielo aperto, da preservare e non toccare ad esclusivo beneficio dei fruitori. Venezia muore nel 1797, da quel momento va conservata nella teca di cristallo imbalsamata ed ogni manomissione posteriore è una profanazione.
Mario Isnenghi invece ci racconta la Venezia dell'ottocento e novecento e ci spiega che oggi ne vediamo molta più di quello che crediamo e che eccezionale ne è stata la vitalità: la Fenice è stata ricostruta negli anni 30 dell'ottocento in pochi mesi ed è stato il centro del periodo d'oro melodramma in epoca risorgimentale, a fine ottocento a Venezia si pubblicavano sette quotidiani, c'era già stato il sindaco Selvatico, socialista che aveva tolto i crocefissi dalle scuole pubbliche ed abolito l'insegnamento della religione, viene istutuita la Biennale. Di li a poco la svolta a destra della città per il singolare connubio tra conservatori nostalgici della Venezia repubblicana ed aristocratica e l'avvento della destra nazionalista, fomentata dal lungo soggiorno veneziano di D'Annunzio che preconizza una nuova Venezia conquistatrice e signora dell'Adriatico. Parallelamente le grandi invenzioni della tecnologia - e qui ci sono pagine veramente entusiasmanti - aprono scenari che è bello immaginare: nel primo decennio del novecento c'è il grande sviluppo dell'aeronautica e la sua evoluzione non aveva ancora visto l'affermarsi degli aerei su ruote;maggiore diffusione per gli idrovolanti, quindi la laguna ad un certo punto ne era gremita in quanto bacino di atterraggio ideale (acque calme, infrastrutture a portata di mano): in quegli anni era ancora attivo l'Arsenale per cui si immaginava una riconversione produttiva in campo aeronautico, erano appena stati costruiti il Des Bains e l'Excelsior al Lido che stava diventando la spiaggia dei VIP. Si pensò addirittura di far arrivare la ferrovia fino a punta della Dogana, creando un'interconnessione tra trasporto aereo marittimo e terrestre proprio lì davanti a San Marco.
Non è poi successo, ma fino ad un certo punto avrebbe potuto succedere ed a leggere queste pagine ci si immagina il bacino di S.Marco come uno spazioporto che neanche in Guerre Stellari, altro che immaginetta da cartolina.
Una lettura un po' discontinua, ma che fa riflettere sulla visione delle nostre città d'arte (di cui Venezia è il caso - limite) per le quali preservarle con la logica maniacale del "dov'era e com'era" può condannarle al destino di museo a cielo aperto (e sappiamo che il passo da questo a parco a tema è breve...)
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