Irontown Blues è un romanzo che fa parte della serie degli Otto Mondi, un universo in cui l’autore ha immaginato un’invasione aliena che ha sterminato la razza umana sulla Terra, e i superstiti, rifugiatisi nelle colonie spaziali del nostro sistema solare, hanno dovuto adattarsi e costruire una nuova civiltà.
La storia segue le vicende di un investigatore privato, Christian Bach, e del suo fedele assistente Sherlock, un cane geneticamente modificato e super-intelligente. I due vivono sulla Luna, ormai completamente colonizzata e resa abitabile. Il romanzo si presenta come un noir, con il classico espediente della donna misteriosa che si presenta all’ufficio di Bach chiedendogli di indagare su una malattia geneticamente creata e iniettata di proposito. Il detective, pur diffidando della donna, accetta l’incarico, che lo porterà ad affrontare i demoni del suo passato nel quartiere pseudo-anarchico di Irontown.
Il libro, a mio avviso, ha delle grosse potenzialità che non sono state sfruttate al meglio. In primis, il worldbuilding è molto interessante: la Luna è diventata un habitat capace di ospitare l’umanità, con una civiltà che si sviluppa attraverso la costruzione di città tecnologicamente avanzate all’interno dei canyon. La morte è stata sconfitta, e la scienza è avanzata al punto da permettere di modificare il proprio corpo a piacimento. Interessante anche il particolare delle malattie auto-generate, una sorta di trend che spopola tra i teppisti del pianeta. Essendo possibile modificare ogni parte del proprio corpo, infatti, molto spesso la popolazione tende a risultare simile esteticamente, e dunque la moda alternativa di generare malattie estetiche come la lebbra o la psoriasi si diffonde tra i più ribelli.
Purtroppo, però, il resto fa acqua da tutte le parti. La storia ha due narratori: uno è il nostro Christopher Bach, ex poliziotto con la fissa per i vecchi romanzi noir, che ha combattuto durante il Grande Guasto, quando l’intelligenza artificiale che controllava la tecnologia genetica e funzionale del mondo decise di “suicidarsi”, organizzando un attacco contro gli abitanti di Irontown con l’aiuto dei Carontesi, un’organizzazione mafiosa composta da criminali spediti sul pianeta Caronte, colonia penale. L’altro narratore è il cane Sherlock, anche se in realtà c’è una traduttrice che decodifica i pensieri del segugio attraverso degli impianti cibernetici innestati nella sua mente.
Bach risulta volgare, con un’ironia imbarazzante e assolutamente piatto. Sherlock, invece, per quanto interessante e affascinante sia l’idea di renderlo un narratore, a volte finisce per essere soltanto un secondo punto di vista di un evento a cui già abbiamo assistito.
La storia è troppo didascalica. Le prime cento pagine sono composte da infodump e flashback, abbandonando la trama principale, che viene ripresa solo verso la fine. Il romanzo viene etichettato come noir, ma di noir ha ben poco. È piuttosto un omaggio a Heinlein, a cui l’autore dedica numerose citazioni, oltre a una nave spaziale e un intero quartiere annesso a Irontown. È vero, ci sono diversi richiami ai romanzi noir di Chandler, e lo stesso protagonista vive in un habitat che simula la Los Angeles noir, ma per me è soltanto citazionismo fine a se stesso. Inoltre, il romanzo è pro alla pena di morte, o almeno i personaggi lo sono, e questo per me è il più grande difetto — ma riconosco che è una questione personale.
Non so niente dell’autore, né delle altre opere dello stesso universo narrativo, ma spero che abbia sfruttato meglio le potenzialità negli altri libri, perché Irontown Blues è una storia che cerca di essere brillante, ma che personalmente risulta banale e noiosa.
5/10 ★★