Illusioni e disincanto, passioni, amore e ironia nel mondo poetico di Jón Kalman Stefánsson.
«Ho difficoltà a immaginarmi a scrivere narrativa. La forma poetica è la più adatta a me.» Così rispose Jón Kalman Stefánsson, al tempo dei suoi esordi da poeta, a chi gli chiedeva se avesse considerato la possibilità di cimentarsi nella narrativa. Alla luce della sua produzione successiva, fatta di svariati romanzi, tradotti e premiati in tutto il mondo, la risposta non può che strappare un sorriso. Eppure è anche molto vera: Stefánsson la poesia non l’ha mai abbandonata, l’ha nascosta nella prosa. E le tre raccolte comprese in questo volume – qui pubblicate con testo islandese a fronte – possono essere viste anche come una sorta di laboratorio espressivo per quello stile inconfondibile che riesce a essere lirico e prosaico, altissimo e leggero, disperato e ricco di humour allo stesso tempo. Le fonti d’ispirazione sono le più disparate: il sole che tramonta su Reykjavík, un incidente stradale, il martellante vociare delle radio libere, la morte di Elvis Presley, la fede incrollabile nelle parole smorzata solo dall’autoironia (... mi chiedi: / che cosa hai fatto oggi? / e ti porgo una poesia / che tu leggi in trenta secondi.). E poi la musica, l’altra grande passione, l’amore e la bellezza, le uniche forze capaci di rendere immortali anche le esistenze più precarie.
Completa la raccolta una spassosa e irriverente autobiografia – umana e letteraria – dei suoi tormentati e squattrinati anni giovanili prima in provincia, con il lavoro sul peschereccio e in fabbrica, la scoperta rivoluzionaria della lettura, e poi i faticosi inizi della carriera di poeta nella Reykjavík del secolo scorso, meno cool di quella di oggi, ma forse più autentica.
Jón moved to Keflavík when he was 12 and returned to Reykjavík in 1986 with his highschool diploma. From 1975 – 1982 he spent a good deal of his time in West Iceland, where he did various jobs: worked in a slaughterhouse, in the fishing industry, doing masonry and for one summer as a police officer at Keflavík International Airport. Jón Kalman studied literature at the University of Iceland from 1986 until 1991 but did not finish his degree. He taught literature at two highschools for a period of time and wrote articles and criticism for Morgunblaðið newspaper for a number of years. Jón lived in Copenhagen from 1992 – 1995, reading, washing floors and counting buses. He worked as a librarian at the Mosfellsbær Library near Reykjavík until the year 2000. Since then he has been a full time writer.
His first published work, the poetry collection, Með byssuleyfi á eilífðina, came out in 1988. He has published two other collections of poetry and a number of novels. His novel Sumarljós, og svo kemur nóttin (Summer Light, and Then Comes the Night) won The Icelandic Literature Prize in 2005. Three of his books have also been nominated for The Nordic Council's Literature Prize.
He was the recipient of the Per Olov Enquists Prize for 2011, awarded at the book fair in Gautaborg in September 2011.
prima che me ne accorgessi il mondo era stato cambiato
a dire il vero l'affitto non è sceso e la jeep del vicino continua a tossire per mettersi in moto alle sei e mezzo ogni mattina
ma il cielo è stato sostituito la luce non è più una questione di lampadine e sole non mi sveglio più con la notte nella gola
prima che me ne accorgessi qualcuno aveva cambiato le mie poesie
Purtroppo io non sono in grado di apprezzare la poesia se non la leggo nel modo in cui è stata pensata da chi l'ha scritta. È un limite enorme, come è ovvio, poiché restringe il mio orizzonte lirico all'italiano e all'inglese. Leggere poesia in traduzione, però, è come guardare un film limitandosi a leggerne i sottotitoli: perde il suono, le immagini, le astuzie autoriali, i dettagli insignificanti pieni di significato. Per questo motivo, sebbene Stefánsson sia un autore che amo moltissimo, devo ammettere che questa raccolta mi ha lasciato poco. Mi è bastato scorrere con gli occhi sulla pagina di sinistra, sul rincorrersi di caratteri astrusi, per evocare le rare volte in cui ho sentito qualcuno parlare islandese e, quindi, soffrire. Dove sono gli scoppi, i gorghi, i tumulti di quella lingua straniera e lontanissima? Sono certo Cosimini abbia realizzato con cura esemplare le sue traduzioni. E la ringrazio, oggi e sempre, per il suo lavoro che, come sottolinea Jón Kalman nell'introduzione, amplia da anni, ormai, il nostro patrimonio culturale di lettori italiani. E sì, credo convintamente che questo volume vada comperato anche solo per questo e per ciò che rappresenta - ovvero l'apertura al mondo della poesia non anglofona. Aggiungo, poi, che anche solo la breve prosa iniziale e autobiografica di Stefánsson - sul suo scoprirsi poeta - vale il prezzo in quarta di copertina. Mi ha piacevolmente stupito, al di là del lirismo e del dolore, la spiccata vena umoristica dei primi componimenti. E mi ha riacceso il desiderio di scoprire altre autrici e altre autori d'Islanda.
Lo dico subito: di Jón Kalman Stefánsson leggerei perfino la lista della spesa… Non potete immaginare quanto ho desiderato fortemente che giungessero in Italia le sue poesie e quando ho letto l’annuncio della loro imminente pubblicazione dire che ero al settimo cielo è un eufemismo. Sempre su traduzione di Silvia Cosimini, Iperborea propone “La prima volta che il dolore mi salvò la vita” una silloge – con testo islandese a fronte - che comprende ben tre antologie scritte dall’autore in gioventù. Poesie esistenzialiste e impressionistiche i cui temi ricorrenti sono appunto il dolore, l'universalità di un sentimento profondo qual è l'amore, l’atto del meravigliarsi del mondo che ci circonda quasi come i bambini quando scoprono qualcosa per la prima volta e tanto altro ancora. Nonostante i temi non sempre felici il testo è alleggerito, ovviamente, dalla forma composita dei versi e intriso da un umorismo talvolta implacabile dove fanno capolino le debolezze tipiche della condizione umana. Sono liriche in cui si respira Islanda a pieni polmoni e l’autore abbraccia tanto la sofferenza quanto la vita stessa. Speranza e sconforto si avvicendano eppure Stefánsson esprime mirabilmente l'irrequietezza tipica di quell'età dove si cerca il proprio posto nel mondo. Ho tracannato le sue strofe con voracità, come un’assettata nel deserto alla vista di un’oasi e solo quando le ho finite sono stata appagata.
donna, guarda; ho mandato quest'uomo così posso strappargli gli occhi - e tenerli per me con la tua immagine dentro.
“Sono maturato tardi, sono rimasto bambino a lungo, i capelli di un rosso criminale con riccioli fitti impossibili da pettinare, e a volte balbettavo talmente tanto che le parole mi si frantumavano in bocca.”
In una splendida, appassionante introduzione Jón Kalmar Stefansson ripercorre la propria storia, il percorso segmentato e fluttuante che lo ha portato a diventare un innamorato della parola, quella poetica innanzitutto. Perché “La poesia non rispetta le regole, è un gatto che non si lascia addomesticare mai del tutto. È figlia del suo tempo, eppure non è legata al suo tempo. E nei suoi momenti migliori ci mostra un mondo oltre il mondo, quelle idee di cui parlava Platone.”
Jón Kalman, dopo essersi dedicato a tutt’altro nella sua vita, arriverà finalmente a scoprire la potenza racchiusa nella sua autentica vocazione: “Cominciai a scrivere, e a quel punto è successo qualcosa. Sembrava che non avessi bisogno di pensare, quasi come se una forza dentro di me avesse preso il sopravvento, dovevo scrivere di getto, il più velocemente possibile, perché le idee mi si affastellavano con una tale foga che quasi non ce la facevo a metterle giù. Ero stupefatto, e mi sentivo bene. Mi sentivo assurdamente bene, a un tratto mi pareva di essere diventato più consapevole nei confronti della vita rispetto a prima, come se vedessi e capissi molto meglio ogni cosa.”
Ed ecco la testimonianza di quella folgorante scoperta e del successivo apprendistato: le prime quattro raccolte poetiche dello scrittore islandese. Poesie da leggere, rileggere, sottolineare. Poesie che fanno riflettere e insieme, a volte, sorridere. Come questa:
“Un giorno in trenta secondi
Resto a casa tutto il giorno e quando si fa sera arrivi tu e mi chiedi: Che cosa hai fatto oggi? e ti porgo una poesia che tu leggi in trenta secondi.”
Alcune poesie sono davvero molto belle. Interessante la parte introduttiva, che permette di conoscere e inquadrare l'autore, soprattutto per chi vi si approccia per la prima volta.
"senza di te il futuro per me è prigione e la luce passa come una ferita aperta nelle ore di veglia
tu ogni volta che chiudo di nuovo gli occhi"
Leggere le prime opere di un autore dopo aver letto il 90% della sua produzione non è semplicissimo. E' come quando si sta cercando di scollinare una montagna e con lo sguardo si cerca di focalizzare il punto da cui si è partiti. Le sue poesie, come era già capitato per la narrativa, mi convincono ancora di più di essere compreso da qualcuno, qualcuno che scrive di una realtà a me -purtroppo direi- famigliare. Nessuno mi comprende come Stefansson e nessuno lo capisce tanto quanto me.
Ripenso spesso all'ultima conferenza che ho seguito, giusto un mese fa. Alla fine gli ho chiesto di autografarmi questo libro e la copia di "paradiso e inferno" che mi ero portato. Mentre era lì intento a scarabocchiare parole miste tra l'inglese e l'islandese gli ho detto che quel libro mi ha cambiato la vita e lui mi ha risposto, indicando tutti i post it, "me ne sono accorto".
"Mi ero rivolto al mondo e non c'era stata nessuna reazione. Forse il mondo era sordo? O non sapeva leggere?".Jón Kalman Stefánsson è un poeta, ma prima di diventarlo voleva suicidarsi. Fu poche ore prima nel giorno in cui decise di farlo che sentì la notizia della morte di Elvis. Alla radio passarono 3 sue canzoni e lui ne rimase talmente folgorato che pensò che se nel mondo c'era così tanta bellezza allora valeva la pena rimanerci ancora un po'. Non tutte le cose però vanno sempre come pensiamo e quando portò 5 copie della prima sua raccolta di poesie ci vollero settimane prima che ne vendessero anche solo 1. Per non parlare di una delle signore che lavoravano insieme a lui che vedendo il libro con pagine semivuote disse "Perché questo spreco di carta?". Le parole di Stefánsson "sparano all'eternità", indagano le pieghe dei giorni, delle ore, dei minuti. Modellate come con uno scalpello raccontano la noia delle giornate, la sbronza del fine settimana, i profili di donne che abitano i nostri letti e che, a volte, se ne vanno lontane su una barca, verso nuovi orizzonti. E noi le piangiamo.
Una bellissima raccolta di poesie. Le sento vicine come se le avesse scritte un mio amico, per le avventure che ha vissuto e la genuinità nel trasferire su carta i pensieri. Leggerlo mi fa venire voglia di salpare su una barca di notte e godermi una sbronza
Prima o poi si ritorna. Alle pagine, alle parole. Non si sa in che modo, ma in ogni caso succede che, in una qualsiasi forma, si riprende quello che si era lasciato in un angolo, o si rientra in quello che più ci appartiene dal profondo delle nostre radici. Senza che nemmeno lo sappiamo, quanto ci appartenga, e dove quelle radici risiedono.
È così che ritorno alle pagine, alle parole, ai libri. E se per Stefánsson il “ritornare” è stato possibile con la poesia, io con la poesia - e con la sua - ho dovuto ricordare e, nella sua essenza etimologica e più letterale, richiamare al cuore (non alla mente, che quella rende tutto più opaco e comodamente accessibile), tornare di nuovo. Ho ricordato, procedendo via via a ritroso dei miei sentieri, come fu proprio la poesia ad avvicinarmi alle pagine e alle parole, a condurmi in questo mondo difficile dove esprimersi è la prima e unica azione disponibile anche quando è la prima azione a far tremare e nascondere.
Ma Stefánsson fa una cosa ancora più speciale: richiamare, con tutta la semplicità possibile, il cuore unico dei pensieri umani, in durezza e purezza. E lo fa proprio con la poesia, per lui forma prediletta d’espressione senza la quale è impossibile vedersi. E in questa raccolta di anni, richiama, ricorda, rievoca: il dolore insito in un cielo notturno, nel fondo di un bicchiere di whisky ormai vuoto, nel corpo della donna sul letto a coprire l’ombra di quella che non torna, nella stanchezza del proprio che nessuno, neppure a passarvi accanto, mai ripulirà; nel senso di morte sottofondo dei giorni e dei passi dentro un luogo, un bar, un estraneo, un antico poeta a cui rivolgersi e affidarsi. E nel dolore, che per quanto esista e corroda, può altrettanto ricordarci quanto ci siamo, e come. E come, nel dolore, possiamo non soltanto ritornare, ma rivedere.
“(…) probabile che allora tu pensi con un sorriso indefinito che dove la grande città finisce comincia la vita”.
“La prima volta che il dolore mi salvò la vita”, ci dice Stefánsson in questo titolo che è già biglietto di ritorno. La prima volta che la poesia mi ha riportata, dico io. Grazie a lui.
Jón Kalman í essinu sínu. Af miklum skáldaættum og miðlar þeim fróðleik til lesenda með skemmtilegum eftirmála sem setur ljóðin og þankagang ungs skálds í samhengi. Það er aumt líf að þurfa að ræna klósettpappír. Skil höfundinn betur sem skáld eftir lesturinn.
Some were deep and meaningful, some vague, some trivial, some nostalgic, but the expressivity of the poetry remains one of ethereal beauty. Still, his poems didn't totally resonate with me.
Una raccolta di raccolte di poesie dell'autore che risalgono al periodo 1988-1994. Non ne sono stata molto colpita, soprattutto i soggetti dei testi non li ho sentiti vicini e non hanno creato delle immagini suggestive o rilevanti per quanto mi riguarda.
Alcuni testi che ho apprezzato sono: STRAZIO non ricordo il motivo ma avevo deciso di porre fine alla mia vita nel fosso sotto la fattoria quella sera la radio annunciò la morte di Elvis Presley fu la prima volta che il dolore mi salvò la vita
A UN MIO AMICO quando tutte le parole del mondo sono solo sassi neri io, vedrai porterò il silenzio con te e forse la mia vicinanza rischiarerà la via per un nuovo sole
UN GIORNO IN TRENTA SECONDI Resto a casa tutto il giorno e quando si fa sera arrivi tu e mi chiedi: Che cosa hai fatto oggi? e ti porgo una poesia che tu leggi in trenta secondi.
STORIE DELLA MIA VITA getto fascine sul fuoco e rivolgo lo sguardo stanco di veglie al cielo per cercare presagi dalla faretra degli dei Sono un garzone solitario che si sposta nel tepore delle ombre in cerca di legami col mondo esterno ma a volte mi sembra che la mia vita sia un viaggio senza meta e il mio percorso insignificante come orme nella sabbia che il tempo e l'acqua nascondono all'istante ho tentato più volte di arrivare sotto l'arcobaleno dove la vita è a portata di mano ma finora ho solo incontrato uomini con bretelle bianche e nere che tappezzano l'infinito
DODICESIMO SENTIMENTO PER UNA DONNA credimi ho chiesto a tutte le lingue del mondo e ai poeti di tutti i tempi le parole anche una sola per quel sorriso niente perfino dio sempre che esista si arrende e la primavera invoca il silenzio dell'inverno quel sorriso pretende un'unica poesia la poesia che nasce urlando -deve nascere urlando- di dolore e poi, forse, di gioia la poesia che esiste su quel sorriso che ovviamente non esiste
NOTIFICA DI FALLIMENTO io non cerco altre parole la poesia mi ha abbandonato l'orizzonte si stringe come un cappio intorno al collo e l'ultimo istante mi issa a bordo senza alcuno stupore evidente e se ne va. Amico non assegnarmi questa vita è un bel cambiamento morire
«Donna parlo in eruzioni solari muoio come un dio»
Esistono parole migliori per descrivere la potenza creatrice di un poeta?
Questo è stato il mio primo approccio alla letteratura islandese tout court, un primo approccio molto positivo - ho divorato il libro in qualche ora - che mi rimarrà indubbiamente impresso. Indubbio è anche il fatto che si tratti di una lirica atipica, essenziale, diretta; a volte, lo ammetto, per me quasi troppo quotidiana. D'altro canto, però, vi sono degli slanci poetici unici: la rievocazione dell'Islanda e della sua natura mozzafiato (il poeta dice che si sente "in confidenza coi monti"), la descrizione della notte, dell'amore, della morte, della quotidianità stessa, vista spesso e volentieri sotto un occhio critico, quasi cinico, rendono questa raccolta un connubio di passi fortemente ispirati. Stefánsson dà qualche spia anche su chi sono le persone che lo hanno ispirato, dando giustizia agli artisti islandesi, omaggiando anche colui che gli salvò la vita il giorno in cui voleva suicidarsi - Elvis Presley. Tantissime sarebbero le cose da dire, ma penso che la cosa migliore sia notare come, ancora una volta, l'unione semplicità-complessità colpisca nel segno, creando una grande bellezza. Encomiabile è anche il linguaggio ellittico sapientemente utilizzato dal poeta, che rende la lettura frenetica e gustosa, potente addirittura.
«avevamo abbandonato il mondo spogliato il dolore fermato il tempo e le poesie mi sbocciavano sul corpo»
Recensione a cura della pagina instagram pagine_e_inchiostro:
La prima volta che il dolore mi salvò la vita é l’esercizio di stile di un autore inconfondibile, che si cimenta in forma poetica. L’autore nasce, infatti, come poeta e si può dire che “Stefànsson la poesia non l’ha mai abbandonata, l’ha solo nascosta nella prosa”. Qui lo vediamo alle prese con una raccolta che racchiude tre parti distinte della sua vita: sprazzi di poesia che viaggiano dall’humor alla tragedia, dal cielo di Reykjavík alla m0rte di Elvis, dall’amore alla m0rte. Il tema del dolore permea tutte le pagine, così come il tema dell’universalità. Eppure non mi sono sentita completamente rapita dalla poetica di Stefánsson, che trovo dia il suo meglio nella prosa. L’autore, un caleidoscopio di emozioni, segna profondamente con i propri romanzi, mentre sfiora appena con la sua poetica, seppur piacevole da leggere, ma che non lascia il segno. Fondamentale, invece, il contributo ad inizio lettura: un’autobiografia scoppiettante sul suo sentirsi poeta, sui suoi anni giovanili ingenui e squattrinati, sul suo amore per la letteratura.
"scriviamocele, le poesie che nessuno ci ha ancora composto" (semi-cit.)
Stefánsson prima che diventasse Stefánsson: un viaggio nella crescita personale e nella produzione letteraria poetica di uno dei narratori contemporanei più originali e acclamati.
"Allora siamo qui in silenzio insieme si parla di tempo e di inflazione e tutto il resto ce lo tacciamo perché nel silenzio conservo l'oro, e tratteniamo le parole quasi dette la sera quando il mondo si manifesta" Pag. 107
Tra i soggetti in cui lasciarsi annegare, nelle raccolte di poesie scritte tra il 1988 e il 1994, si trovano la nostalgia e il rimpianto, la gioia e il dolore, l'amicizia, l'amore, la passione, la morte, e ovviamente l'Islanda, con l'ammirazione verso coloro che hanno scritto brani prima di lui, omaggiati da altri versi. Tematiche quindi abbastanza comuni, però la forma no, proprio no.
"quante volte non ho afferrato l'attimo sfavillante che si rivela vetro portato alla luce del mattino" Pag. 253
Sempre una certezza, in questo periodo che ne è così parco.
Ho deciso di accompagnare la lettura de "Alla ricerca del tempo perduto" leggendo le raccolte di poesia che posseggo.
Ebbene, il primo è stato Stefánsson. Non verrò a mentirvi: ho di gran lunga preferito il suo stile nei romanzi ("La tua assenza è tenebra", è tra i miei libri preferiti dello scorso anno). Alcune poesie sono splendide, altre non mi hanno lasciato nulla. Non è la migliore antologia poetica che io abbia mai letto, insomma.
Comunque, vi lascio alcuni tra i versi che più mi son piaciuti:
"furono gli anni migliori della mia vita infatti non me ne ricordo"
"tutte le mie posie portavano qui e poi: una conflagrazione in cielo e tu prendesti fuoco tra le mie braccia"
"lei dice qualcosa mi offre mondi che credevo fossero degli dei soltanto".
"La prima volta che il dolore mi salvò la vita", Jón Kalman Stefánsson, 2021.
Il titolo di questo libro è stato il motivo principale per cui ho deciso, dal nulla e senza conoscere l'autore, di leggere questa raccolta poetica. Se dovessi assegnare un voto solo al titolo dell'opera, darei 5 stelle piene. Da anni ricerco poeti che mi regalino le stesse emozioni che solo Salinas e Pavese sanno fare. Riponevo molta fiducia in Stefànsson ma purtroppo non posso dire di aver letto un capolavoro. La raccolta, a mio avviso, non è banale ma son riuscita a leggere qualcosa di interessante soltanto a partire da pagina 211. L'introduzione autobiografica merita tanto.
getto fascine sul fuoco e rivolgo lo sguardo Stanco di veglie al cielo per cercare presagi dalla faretra degli dei Sono un garzone solitario che si sposta nel tepore delle ombre in cerca di legami con il mondo esterno ma a volte mi sembra che la mia vita sia un viaggio senza meta e il mio percorso insignificante come orme nella sabbia che il tempo e l’acqua nascondono all’istante ho tentato più volte di arrivare sotto l’arcobaleno dove la vita è a portata di mano ma finora ho solo incontrato uomini con bretelle bianche e nere che tappezzano l’infinito
Dio, ha uno sguardo potentissimo sulle cose! Poesia totalmente nitida, trasparente, evocativa. Per niente scontata. Anzi, è del tutto insolita ma non ci si sente mai, nemmeno un momento, a disagio. Siamo fortunati in Italia, poi, perché gli autori del Nord Europa sono pubblicati da Iperborea. Fantastiche edizioni, davvero da collezione. Pur non conoscendo nemmeno lontanamente l’islandese, credo la traduttrice sia stata molto sensibile e attenta.
"Resto a casa tutto il giorno e quando si fa sera arrivi tu e mi chiedi:
Che cosa hai fatto oggi?
e ti porgo una poesia che tu leggi in trenta secondi."
Come vorrei poter apprezzare queste poesie in islandese. Eppure, anche in traduzione, lasciano sempre lo stesso aspetto onirico e vivido di un luogo lontano ma pur sempre concreto, di emozioni vere e vissute. Acquisto impulsivo in libreria, ma nessun rimpianto. Abbiamo sempre bisogno di più poesia nella nostra vita.
Una raccolta di poesie che prende spessore con l’avanzare del testo. Le prime opere non mi sono piaciute per nulla, ma dalla metà in poi assumono spessore, densità, emotività, sincerità e capacità espressiva. La prima parte del libro è dedicata a un racconto dell’autore in cui narra il modo in cui iniziò a scrivere e a pubblicare i suoi lavori, che ho trovato curioso e interessante. Una collezione che mi spinge a voler leggere ulteriori poesie di autori nordici.
questo libro l’ho comprato l’anno scorso al salone del libro e fino a ieri non ho avuto il coraggio di leggerlo. mi aspettavo trattasse di argomenti piuttosto pesanti dato il titolo così suggestivo, e invece è tutto l’opposto motivo per il quale mi ha stupito molto. alcune poesie mi hanno toccato particolarmente, forse per il linguaggio ricco di termini evocativi. lo consiglio.