Dare agli altri la colpa della propria infelicità è un esercizio di malafede collaudato, una tentazione alla portata di tutti. Ed è ciò che prova a fare anche il protagonista di questo romanzo. Almeno fino a un certo punto. Figlio unico di una strana famiglia disfunzionale, con genitori litigiosissimi e assediati dai debiti, è stato un bambino introverso, abituato a bastare a se stesso e a cercare conforto nella musica e nei propri pensieri. Cresciuto in una dimensione rigidamente mononucleare – senza mai sentir parlare di nonni e parenti in genere –, sulla soglia dell’adolescenza scopre che naturalmente un passato c’è, ed è anche parecchio ingombrante. Accade così che un terribile fatto di sangue travolga il protagonista facendo emergere i traumi fino a quel momento rimossi. Da un giorno all’altro entrerà a far parte di una famiglia nuova di zecca, in cui inaugurerà una vita di clamorosa impostura. Incontrerà personaggi affascinanti, viaggerà, frequenterà le migliori scuole e svilupperà un’insana passione per la letteratura, sulla scorta del disperato amore verso una cugina eccentrica, amante dei romanzi vittoriani. Ipocrisie, miserie, rancori e infelicità: pensava di esserseli definitivamente lasciati alle spalle, ma dovrà prendere atto che si tratta di veleni che infestano tutte le famiglie. Impossibile salvarsi. In questo romanzo scintillante, trascinante, commovente, Alessandro Piperno compie una magnifica sintesi delle sue identità romanzesche. Torna alla narrazione in prima persona ritrovando l’affabulazione pirotecnica, beffarda, iconoclasta del suo esordio, e la contempera con la vena introspettiva e dolente che percorre Il fuoco amico dei ricordi. Di chi è la colpa è il nuovo, bellissimo romanzo di uno dei più grandi scrittori italiani, vincitore del premio Campiello Opera prima, del premio Strega e, in Francia, del Prix du meilleur livre étranger.
Alessandro Piperno (Roma, 25 marzo 1972) è uno scrittore italiano. Nato da padre ebreo e madre cattolica si è laureato in letteratura francese presso l'Università degli studi di Roma Tor Vergata, dove ha insegnato a contratto la medesima materia ed è divenuto ricercatore dal 1º ottobre 2008. Nel 2000 ha pubblicato il controverso saggio critico "Proust antiebreo" sulla figura di Marcel Proust. Nel 2005 è giunto alla notorietà con la pubblicazione del suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni. Sulla scia di una critica molto favorevole del giornalista Antonio D'Orrico del Corriere della Sera (che lo definisce "un nuovo Proust"), ottiene un grande successo di pubblico (quasi 200.000 copie vendute in pochi mesi) e vince il premio Campiello opera prima. Il romanzo, che narra le vicende di mezzo secolo della famiglia Sonnino e in particolare del suo membro più giovane, Daniel, si caratterizza per lessico colto e uno stile originale, ricco di aggettivi e di avverbi. Il romanzo ha goduto di un grande interesse mediatico che ha coinvolto la figura dello scrittore e il suo stile di vita (vestiti raffinati, cibi ricercati, buone letture e vezzi come la pipa), con interviste giornalistiche, partecipazioni a trasmissioni televisive e polemiche letterarie. Gli sono stati riconosciuti ironia e autoironia sia verso il suo ambiente, sia verso i propri sentimenti e una visione amara e disincantata della vita. I critici gli hanno rimproverato una trama difficile o addirittura confusa e povera. Nel 2010 ha pubblicato Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi. Ha studiato chitarra e fino al 2005 ha fatto parte della band romana rock-blues Random in qualità di chitarrista solista e cantante. È un tifoso della S.S. Lazio.
Non grido al capolavoro ma poco ci manca, di sicuro il miglior libro che Piperno ha scritto fino adesso. Il suo prosare, da solo, vale la lettura di questo romanzo che è quanto di più vicino ci sia a Phil Roth in Italia, e non solo per la questione dell'ebraismo.
Ho iniziato il libro con un po' di scetticismo perché odio le storie raccontate da ragazzini e odio i romanzi di formazione. Prima di conoscere la famiglia Sacerdoti. La lingua utilizzata da Piperno, come scrive, i suoi paragrafi lunghi e lenti, l'amarezza, il cinismo. Credo che in Italia ci sia poco e niente così. Ci sono parti che rimarranno a lungo con me in questo libro e c'è un finale bellissimo, c'è tutto quello che avrei voluto dire a un uomo almeno e c'è donna che vorrei essere diventata ma che non sono per niente.
Questo è, a parere mio, il suo romanzo migliore perché si sente che è invecchiato. Nei libri precedenti era tutto velato dietro l'ironia che nascondeva ogni cosa, mentre qui di ironia ce n'è poca, perché dopo una certa età ci si stufa anche di essere ironici e la piega che prende la vita ogni tanto ti fa barcollare. Quindi Piperno racconta di un ragazzino adolescente ma lo fa con l'occhio spietato dell'uomo di 50 anni che ha capito che, a volte, non basta la battuta sagace.
Pinot noir, in accompagnamento, che sarebbe piaciuto ai Sacerdoti.
Chi altri, se non io, ha deciso di leggere questo autocompiaciuto estremo tentativo dal linguaggio né ricco né ricercato, ma, semplicemente, pomposo e ampolloso e vagamente isterico, di Alessandro Piperno per accreditarsi una volta per tutte come il Philip Roth de Roma? Spiace dirlo, ma, ecco: vecchio, che come quel dito di polvere sui mobili di certe case chiuse da tempo finisce per scatenare starnuti a raffica e rivelare allergie sconosciute. Ma è stata colpa mia, non posso assolvermi.
…È il romanzo più ispirato scritto da uno dei nostri più ispirati scrittori(*1) Nel caso Sandro Veronesi non rendesse a Piperno questa definizione, lo faccio io, perché a me “Di chi è la colpa”, è parso tale. È il migliore dei Piperni che ho letto, e cominciano ad esser parecchi ormai. Mi sono lamentato in passato che i suoi personaggi non mi restino impressi, questo suo ultimo protagonista senza nome ha le carte in regola per restare, così come i suoi genitori. Potrebbe davvero trattarsi dello scrittore deciso a Ciabatt-are la propria storia personale? Non lo so, andrò a cercare in rete dopo aver scritto il commento, voglio attenermi solo a ciò che ho letto: La differenza tra la vita che vivevo e quella che avrei potuto scrivere era tutta qui: la finzione mi offriva un’insperata possibilità, se non di dire a tutti i costi la verità, almeno di smettere di non dirla.
Me lo immagino a scrivere di getto e poi a ritagliare, raccordare, punteggiare. Piperno ha una prosa ricca, curata, raramente banale, un’ironia colta con cui evita la ricerca della battuta ad effetto, rimandandola, diluendola in un fiume regimentato di parole di cui comanda il flusso. Il suo linguaggio è forbito, ne fa sfoggio con naturalezza, senza forzare le frasi, tanto che pare nel suo elemento mentre sciorina: protervo, ieratico, boiardo, commendevole, muliebre, facondia, icastica, acribia.. Tant’è che fa dire ad uno dei suoi personaggi: “Troppe parole forbite ragazzo mio, e non abbastanza verità” Quasi mettesse in scena la critica più frequente ai suoi lavori, corroborata ulteriormente da “romanzi ebraici, pompose saghe di un mondo in cui si è infilato da impostore” Mi ostino a non parlare della trama ma di come in chiaroscuro io vi abbia davvero intravisto la sagoma di quello scrittore per il quale provai istintiva simpatia quando si attaccò senza finzione al collo della bottiglia che portava il nome del premio appena ricevuto (*2)
“Ignoravo che per trovare le parole giuste ti ci vuole più di una brutta storia di vita. E che il solo ingrediente capace di fornire un po’ di credibilità alla voce è il tempo.” Perché è il tempo che ti consente di dare la versione di ciò che ti è accaduto contaminandola con il presente e viziandola con la ricostruzione del passato.
C’è la comunità ebraica romana anche in questo romanzo, ma qui si va giù in prima persona, si rende omaggio indirettamente a Stendhal e Proust, direttamente a George Eliot e si rischia di invischiarsi, specie se si è nati negli anni 70 del 900 … Da qualche tempo non faceva che infliggerci: melenso pot-pourri a base di Christopher Cross, Gino Vannelli e Gilbert O’Sullivan https://www.youtube.com/watch?v=ur8ft... https://youtu.be/tOgvqlb5NgI https://www.youtube.com/watch?v=D_P-v...
Un narratore senza nome di impronta proustiana una volta adulto rammemora gli anni cruciali della sua formazione, quando il passaggio dall’infanzia alla giovinezza attraversa i perigliosi territori dell’adolescenza. Se la famiglia di origine è piuttosto strampalata o, per dirla con appropriato linguaggio tecnico, disfunzionale, ecco che il racconto si fa succulento e quanto mai vario.
Se poi il problema è conoscere (o misconoscere) se stessi, cercare il proprio posto nel mondo ma essere disposti alla menzogna e al tradimento per ottenere uno status che brilli come uno specchietto per allodole sopra la patina dell’apparenza; se il tema della colpa si innesta nella storia delle persecuzioni del popolo perseguitato per eccellenza e se il riscatto passa attraverso l’ostentazione, lo snobismo e l’arte di succhiare dalla vita ogni piacere; se insomma la storia si dirama e si incanala nei meandri delle questioni essenziali e esistenziali più umane (o troppo umane), ecco che la lettura diventa una sorprendente esplorazione di sé attraverso la declinazione di un mondo inventato da un altro.
Onore all’intelligenza acuminata dell’autore, ca va sans dire. Che produce ancora una volta l’incantesimo della letteratura come “virtute e canoscenza”.
La storia più vicina all’autobiografia che Piperno abbia scritto è probabilmente questa: un ragazzino silenzioso e introspettivo con la scrittura nel sangue (ma lui ancora non lo sa) è diviso fra le due componenti del suo nucleo familiare: una madre ebrea (ma lui ancora non lo sa), professoressa integerrima, laconica, che conserva silenziosamente il suo segreto: avere ripudiato le sue origini giudaiche e altoborghesi per amore; un padre espansivo e tenero, gigante biondo inconcludente e insensatamente ottimista, con la passione per la musica, la trasgressione creativa e, ahimè, l’alcol.
Mai combinazione poteva essere più esplosiva, potenzialmente distruttiva, borderline e -insomma- sostanzialmente infelice. Se ne accorgerà il nostro ragazzo, nel momento in cui la sua condizione di sfigato, poiché figlio di sfigati, potrà miracolosamente virare verso il suo esatto contrario: ad attenderlo c’è un mondo rilucente di ricchezza e privilegi a cui la ribellione materna lo aveva sottratto. Gli orizzonti improvvisamente si ampliano, in senso geografico e umano. Le contraddizioni diventano occasione di riflessione e potenti stimoli al cambiamento. Poi il dramma, la tragedia. La svolta improvvisa e inattesa.
E qui la storia si complica, si amplifica, apre la strada verso molti temi, fra cui quello della vergogna e della colpa, asse strutturale ed elemento coagulante di tutte le variazioni che costituiscono questa tessitura raffinata e complessa. Perché il romanzo è veramente un romanzo secondo il canone classico e Piperno sa muoverne i fili con destrezza.
Il difetto, a mio parere, è la ridondanza. Nello stile, nelle divagazioni, nelle diversioni saggistiche, elementi nei quali il compiacimento dello scrittore per la propria scrittura sembra sovrastare la voce del narratore. C’è qualcosa di esagerato, insomma, nella forbitezza formale, qualcosa che tocca il limite della pedanteria.
Ma alla fine, al netto di questi eccessi (formula che Piperno è solito usare), resta il piacere di leggere un romanzo attuale, articolato e affascinante.
La colpa é mia, tua, loro e di nessuno. Se recidessimo l’arteria dell’autocommiserazione e la lasciassimo asciugare, a temperatura ambiente e medicandola a dovere, forse di una cicatrice in bella vista ne faremmo vanto e scudo. L’autore scrive divinamente, e ne é pienamente conscio. La sana invidia che ho provato nel constatare che una persona possegga una moltitudine così vasta di vocaboli mi ha fatto esplodere il cervello. Il brodo é molto diluito, e forse é questo l’unico sgarbo.
Mi sembra la cosa più bella e più compiuta che Piperno ha scritto sin qui. Fosse solo per il modo in cui tiene insieme e in equilibrio leggerezza e profondità. Una bella storia poi, con un groviglio di temi.
A un certo punto al suo personaggio-narratore gli fa dire “Troppe parole forbite, ragazzo mio, e non abbastanza verità”. Ecco, forbita è l’aggettivo più giusto per definire la sua prosa. Ha la sua faccia positiva nell’eleganza. E la prosa di Piperno lo è, senza dubbio, elegante: precisa, intonata, armonica, senza pieghe. La faccia negativa invece è un sentore di iper dettaglio, di un aggettivo sempre un tantino di troppo, di cui forse poteva far a meno. Ha un che di accademico, risente del lavoro che fa, probabilmente. Quanto alla verità viene da considerare che il romanzo è anche e, nelle sue espressioni più riuscite, soprattutto, una forma di dissimulazione: l’arte di nascondere la verità e di lasciare al lettore il compito di cercarsela da solo. Quindi è vero anche questo, ma va bene così. La struttura, l’atmosfera del romanzo e il suo sottosuolo sono alimentati in modo esplicito dai suoi miti letterari e si percepiscono facilmente: Kafka, Proust e, per l’appunto, Dickens. Penso ai temi, penso allo stile, ma anche alla configurazione mentale del narratore o, se si vuole, al suo tipo di nevrosi. Mi viene in mente in particolare per quanto riguarda la contaminazione proustiana, l’uso della tecnica delle anticipazioni e il gusto della profanazione e dell’abiura, del rinnegare ciò che pure in qualche misura si ama, ciò a cui in qualche modo si appartiene. Tra le parentele dichiarate ed evidenti c’è pure la Eliot e il romanzo vittoriano, per la trama e per per quella forma di ironia caustica.
Per stare ai temi, l’elenco sarebbe lungo. Quello dell’infanzia reclusa e sospesa tra due identità negate sarebbe bastato ad accontentarmi. Poi c’è quello dominante della colpa, naturalmente. Poi c’è Roma (il paragone con Gerusalemme per via della luce, mi ha fatto pensare a Flaiano, che, per altre ragioni, la definì “la città araba più a nord del mondo”). E poi ancora quello del rapporto con un certo tipo di madre. Per farmelo stare simpatico, Piperno, basterebbe quel che dice della scuola e dell’infanzia: “..se un genio della lampada mi offrisse l’opportunità di ricominciare da capo e tornare a quel tempo gli direi di non rompere e di togliersi dai piedi. Meglio morire che ricominciare.”
Famiglia o non famiglia L'autore spara sulla cellula della società civile: la famiglia mononucleare, mamma, papà o babbo, figli. La famiglia, delizia dei bimbi, croce degli adolescenti: probabilmente è più sano il kibbutz, almeno per i figli. Il libro è ben scritto, avvincente, fino quasi alla fine mi sono preoccupata per Alessandro, pensando che, non solo erano successe tante cose brutte alla sua famiglia mononucleare, ma poi aveva messo in imbarazzo cento amici e parenti raccontando tutto a noi, con nomi e cognomi, senza chiedere permesso. Poi ho capito che in effetti era pura invenzione con saccheggiamento della realtà e mi sono rilassata. Tutto questo parlare di colpa distoglie l'attenzione dall'inverosimiglianza dell'adolescente stoccafisso che, colpito negli affetti più cari, invece di tentare il suicidio, si dedica alla rimozione completa: lo zio che lo prende in gestione, invece di portarlo dal sarto e al circolo di tennis-equitazione-bridge con vista Tevere, lo dovrebbe portare da uno psicologo-psichiatra-psicanalista, non per superare il trauma, ma per capire come mai non gli è venuto: questo non è normale. Forse si tratta dell'unico adolescente al mondo il cui istinto di sopravvivenza è più grosso di un capodoglio (ho appena letto Moby Dick) e quindi decide di NON essere problematico e di NON voler sapere come sono andate le cose. NON perchè la verità sia inconoscibile, ma perchè NON è affar suo. Il cielo è azzurro, gli ormoni distraggono: perchè portare le arance a papà? Salvo ricredersi, leggendo un articolo di giornale. Alessandro, tu mi chiedi troppo.
"Come se tutto ciò che non va, che non funziona nelle loro vite, tutto il dolore dovesse per forza avere un responsabile che li trascende. Mai che si dicano: forse è colpa mia. O ancora meglio: forse non è colpa di nessuno. Le cose sono andate così. Certo, sarebbero potute andare altrimenti, ma è così che sono andate."
Una voce nella testa, la voce narrante che non mi lascerà facilmente. Un uomo, un ragazzino maturo, che non ha mai abbandonato (metaforicamenre parlando) una stanza di un albergo a NY e una ragazza, l'unica per la quale, a suo vedere valesse la pena.
Il disgregarsi della famiglia d'origine in modo atroce, l'essere riammesso a far parte di una casta privilegiata, la scrittura, tutto poco importa. Un chiodo nella testa, una domanda da porre a quella ragazza.
Ironia presente ma non troppo. Una presa di coscienza di quello che si è diventati (o che si è rimasti) nonostante il tempo trascorso. Sempre e comunque per propria "colpa"
Alla fine della lettura sono andata a leggere la biografia dell'autore: un forte sapore di autenticità.
Prima lettura dell'anno: mi è andata davvero bene!
Forte emotivamente e coinvolgente. Se c'è una cosa che ho imparato ad amare nei romanzi di autofiction sono le pulsioni umane, le distorsioni, le imperfezioni, specialmente quando le storie portano i protagonisti ad un bivio e bisogna scegliere fra risolutezza e passione, fra saggezza e impostura; io preferisco sempre i protagonisti macchiati da egoismo, da frivolezza, da immaturità, forse per un inconscio pessimismo nei confronti del genere umano, del quale anche io faccio parte e da cui non mi autoassolvo. Il ritmo di scrittura, specie nella prima parte, non è per niente rapido, ma ogni descrizione degli ambienti, delle abitudini e dei personaggi è appropriata e merita la giusta attenzione, niente è fuori posto, non una battuta, non un oggetto. Sembra tutto vivo e reale e nessun dettaglio dal cibo, alla musica e alle letture dei personaggi è lasciato al caso. "Di chi è la colpa?" è un romanzo introspettivo e di autoindagine, di scelta fra ambienti e culture diverse, ma soprattutto di approccio da tenere nei confronti della vita. Sicuramente mi porterò dietro lo stile ricco di Piperno e sono certa che mi resterà dentro la ricerca di un'individualità e di me stessa, al di sopra di ogni eredità familiare e sociale.
Non sapevo nemmeno quanto mi era mancato leggere qualcosa di Piperno prima di questo libro! Il suo modo di scrivere elegante e ricercato e i suoi personaggi, che non sono mai dei modelli di vita ma hanno difetti molto terreni e umani, il protagonista non è certo un modello di virtù e simpatia, sono una miscela perfetta. Una voce narrante senza nome, ormai in età adulta se non avanzata, ripercorre la storia della sua famiglia, da quella con i suoi genitori a quella, più allargata, in cui passa l'adolescenza dopo un terribile fatto di sangue. Da una famiglia disfunzionale perché litigiosa e con pochi soldi e tanti debiti, a una famiglia disfunzionale perché ipocrita e con tantissimi soldi. Segreti, bugie, vecchi rancori che continuano ad assediare, mancanze, ma anche una religione con un suo peso non indifferente. Pur essendo un libro di circa 400 pagine, l'ho divorato perché dovevo sapere come sarebbe andato a finire e soprattutto catturata dalla bellezza e l'eleganza della prosa di Piperno.
Ho letto le prime dieci pagine e, per carità, abbandonato. Quello stile ricercato e pretenzioso, che si sforza a ogni riga di essere brillante, non fa per me. Con gli italiani, per me, è sempre e soltanto uno scontro.
La bellezza e il limite di questo libro stanno tutti nello stile dell'autore. Scritto in maniera elegante con un pizzico di cinismo e sottilissima ironia ma, per i miei gusti, veramente troppo prolisso. La prima parte mi stava piacendo anche più del previsto ma, come detto, la prolissità lo sgonfia molto nella seconda. Riprende quota sul finale. Ho apprezzato il modo in cui alla fine Francesca condisce per le rime il protagonista.
Nettamente il più importante romanzo di Piperno, malgrado un inizio un po’ difficile. Ma da pagina 65 (più o meno) il libro decolla verso un livello di scrittura notevole. Finale flaubertiano nello spirito.
Sono un po' in difficoltà a valutare questa mia prima lettura di Piperno. L'iniziale impressione è stata quella di una scrittura un po' troppo colloquiale e piatta, impreziosita sporadicamente da un forzato inserimento di qualche termine più forbito o desueto. Ho quindi immaginato che la scrittura per me carente potesse essere compensata da una capacità narrativa e inventiva superiore: mi sono lasciato inizialmente coinvolgere dalla vicenda (e sicuramente la prima parte del libro è la migliore in questo senso), ma trovandone poi scontati gli sviluppi - e fastidiosi alcuni passaggi di anticipazione (in particolare quelli in cui il narratore si rivolge direttamente al lettore). Ascoltando un'intervista ho scoperto dell'ambizione di Piperno di scrivere un romanzo di stampo vittoriano. Onestamente non avevo riconosciuto questa ascendenza, che senz'altro c'è, ma che non rende questo un libro eccezionale come diverse recensioni che ho letto sembrerebbero dipingerlo. Forse mi sono perso qualcosa io.
Un altro romanzo di formazione con un mucchio di parole di cui mi è interessato molto poco. Credo nemmeno Dickens, se oggi riscrivesse Oliver Twist, mi starebbe addosso in questo modo con continue frasette tipo “Ho già avuto modo di intrattenere il lettore”, “Lasciate che dedichi ancora qualche riga” o “Spero che il lettore saprà perdonare”. Fai come vuoi, ma basta.
Dopo una prima prova a mio giudizio non riuscita Piperno aveva scritto due romanzi, collegati tra loro, che, invece, mi erano piaciuti. Con questo quarto libro mi sembra tornato allo stile dell'esordio. E' una strana scrittura questa, forse volutamente: piena di vocaboli ricercati, che spesso si ripetono, ma elementare nella sua costruzione, come se ci si trovasse di fronte al diario di un adolescente che vuole però dimostrare di avere una cultura. Il tema sarebbe anche interessante, anche se non viene approfondito in alcuni aspetti che vengono lasciati in sottofondo ( il rapporto con la madre, col padre ), né viene data una spiegazione convincente di alcune scelte. Ma la carenza principale, a mio parere, è proprio la scrittura, che non suona "giusta" all'orecchio del lettore, come una partitura musicale dissonante. Se si tratta di un effetto ricercato ha colto perfettamente nel segno. Resta il fatto che il libro a me non è piaciuto.
Perplessa. La storia è interessante, ricca di conflitti esistenziali, etici, religiosi, sociali. Molto introspettivo e analitico nella fase adolescenziale del protagonista. Poi, diventa tutto un po' sfumato; alcuni personaggi muoiono o scompaiono e non si capisce bene il perché. Lo stile, all'inizio è un po' troppo barocco, troppi attributi, parole desuete al posto di quelle più comuni, tanto per dimostrare una certa erudizione. Ma, successivamente, quando il linguaggio diventa più fluido, si perde anche in profondità e diventa in prevalenza una cronistoria. Sembra scritto in due momenti diversi con obiettivi diversi. Forse valeva la pena fermarsi prima.
Non è mai riuscito a coinvolgermi emotivamente. L'unico episodio degno di nota è il dramma familiare, ma viene trattato con un distanziamento tale da non suscitare alcuna empatia.
3.5⭐ Troppo Proust in questo Piperno, l'omaggio si accetta, meno la piaggeria. Rimane un ottimo esempio di romanzo borghese, ma il modulo inizia ad essere ripetitivo e non basta una scrittura ricca ed accattivante a salvarlo.
Ne avevo sentito parlare, ma avendo una lista di libri da leggere lunga come la circonferenza del globo, l'ho sempre lasciato lì. Ma continuava a cadermi nelle mani, questo libro... E quando ho iniziato, mi sono innamorata. Mi sono innamorata di questa opera (si ,il mio primo Piperno) scintillante, trascinante, commovente: Narrato in prima persona eccovi un'opera che non si dimentica, concepita da un autore vincitore di premi letterari di grido. Ma veniamo alla sinossi: dare la colpa agli altri della propria infelicità è un esercizio di malafede collaudato, una tentazione. E' ciò che prova a fare il protagonista, almeno fino ad un certo punto. Figlio unico di una famiglia disfunzionale, con genitori assediati dai debiti, il protagonista è un bambino introverso, abituato a badare a sé stesso. Passa l'infanzia senza sapere nulla dei suoi nonni e della sua parentela. Solo n adolescenza, scopre che un passato c'è ed è anche molto ingombrante. A seguito di un fatto di sangue che lo sconvolge in prima persona, entrerà a far parte di una famiglia nuova di zecca che inaugurerà una vita di clamorosa impostura. Così le ipocrisie, le miserie i rancori e l'infelicità che pensava di avere abbandonato, torneranno a presentarsi di nuovo...poichè “Dove si giudica, non c'è giustizia” ...
Prosa corposa e plastica ma anche elegante e precisa. Leggere questo libro è stato un piacere. La prima parte / parte centrale del libro mi ha fatto sognare, probabilmente perché riprende il leitmotiv delle fiabe del principe straccione che riscopre le sue origini principesche. La seconda parte mi è piaciuta di meno. L'analisi del senso di colpa è sicuramente efficace ma non davvero incisiva (ma forse il mio giudizio è viziato dal fatto che ormai sono fin troppo abituato a leggere le opene ossessive di personaggi morbosi?). Il marcio nel cuore del protagonista non è poi così marcio ed è facile perdonargli tutto e volergli bene. Mi è piaciuto anche il finale, in cui le vicende raccontate dal libro vengono ricontestualizzate nel più ampio fluire della vita delle persone, e ci vengono presentate per quello che sono: solo un filo nella ragnatela sociale dell'umanità. In definitiva, romanzo molto molto bello.
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Un buon romanzo, probabilmente il migliore dell'autore. Considerato che l'ultimo (Dove la storia finisce) era di gran lunga il peggiore, è un'ottima notizia. I temi (e i modelli letterari) sono i soliti: Piperno ama (descrivere) i litigi, le faide familiari, i pregiudizi di classe, gli amori disfunzionali, la conflittuale, ossessiva questione dell'identità ebraica. Nonostante i suoi protagonisti siano sempre disegnati con tratti autobiografici, anche in questo romanzo si avverte una certa artificiosità. Sarà forse il problema dello stile, da sempre cruccio principale dello scrittore, molto colto, che infatti per bocca della protagonista mette le mani avanti: «Troppe parole forbite, ragazzo mio, e non abbastanza verità».
Mai letto nulla di Piperno, a parte qualche articolo su “La Lettura”, ma questo romanzo mi chiamava, e allora ho colto la palla al balzo e l’ho letto. Non pensavo che mi sarebbe piaciuto, nonostante tanti mi abbiano messo in guardia sull’ampollosità del suo linguaggio (che sinceramente non mi è sembrata così esagerata). Questo romanzo declina molto bene il tema della colpa e della vergogna con un sapiente gioco metaletterario dove tutto si fa più incerto, perché attraverso la scrittura si può, parafrasando lo stesso autore, “smettere di non dire la verità”. La verità, però, si mescola alla finzione, e la scrittura continua a mentire per cercare di dare un senso ai nostri traumi e agli imprevisti delle nostre vite.
3.5 non perché sia un brutto libro, anzi. Perché, purtroppo per l’autore, ho già letto Roth. E la sua scrittura mi è sembrata soltanto una pomposa imitazione. Sono pronta a scommettere che questo libro il prossimo anno vincerà lo Strega. E se lo merita. Peccato che io abbia assistito alla presentazione al Salone. E forse, a detta del suo presentatore, questo libro è scritto fin troppo bene per la mediocrità delle opere proposte. Beh. Ditemi dove si firma per scrivere in maniera mediocre come Emanuele Trevi.
Più si nasconde il passato, più questo preme per tornare Prima o poi bussa alla porta. Come un conto da pagare Come il senso di colpa
Il protagonista narratore è un ragazzino timido e impacciato Si definisce un cacasotto perché teme il bullo della scuola, ma può contare sul padre, un cialtrone rockettaro venditore di lavatrici che agli occhi del figlio,(fino a un certo punto), è un eroe, la cosa migliore capitata nella sua vita. La madre , invece, che insegna matematica, è rigida, inflessibile, ossessionata dal riserbo e dal senso della decenza ai limiti della paranoia.
Dietro la maschera di regole ingessate, la donna nasconde un segreto, ma l’incontro casuale con una stracciona (è la cugina materna, taccagna e ricchissima)che le rinfaccia la sua latitanza decennale dalla famiglia, porterà a galla tutto. Quella famiglia di cui nessuno sapeva nulla, si riunirà di lì a breve per la cena di Pesah, quella che conclude la Pasqua ebraica. Accettando l’invito, quella sera, in quella casa lussuosa, viene fuori la verità La madre, che ha cancellato il suo passato, fa parte della buona borghesia ebraica, benestante e settaria
“i veri forestieri eravamo noi: io, papà e i blazer, le lettere scarlatte che lei c’aveva costretto a indossare.”
In poco tempo il narratore entra in un ambiente bello quanto feroce, fatto di persone diverse da lui e capeggiate dallo zio Gianni, uomo carismatico, libertino, un arrogante incapace di capire il prossimo, che lo coinvolgerà in un viaggio iniziatico a New York assieme ai cugini ritrovati. Rimarrà affascinanto da quella vitalità contagiosa, impastata di invidia e ammirazione, arrivando a preferire lo zio al padre, colpevole di avergli negato la bella vita e ne prenderà addirittura il cognome quando la tragedia che spezzerà per sempre la sua famiglia farà di lui un orfano.
“Perché mi hai fatto vivere in un mondo senza passato, senza genealogia, senza retroterra?”
Di chi è la colpa è una lettura della società attraverso i suoi segni di riconoscimento: l’appartenenza, l’inclusione, l’esclusione, lo snobismo inevitabile (il riferimento a Proust è chiaro)l’impostura e le sue maschere, il crollo delle illusioni, la ricerca di un’immagine alternativa di sé, pur di fuggire dallo squallore del proprio quotidiano.
“Perché nascondermi che eri ebrea? Perché nascondermi che eri ricca, o almeno che lo eri stata?” “Quante inutili bugie! Hai fatto di me un degno erede.”
Nella smaniosa ricerca di una normalità, c’è l’individuazione ossessiva di un colpevole, perché quando succede qualcosa bisogna dare un senso per deresponsabilizzarsi, per non identificarsi mai, neppure quando si tratta del sangue del proprio sangue (“tu non ci sei, non esisti”) Dare la colpa è un modo per metterci una pezza, per andare avanti, perché in fondo è meglio stordirsi con le luci e i rumori del mondo che guardare in faccia la realtà.
Con una scrittura elaborata che personalmente mi ha condotto a un ritmo di lettura più lento (non è un libro da divorare a mio parere)e una trama piena di risonanze e rielaborazioni, Alessandro Piperno ha scritto una bellissima storia transculturale che segue con precisione i drammatici percorsi interni del protagonista, il trauma e le sue fasi .
Piperno è riuscito a seminare nella trama segni e indizi che poi ritroviamo altrove, perché niente e nessuno è prevedibile, tanto meno la colpa, che come un protagonista silenzioso è sempre lì, in agguato , all’ombra di ogni gesto, parola. La colpa, ha una sua circolarità (non a caso il titolo non ha il punto interrogativo) e serpeggia accompagnando e fondendosi con le vite dei personaggi, impostori di loro stessi e mai felici neppure quando si innamorano, perché forse, anche l’amore è un alibi, una delle tante balle che ci raccontiamo
Dopo Dove finisce la storia (romanzo leggerino, non pienamente convincente e con una storia in alcuni momenti assurda), Alessandro Piperno torna ai livelli di Con le peggiori intenzioni e Persecuzione: livelli altissimi.
Di chi è la colpa è un romanzo bellissimo che si apprezza a patto di entrare nel "classico" mondo di Piperno (romanocentrico, attraversato da uno stile di scrittura tutt'altro che sobrio, in cui le storie dei ricchi ebrei romani possono apparire una macchietta oramai passata, svanita). Oltre quattrocento pagine in cui il narratore - in una prima persona singolare molto accentrata e che, a volte, si lascia andare a finti dialoghi col lettore - ci conduce in una storia di quarant'anni fa. Con la maturità di uno scrittore affermato (questo alterego di Piperno è un chiaro omaggio al Nathan Zuckerman inventato da Philip Roth, di cui lo scrittore romano è un grandissimo estimatore) il narratore non compie una mera opera autobiografica. Di più, il narratore sembra "auto-analizzare" i propri ricordi, ciò che egli è stato e quello che egli ricorda di ciò che è stato. Un doppio piano di discussione che rende l'intreccio assai suggestivo e realistico. Sì, perché nessuno mai ricorda perfettamente gli eventi: tutti ricordiamo una proiezione dei nostri ricordi, la loro riscrittura continua operata dalla nostra mente. Prendere questo meccanismo a oggetto della narrazione è un colpo di genio che Piperno innalza con l'aiuto di una scrittura ricca, mai banale (al netto di qualche "ghenga" e "mefitico" di troppo), evocativa e di grande ricercatezza letteraria. Un grandissimo romanzo che accosta Alessandro Piperno alle più grandi voci della narrativa italiana ed europea.
Osannato dalla critica a me non ha fatto impazzire, un romanzo di formazione sicuramente ben scritto ma che ho fatto fatica ad apprezzare, detto questo reputo le ultime tre pagine uno spettacolo (ritrovare dopo quarant’anni quello che è stato il tuo primo amore e….).
Una dramma familiare, un cliché del nostro tempo; la madre, severa e taciturna, insegnante di matematica al liceo, nota per l’impeccabile contegno mentre il padre, rappresentante di elettrodomestici, accumulatore seriale di debiti, classico esempio di paternità permissiva, compagno nelle notti insonni per quel bambino gracile e sensibile che sente dalla propria camera le innumerevoli litigate serali. Per lui, la sua famiglia è sempre stata composta solo dai due genitori, uno l’opposto dell’altro, e nessun altro. Poi un giorno torna da scuola, gli dicono di vestirsi bene perché devono prendere parte ad una cerimonia ebraica, dai parenti della madre. Quella sera vede la donna che l’ha cresciuto trasformarsi, la freddezza che l’aveva contraddistinta fino a quel momento si dissolve e di contro, suo padre un perfetto estraneo, uno di quelli che non hanno mai nulla a che fare con l’ambiente in cui si trovano. In quest’occasione il ragazzo scoprirà di appartenere ad una facoltosa famiglia di ebrei ma, a causa dell’improvvisa morte della madre, si ritroverà catapultato all’interno di una ricca progenie romana, assimilandone atteggiamenti e modi, trasformandosi da un riflessivo e disponibile ragazzo ad una macchietta.
Dare agli altri la colpa della propria infelicità è un esercizio di malafede ormai collaudato, una tentazione alla portata di tutti. Ed è ciò che prova a fare anche il protagonista di questo romanzo almeno fino ad un certo punto.
Cosa scrivere che non sia già stato scritto nelle recensioni di chi mi ha preceduto? Il Philip Roth de' noantri, il romanzo di formazione nel XX secolo, oppure la citazione “Troppe parole forbite, ragazzo mio, e non abbastanza verità” che riassume in modo estremo e necessariamente sommario l'intero romanzo? Personalmente trovo insopportabile il continuo e smodato utilizzo di termini desueti se non addirittura arcaici e comunque di uso assolutamente non comune e mi chiedo quale sia il fine: vuole forse l'autore manifestare la sua superiorità linguistica sul lettore? Prendersela con me perché ho fatto studi scientifici e non umanistici e vado in difficoltà con un lessico così costruito? Se mi capita un firmacopie gli chiedo come dedica l'equazione di Schrödinger, vediamo come se la cava. Ma nonostante questo il libro mi è piaciuto e ne consiglio la lettura perché anche se l'autore sembra tirarsela tantissimo (anche nelle parti in cui si rivolge direttamente al lettore per esempio) tutto il racconto è ricco di ironia e auto-ironia e la famosa citazione sembra essere, almeno per come l'ho interpretata io, una forte auto-critica. Mi sono affezionato al protagonista, un anti-eroe di cui non si scopre mai il nome e di cui purtroppo mancano 30 anni di vita: un po' la curiosità di sapere cosa sia successo tra i 20 ed i 50 mi è rimasta. Se comunque la tesi che l'autore voleva dimostrare è che l'esercizio del dare la colpa della propria infelicità agli altri è sbagliato mi sembra che le vicende vissute dal protagonista vadano nella direzione opposta: difficile non rimanere segnati da episodi cruenti o da routine che lentamente ti forgiano come può fare l'acqua persino con la roccia.
Chissà perché mi ero sempre tenuto a debita distanza da Piperno, scoraggiato da una popolarità che mi sembrava troppo commerciale e da alcune critiche che allertano sulla pomposità quasi prussiana della sua prosa. Invece mi sbagliavo di grosso. Ho divorato questo libro nell’arco di 12 ore, scritto come a me piacerebbe essere in grado di scrivere, mi sento assolutamente della stessa generazione dell’autore che prima di introdurci ad un dramma dostoevskiano,come direbbe lui, è stato in grado di riprodurre fedelmente cosa è stata quella paura o attrazione del buio che sentivamo da piccoli per scovare se i nostri genitori fossero ancora in vita e l’inimitabile piacere di innamorarsi senza sapere che ciò che ci sta accadendo sia proprio L’innamoramento e scoprirlo dopo aver dato il primo bacio. E anche qui non è l’avvenenza che costruisce l’amore ma la dolenza. Il romanzo è una riflessione molto più ampia sul conflitto tolemaico o copernicano della nostra coscienza, il meccanismo che ha il potere di fare di noi degli idioti ma tranquilli oppure delle persone intelligenti ma infelici. Sono più che curioso di quanto ci sia di autobiografico in questa vicenda visto il pathos della narrazione fatta in prima persona dall’autore che ho tremendissima voglia di conoscere. E’ comunque, checchè se ne dica è davvero un piacere leggerlo. Ironia, aggettivi, sentimenti, riflessioni sono musica in questo romanzo. A proposito di musica il cameo sul primo concerto a cui assiste il protagonista di George Benson è roba da far leggere in qualsiasi liceo musicale. Pensavo fosse una marchetta ed invece avevo il Roth italiano esposto in vetrina assieme alle deprimenti hit parade delle librerie italiane.