Miriam è in coma dopo un incidente. Andrea la conosce appena ma si è innamorato perdutamente di lei, e ora le siede accanto e le parla, tutti i giorni, perché riesce a sentire la sua voce. Le loro parole si incontrano in un limbo oscuro, dove Miriam ricostruisce i suoi ricordi e Andrea cerca di tenerla ancorata alla vita. Attorno al letto della ragazza si muovono altre figure, che attendono il suo risveglio. Ci sono Mara e Lucio, i genitori, già segnati da una tragedia che li ha allontanati l'uno dall’altra. C’è papa Nanni, il venerato santone esorcista, che vede in Andrea un allievo e in Miriam i segni del demonio. E infine c’è Gabry, la migliore amica di Miriam, che da Bologna le manda lunghi messaggi.
In sette giorni, i racconti dei personaggi si alternano a svelare una trama di amore e morte, di salvezza e destino, dove la ragione sfuma nell’inconscio finché la realtà non deflagra e riprende il sopravvento.
Andrea Donaera torna con un dramma familiare ambientato in un Salento al di là delle cartoline, dove la spiritualità sta nelle ombre e non esiste fede che non sia anche certezza del male. Scritto in una lingua poetica e viva, Lei che non tocca mai terra è una ballata dolce e crudele, una storia romantica e cangiante, capace di insinuarsi come un incantesimo nei sogni più profondi.
Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”.Dal 2016 dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight. È il direttore artistico del festival letterario “Poié” di Gallipoli, e del Festival della poesia dialettale “Oju lampante”. Dal 2017 collabora con il magazine di approfondimento culturale “Midnight”, curando la rubrica Urban dedicata alla giovane poesia italiana. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.
Miriam è in coma dopo un incidente: Andrea è innamorato di lei, e ora le siede accanto, le parla, tutti i giorni. I loro dialoghi cadenzano i ricordi di Miriam e le giornate di Andrea, che tenta di ricomporre un proprio mondo dopo il suicidio del padre. Intorno a loro gli altri personaggi di questa tragedia gotica: Papa Nanni, il venerato santone esorcista che istruisce Andrea sull'uso del tamburello e che è convinto che Miriam sia indiavolata; Mara, la madre della ragazza, che soffre ancora per la morte di una sorella amatissima (a sua volta chiamata Miriam); Lucio, il padre di Miriam, fratello di Nanni, che è sindaco del paese, Gallipoli; e infine Gabri, la migliore amica della ragazza, che da Bologna le manda lunghi i messaggi per riportarla in vita. Faccio subito una premessa, dicendo che non ho letto il precedente libro di Donaera, quindi non posso fare confronti. Vero è che questo non è un libro facile. Subito ho fatto fatica ad entrare nella storia di per sé semplice: famigliari, amici e fidanzato sono al capezzale di una ragazza in coma. Il problema è che sembra di entrare dentro una caverna, un luogo claustrofobico, dove senti che c'è qualcosa di male, di orribile che aleggia fra le parole di questo libro. Con le sue parole, l'autore, fa contorcere lo stomaco al lettore perché parla di una storia d'amore che quando il libro viene chiuso, non lascia però alcun tipo di felicità. È difficile parlare di questo libro, perché parla di emozioni interiori che scaturiscono dal buio profondo che c'è dentro di noi. Donaera ci racconta che il dolore non è addomensticabile a differenza della felicità. Un libro che mi è piaciuto ma di cui ho dovuto rileggere più volte alcune pagine. Un libro non per tutti e da leggere in particolari momenti, ma mi sento di consigliare lo comunque.
Una settimana e 6 o 7 personaggi: Miriam, in coma dopo un orribile incidente, Andrea che la ama profondamente e per il quale la vita è "solamente uno spazio tra una tragedia e l'altra" e che dopo il suicidio del padre e la conseguente e devastante depressione della madre ora si trova a affrontare il coma dell'amata. I genitori di Miriam, Lucio e Mara, che da anni ormai non si capiscono più e sono lontani come la luna dalla terra; l'amica del cuore di Miriam, Gabry, trasferitasi a Bologna dopo le superiori e papa Nanni, lo zio santone esorcista, strano, ambiguo amato da tanti, odiato da alcuni. Un dialogo continuo dentro a queste pagine, a senso unico a volte, silenzioso o furioso, tentato, fallito o magico; una narrazione, un film, uno specchio per i rapporti mai facili, irrisolti, labirintici tra le persone, e come mai pare sempre che più la gente si ama, più è vicina e più la distanza aumenta? Aumenta esponenzialmente e colmarla diventa una corsa a ostacoli, un buco nero senza ritorno? Tra queste pagine gli occhi, quelli azzurri "... occhi che sembra che tiene il mare dentro", "bellissimi e devastati", occhi che possono spiegare il mondo gli occhi di Miriam; quelli neri di papa Nanni paragonabili solo "al nero del buco che sta dentro all'anima" di una persona irrimediabilmente perduta, straziata, occhi indagatori; gli occhi scuri, splendenti e bellissimi della madre di Andrea da giovane e quelli tristi, i più tristi del mondo di suo padre; quelli schifati e lontani di Mara, quelli sgranati ma indifferenti del marito; gli occhi di Gabry "due noci con un ripieno di miele liquido". Occhi e personaggi che raccontano la storia dell'assenza in un romanzo lieve lieve, delicato come neve, ma che scuote come tempesta, con parole e frasi che sedimentano dentro e poi esplodono grattando, graffiando, rovistando. Ho trovato me stessa in questo racconto, parte della mia vita, i vuoti che per anni mi sono trascinata dentro, alcuni ancora radicati come querce secolari. E tra gli occhi dei personaggi ho scorto anche i miei, quelli della me adolescente, smarriti, furiosi, feriti, neonati a una vita che non concede sconti, "bellissimi e devastati", silenziosi. La prosa di Donaera è uno squarcio, uno strappo secco e rumoroso che lui sa ricucire e poi riaprire, Donaera ti butta la storia addosso, te la avviluppa attorno e la storia ti si avvinghia e tu la leggi ma anche la vivi, la senti con tutti i sensi, brucia. Donaera scrive per immagini, scrive immagini, è come se il modo in cui usa le parole, le accosta a formare frasi compitasse un fotogramma, illuminasse un fermo immagine. Alla fine hai conosciuto una manciata di personaggi appena che però sono specchio di tutti i più umani sentimenti, l'odio, la rabbia, l'amore, la solitudine, la disperazione, l'ipocrisia, la falsità. Nessuno condannabile in toto, nessuno giustificabile proprio perché umanamente imperfetto.
"Quando è successo che la vita è diventata solamente uno spazio tra una tragedia e l'altra?"
Lei che non tocca mai terra è l'ultima pubblicazione di NN Editore nonché il secondo romanzo dell'autore italiano Andrea Donaera.
Le assonanze con il libro precedente, Io sono la bestia (QUI su Amazon) saranno piuttosto evidenti a chi ha già letto il suo esordio, tanto che ad un certo punto viene naturale aspettarsi un colpo di scena presente nel primo libro e che potrebbe essere coerente anche in questo e, paradossalmente, è proprio la sua mancanza a colpire!
Oltre alle tematiche comuni incorreremo, ad un certo punto, in quello che potrebbe essere un cameo del primo libro (viene nominata una persona che ha lo stesso nome di uno dei personaggi principali di Io sono la Bestia) e che fa pensare al lettore che questi eventi siano temporalmente successivi a quelli del testo precedente.
Le assonanze nelle tematiche fanno pensare ad un forte elemento autobiografico (che viene, dunque, riportato in entrambi i testi perché caro allo scrittore) e ad aumentare questa sensazione concorrono anche altri due elementi: - All'interno del testo uno dei personaggi si chiama Andrea e fa un gioco di parole con il suo ipotetico cognome – Donaera. - All'inizio del libro, prima ancora che cominci, troverete la seguente scritta criptica: Gli eventi descritti in questo libro sono frutto di immaginazione. Si sono svolti a Gallipoli tra il 22 dicembre 2007 e il 20 gennaio 2008.
La struttura è molto particolare: ci sono diversi punti di vista che cambiano non solo nel personaggio che narra ma anche nella tecnica stilistica. Troverete sia capitoli di dialogo (molto particolari), sia monologhi (o simil tali), sia capitoli in prima persona che capitoli in seconda persona, con la narratrice che si rivolge a sé stessa.
Il buon Andrea Donaera (Andrea O Andrea, ma leggendo il libro capirete perché) è tornato in libreria più forte che mai. È tornato con un romanzo di amore e morte, di violenza, drammi familiari, e di fede…la fede nel Bene, nel Male, la fede nei propri sentimenti da non lasciar andare, in ciò che è più grande di noi e che non possiamo controllare, come la fede dei personaggi di Flannery O’Connor, che non per niente è citata in esergo (e O’Connor in qualche scena è molto presente). Una cosa molto interessante è il ricorrere di un’immagine già vista nel precedente romanzo “Io sono la bestia”: il fiume nero di Eraclito. Un’esistenza di violenza e morte che scorre, di rabbia che distrugge tutto e tutti. Qualcosa che non ha fine nemmeno con l’amore, che proprio come in “Io sono la bestia” sembra non salvare nessuno, ma forse la salvezza sta nell’aprire gli occhi (anche questa espressione la capirete bene leggendo il romanzo), nel riconoscere nell’altro la voglia di salvezza e speranza. Insomma, un ritorno che aspettavo da molto, e aspettare ne è valsa la pena.
Siamo in provincia di Lecce, ad Alezio, un comune di poco più di cinquemila abitanti, a pochi km da Gallipoli.
I protagonisti di questo romanzo sono Andrea (Andrea o Andrea = anagramma di Andrea Donaera), Miriam, Mara, papa Nanni, Gabry, la zia Miriam (morta). Un romanzo corale, tra malefici e santoni, tra la vita e la morte, in cui i protagonisti cercano di uscire dal limbo in cui sono precipitati.
I dialoghi sono serrati, il testo è poetico e ritmico e in molti brani mi è sembrato di sentire il suono del tamburello, strumento tipico della mia terra (il Salento), che evocava suoni e danze propri della pizzica salentina
In realtà, il protagonista silenzioso di questo romanzo è di nuovo il Salento, con il suo dialetto, con il suo cielo azzurro intenso e il verde del mare delle distese di ulivi e le trasparenze del mare, con la sua disarmante bellezza e la sua indisturbata centenaria coesistenza delle contraddizioni.
Miriam è in coma, in seguito a un brutto incidente. Andrea (il suo ragazzo) e Gabry (la sua amica) provano a farla risvegliare. Miriam però rievoca storie sepolte nel passato, diciotto anni prima che lei nascesse. La forza ostinata di Andrea e Gabry nel far risvegliare Miriam altro non è che la forza dell'amore, l'unica forza davvero salvifica.
"Non aveva paura dell’amore in generale. Ne conosceva il valore e l’utilizzo. Lo aveva visto in azione in casi in cui null’altro aveva funzionato."
Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti
Qual è il peso del dolore che un uomo può sopportare? Andrea prova a rispondere così: "La Terra pesa seimila miliardi di miliardi di tonnellate. È il peso che ho dato al mio dolore. Una cosa del genere."
Il dolore però non può continuare all'infinito. Anche il dolore prima o poi finisce. "Un ricordare che è uno scavo, o un’immersione. Qualcosa che ti costringe ad andare giù, in un mare di nulla dove non si tocca. Un ricordare che è un mettere in fila, un trovare un modo di respirare nuovo: un uscire da questo buio, dilatare la luce."
È la forza dell'amore. Di quell'amore intenso e giovane. Di quell'amore acerbo che non vede l'ora di maturare. "Tu di me non sai niente.
«È per questo che devi tornare».
Perché così puoi conoscermi?
«Per convincerti a non cancellare più il tuo nome»."
Miriam, come il nome dell'uragano che con il suo passaggio distrugge tutto. Miriam, come il nome della vergine Maria. Miriam, che si affida a chi la vuole far uscire dal limbo. Andrea, con i suoi: "«Ci sono io. Sono qui. Ci sono io. Sono qui. Ci sono io, sono qui»."
Ancora una volta, Andrea Donaera, con il suo stile così intenso come i colori e i sapori della mia/nostra terra, commuove e avvince il lettore.
Merita. Davvero. Non solo perché sono scandalosamente di parte.
"Ti manchi. Non nel modo in cui ti sei mancata per tutta la vita. Ti manchi come se ti stessi dissolvendo: la Terra è lontanissima, e tra le mani hai soltanto una luce che trema, che mette a fuoco, male, pezzi di ciò che eri. I pezzi del tuo passato."
Ma cosa vuoi dire di uno che scrive così? Con una prosa così lirica, evocativa, musicale che un attimo dopo diventa sofferta, cruda, rabbiosa. Che alterna l'uso del dialetto pugliese alle citazioni poetiche, che ruota i punti di vista e riesce a dare a ogni personaggio una voce unica e coerente dal punto di vista stilistico ed espressivo. C'è stato un momento in cui ho temuto per il finale. Perché una conclusione non all'altezza avrebbe avuto il gusto amaro di una promessa non mantenuta. Invece Andrea-o-Andrea riannoda tutti i fili e fa sprofondare i personaggi nelle loro ossessioni e il lettore in un magma sempre più vischioso e denso. Un romanzo oscuro, ma che lascia spazio a spiragli di luce accecante. Proposto per il premio Strega da Daniele Mencarelli, non è (purtroppo) rientrato in dozzina. Come direbbe Pretty Woman: "Bello sbaglio, bello. Enorme."
Io la guardo dall'alto, lei che non tocca mai terra.
Andrea, Mara, Lucio, Gabry hanno la loro voce, parlano in prima persona (ah, che meraviglia le voci nei libri di Donaera!). Miriam no, lei è narrata da una voce terza: io la vedo, Miriam, stesa sul letto, e questa voce che la racconta, la racconta a lei stessa. È la voce della memoria e della coscienza, che interroga e riflette. È una voce che spesso si frange nella sua linearità, anche graficamente, e diventa poesia.
Quanta attenzione c'è nei libri di Andrea (lo scrittore, non l'omonimo personaggio): ai linguaggi, realistici e vitali, diversi tra loro; alla struttura del testo, che diventa anch'essa protagonista; al carattere tipografico che cambia con i caratteri; ai pieni e ai vuoti.
In Andrea personaggio ci ho riconosciuto un po' di quel poco che conosco di Andrea Donaera, nel modo in cui si mostra a noi, suoi "seguaci". Così, mi sono immaginata quell'Andrea con il suo aspetto, e, per questo, ho amato il personaggio ancora di più, timido e determinato, con le sue parolacce e la sua gentilezza verso tutti.
Questo libro è nero come la sua copertina e, insieme, delicato come le mani luminose che emergono dal buio.
È pieno di Salento, senza neppure una descrizione di quel cielo e di quel mare.
Quel tamburello che suona ha il ritmo della Taranta del ballo di San Vito di Capossela, rimane in testa. Forse, stanotte lo sogno.
Miriam, ragazza dagli occhi di ghiaccio, figlia unica di Mara e Lucio, vive in una famiglia ormai alla deriva dopo un evento devastante e, una notte, ha un incidente e cade in coma. Andrea, innamorato di lei, ma al tempo stesso in bilico tra l'amore per la ragazza e quello per Dio e per il suo maestro papa Nanni, le parla con l'intento di riportarla indietro. Misticismo, superstizione ed esorcismi nella figura di un santone potente, carismatico ed oscuro in un Salento cupo che crede alla certezza del male. Gli eventi subiranno un crescendo tragico e delirante, un susseguirsi di svelamenti inquietanti e deflagranti. Impariamo a conoscere i personaggi durante questi 7 giorni, attraverso una scrittura viscerale, intensa, poetica e drammatica. Quello che contraddistingue Donaera è la potenza del racconto, un susseguirsi di graduale forza, emozione, impeto che porta il lettore a chiudere il romanzo ed aspettare che si calmino i battiti del cuore. Uno degli scrittori più interessanti e dolorosi del panorama italiano.
En vrai c’était bien. L’ambiance : le petit village du Sud en Italie, le rapport au mysticisme, à la sexualité dans un mi-rejet, mi adoration. Je crois même aux personnages : Andrea le mec un peu nul et ectoplasmique et Miriam avec son flux de pensées. L’écriture et le style, ça se lit vite on en retient des passages magnifiques. Mais 3 étoiles quand même. Parfois tout ce que j’ai dit plus haut ça ne suffit pas pour en faire un bon roman. L’histoire tourne en rond, et l’intrigue est cousue de fil blanc. Désolée ça se voit même quand c’est sublimement écrit :/ Et la fin OMG on en a marre de ce type de fin : finissez vos romans purée
Amiche e amici, come state? Io disturbato. Sapete cosa ha fatto la pandemia? Ci ha risparmiato tutta quella tarantella di tamburelli che ci salutavano a ogni angolo delle strade di tutti i 96 comuni del Leccese. Cosa che, insieme a ulivi e muretti a secco e lu mare lu ientu eccetera rappresenta, ormai, uno dei cliché più ritriti della narrazione salentina. Ma a proposito di Salento, ho appena finito di leggere Lei che non tocca mai terra, il nuovo libro di Andrea Donaera, pubblicato da NN Editore.
Miriam è in coma. Andrea la conosce appena eppure è innamorato di lei e la va a trovare sempre, le parla e sente (o crede di sentire) le sue risposte. Andrea non è visto di buon occhio dalla mamma di Miriam perché pare sia discepolo, seguace di Papa Nanni, personaggio oscuro di questa storia, un prete esorcista amato e odiato. Papa Nanni è zio di Miriam, quindi fratello di suo padre, Lucio, il sindaco del paese, che si dispera per la tragedia e si batte il petto per un segreto. Un segreto che (pare) tutti sanno e di cui nessuno vuole parlare.
Andrea Donaera semina poco per volta indizi e prove, costringendo il lettore in una danza alla scoperta di un – o del – perché delle cose, trascinandolo in un turbinio, un uragano di sensazioni disturbanti, dalle tinte dark della musica metal, dei riti ancestrali, delle candele accese, delle morti apparenti, delle notti nelle campagne del paesedimmerda. Perché non tutto è ientu, sule e mare, ma forte è l’altra faccia della medaglia: il Male. Il Male che si aggrappa a tutto e a tutti e che, pare, si sia aggrappato anche a Miriam, attaccata agli elettrodi dopo che una notte è stata investita da qualcuno, qualcuno che ha fatto perdere le sue tracce.
Non è stata una lettura facile, per me. E non perché ci sono importanti contaminazioni dialettali (quelle ormai le capisco). È stato tutto un complesso di cose: il tema (doloroso e tetro), la scrittura (così musicale che a volte l’impressione è che si sacrifichi la scorrevolezza narrativa a favore dell’impatto emotivo di certi passaggi), il font usato (non credevo che avrei mai avuto osservazioni da fare sul font ma invece sì) e le parole: come sapete, io vengo dalla strada e non sono certo uno che si scandalizza per un linguaggio un po’ ruvido ed esplicito, ma in questo libro il numero di cazzi e merde supera la somma di tutti i cazzi e tutte le merde che io abbia mai letto in tutti gli altri libri che abbia mai letto. Questo mi ha frenato un po’.
Nel romanzo c’è tanta poesia e, a mio parere, è stato un peccato contaminarla così e così tanto con quel tipo di linguaggio e con quelle immagini così cruente. Ma, se ci pensi, tutto qui è contaminato: l’odore di pulito con l’odore del fritto, la sabbia dorata con i cocci di vetro, lu mare e lu ientu con il buio e il dolore.
Alla fine, quello che ti auguri e che l’amare riesca a essere più forte del Male e si torni a vivere, a sorridere, a ballare le tarantelle agli angoli delle strade e nelle piazze.
Ritornano storie di traumi, storie di frammenti che si chiamano esseri umani, storie di mancanze che si fanno lacerazioni ed abissi. Questa volta il cardine sembra essere il coma di una ragazza diciottenne, Miriam, investita una notte di tenebra, e l'amore di un ragazzo, Andrea, l'unico che riesce ad imbastire una comunicazione impossibile con lei. In realtà ogni coordinata è stata strappata da un passato fosco, terribile, che artiglia il presente e non lascia cicatrizzare le ferite, pulsanti di carne viva e sangue scuro. Sono i pensieri, più che le parole, ad essere traino di sentimenti nascosti, pensieri che faticano a farsi verbo se non davanti ad una sofferenza inspiegabile, assassina, a cui si contrappone solo una debole, ma tenace, speranza.
Nessuno torna mai: mantra dogmatico, muraglia difensiva per respingere i sentimenti, per chiudersi dietro la sicurezza dell'apatia. Ma il cuore non può essere costretto a tacere e, per citare un'altra opera che, come questa, è una storia d'amore tinta di morte, "non può piovere per sempre". Perché splenda il sole, si ha però bisogno di un coraggio che annienti ciò che siamo, così da poterci di cucire addosso una nuova identità in cui riconoscersi e che coinvolga anche chi amiamo.
Donaera riprende alcune tematiche di Io sono la bestia, ma le rielabora con ancora più ferocia, innestando nei suoi personaggi un dolore pesante fino all'inverosimile, dalla potenza distruttiva di un uragano, apocalittica come un'esplosione. Perché se si deve rinascere dal dolore, lo si deve fare dal niente, da una tabula rasa bianchissima, come la luce.
"Lei che non tocca mai terra" è una storia d'amore raccontata da una pluralità di voci, ma anche di ossessione ed un thriller quasi religioso, una poesia scritta in prosa. Si potrebbe pensare erroneamente che la storia d'amore possa rendere questo libro più facile da digerire rispetto a "Io sono la bestia", ma sappiate che è così solo in minima parte.
Anche in questo caso il lettore non sarà risparmiato da pugnalate, dal dolore e dalla violenza. Esattamente come in "Io sono la bestia", i sentimenti positivi che esistono all'interno dei romanzi di Donaera sono sempre in pericolo e pericolosi al contempo, sia per i personaggi coinvolti direttamente in quel sentimento che per i personaggi secondari. Perché se è vero che "Omnia vincit amor", quale prezzo bisogna pagare affinché sia così?
Dal mio punto di vista, bisognerebbe leggerlo anche solo per il linguaggio utilizzato e per l'ennesima spietata rappresentazione di un Sud che troppo spesso viene raccontato come fiabesco e paradisiaco (aspetto che, personalmente, apprezzo particolarmente).
Ero carica di aspettative per questo nuovo romanzo di Donaera e devo dire che non sono state deluse. La narrazione corale, il linguaggio mimetico e la presenza di una trama che racconta vite reali ma non ordinarie tornano anche in questo testo dell'autore e riescono a tenere il lettore incollato alle pagine. Per me è inevitabile, data la somiglianza strutturale, il confronto con "Io sono la bestia" e devo dire che rispetto a quest'ultimo mi sono sentita forse leggermente meno coinvolta e toccata emotivamente. Per il resto libro bellissimo che sono felice di aver comprato non appena uscito.
Libro dalla struttura molto particolare, viscerale e doloroso.. Li stile è una rasoiata unica all anima.. Con flussi di coscienza davvero vibranti e trascinanti nel loro delirio realistico. Dalle recensioni lette me lo aspettavo più crudo e spietato nella trama, alla fine le rivelazioni rivali erano immaginabili.. Ma comunque un ottimo romanzo.. Recupero subito il primo che non ho ancora letto.. 😉
Ho ascoltato l’audiolibro, ero a circa il 60% ma ho deciso di mollarlo perché stava diventando pesante. Da una parte mi sembrava di ascoltare un radiodramma infarcito di ripetizioni e scritto in modo molto lirico – troppo, per i miei gusti. In più nessunə personaggiə è riuscitə a farmi continuare l’ascolto; per me è un po’ troppo. Ho anche parlato con una persona che l’ha letto per capire meglio cosa (non) ha funzionato tra me e questo romanzo e tutto sommato, sono contenta così.
Ritrovo Andrea Donaera con enorme piacere, dopo Io sono la bestia che mi aveva davvero colpito. Qui si entra in una dimensione ancora più intima, più profonda e dolorosa. Andrea e Miriam, separati dall'incomunicabilità di un dolore che ha spezzato lei nel fisico e lui nella mente, e che li costringe a parlarsi in lunghi silenzi e nei monologhi di lui, ai quali lei risponde forse solo nella sua mente. Ci sono i luoghi dell'autore, luoghi antichi che risuonano del ritmo ipnotico del tamburello e dei canti di un predicatore figlio dei prodigi arcani di quella terra ruvida, in cui l'umano è forgiato dalla stessa coriacea forza, nel bene e nel male. Lo stile di Andrea è inconfondibile, e i livelli di lettura si accavallano, con la "chicca" del dialetto che, per quanto di non immediata lettura nei punti in cui compare, avvicina il lettore all'anima e alla sensibilità del personaggio, al suo modo di sentire e raccontare il mondo. La scrittura è tortuosa e avvolgente, ti abbraccia spesso senza dare conforto, acuendo il dolore che si prova nelle pagine, ma aprendo spiragli di luce abbagliante. Splendido.
Potevano essere tre stelle ma sia il coma della protagonista sia la modalità in cui è raccontata la storia mi hanno ricordato tantissimo Tolleranza Zero di Irvine Whelsh quindi ha perso molto di originalità.
Siamo nel Salento, Andrea è innamorato di Miriam, una ragazza in stato comatoso dopo un misterioso incidente. Ogni giorno Andrea va a trovarla e, parlandole, riesce a sentire nitidamente i pensieri della ragazza, che gradualmente svela gli avvenimenti della sua vita prima dell'incidente.
Attorno al letto di Miriam, oltre ad Andrea, si muovono, alternandosi, i genitori Mara e Lucio e la migliore amica Gabry, i quali, sotto suggerimento dei medici, provano a stimolare la ragazza tramite la "talking cure": la terapia che consiste nel parlare ai pazienti in stato comatoso per favorirne il risveglio. Fuori dalla scena si muove papa Nanni, lo zio di Miriam, un santone esorcista di grande carisma convinto che la nipote sia posseduta dal demonio.
Donaera alterna i capitoli raccontando le storie di coloro che gravitano nella vita di Miriam, cambiando la struttura del linguaggio in base ai personaggi e al loro modo di parlare e di ragionare: troveremo ad esempio l'assenza di congiuntivi quando parlano Andrea e Gabry, il dialetto salentino quando parla Lucio, un turpiloquio sprezzante per Mara.
I flussi di coscienza si alternano in un caleidoscopio in cui il male aleggia sempre, avviluppando il lettore come se fosse la preda di un ragno in una ragnatela. Si ha la sensazione di essere circondati da qualcosa di oscuro e profondo: come il limbo in cui è sospesa la vita di Miriam, come il male che si cela dentro l'animo umano, come il vuoto interiore quando si perde una persona cara.
La scrittura è dura, sofferta, rabbiosa, quasi claustrofobica: Andrea Donaera ha una capacità notevole di scavare nell'animo umano portando a galla tutti i più pericolosi demoni interiori.
Una lotta tra bene e male ritmata dal suono di un tamburello, in un cupo Salento tra misticismo e superstizione.
Andrea e Miriam sono due ragazzi alle prime armi con l'amore. Andrea ama profondamente Miriam, tuttavia di punto in bianco sparisce, non si fa più sentire. Questo distacco è stato provocato da papa Nanni, lo zio di Miriam. È un esorcista che ha preso Andrea sotto la sua protezione creandone un allievo, una forma di adepto che riesce a manipolare psicologicamente.
Papa Nanni fa credere ad Andrea che l'amore che provano i due ragazzi corrisponde al Male e lo costringe ad allontanarsi da Miriam, dal demonio che abita dentro lei.
Ma in questi giorni di assenza succede una disgrazia. Miriam ha avuto un incidente, è stata investita da un auto.
Ora Miriam è in coma, immobile su un letto.
Il senso di colpa di Andrea è incontrollabile. Perché si è allontanato da lei? Non si da pace.
Andrea la ama e glielo ripete ogni giorno. Andrea riesce a sentire i suoi pensieri e si parlano in un limbo visionario.
Un Viaggio corale di flussi di coscienza dove si intersecano anche le voci di Gabry, la sua migliore amica e dei genitori Lucio e Mara, rivolgendosi a Miriam durante le sessioni di Talking cura.
È un dialogo a senso unico, doloroso, dolce, atroce, amorevole, lancinante. Monologhi che danno voce ai ricordi dolci del padre, della 'piccina sua', ma anche urli strazianti di una madre alla deriva che sprigiona un dolore rabbioso e incontrollabile.
Loro parlano. Lei sente. Loro parlano al vuoto. Lei ascolta, ricorda, galleggia. Loro parlano al nulla. Lei vorrebbe che la sentissero, la sentono loro la stanza che trema, la luce che trema? Un silenzio abissale. Spettatrice muta e immobile. Lei non vuole che questo sia per sempre. Non vuole essere La bella addormentata nel bosco. • È un dolore che ti entra dentro, liquido denso che si insinua tra gli interstizi del tuo corpo e naviga, si diffonde e arriva fino al cuore tramortendolo e immobilizzandolo come l'effetto velenoso di morso di un serpente. • In una parola DEVASTANTE !!! • Se hai amato la scrittura feroce e graffiante di Donaera in 𝘐𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘉𝘦𝘴𝘵𝘪𝘢, non puoi assolutamente perderti questa nuova uscita. Solo in lui ho trovato questa grande capacità di far entrare il lettore all'interno delle menti dei personaggi. • Un altro pugno allo stomaco con una prosa cruda e creativa, visionaria e teatrale. • Il 𝗠𝗔𝗟𝗘 in questo libro abbonda in quantità enormi, si trasforma in potere e prende le sembianze di segnali dettati dalla volontà di Dio. • Sono costretta a chiedervi per la seconda volta e a breve distanza, di fidarvi ancora una volta di me..... E c'è sempre Donaera di mezzo 😅. • In sintesi è una storia che non ti aspetti, crudissima ma scritta con poesia e sensibilità. Un libro sorprendente, non adatto a ragazzi troppo giovani per il linguaggio carico e a volte un pò troppo azzardato. •
• • Andrea..... non ho parole per ringraziarti di queste due perle nere . Aspetto ansiosamente il prossimo 🖤
Miriam giace nel suo letto, in coma, dopo un brutto incidente. Andrea va da lei ogni giorno e le parla e le parla, nella speranza che la sua bella addormentata si risvegli.
Sono entrambi giovanissimi, e nati in una "terradimerda" che non è il Salento da turisti, ma un posto che ai giovani sembra avere ben poco di promettente.
Il peggio è già successo, e noi lettori siamo lì con loro a cercare di capire.
Anche perché in poche pagine il mistero si infittisce, tra segreti di famiglia, un'altra Miriam che non c'è più e assomiglia troppo alla protagonista, riti, santoni ed esorcismi.
La struttura del romanzo è interessante perché anche se si svolge in gran parte nell'immobilità della stanza di Miriam, intorno a lei vanno in scena tutte le persone che fanno parte della sua vita, e lo fanno parlandole, cercando di curarla attraverso parole e ricordi, parole che, nell'incertezza di essere davvero ascoltate, si fanno particolarmente sincere.
Parole importanti, che riescono a caratterizzare bene ogni personaggio. Andrea, il padre e la madre di Miriam, la sua migliore amica... Ognuno ha la sua voce, ognuno il suo modo di esprimersi, ogni personaggio viene riportato su carta e si traduce in un diverso stile di scrittura, a volte anche graficamente.
C'è chi viene colorato in dialetto, chi usa un italiano più "parlato" che scritto, chi fa bruciare le pagine di rabbia, chi di tristezza e disperazione. E poi c'è Miriam, tratteggiata in caratteri più gotici, più malinconicamente metal e poetici. Lei, che vorrebbe non toccare mai terra e trova rifugio ai concerti dei Moonspell, in un letto con la migliore amica ad ascoltare canzoni tristi all'infinito, e una volta, solo una volta, tra le braccia di Andrea (o Andrea).
Una bella storia, d'amore e di dolore, che oscilla tra l'amare e il male, tra vita e morte, e lo fa con un carattere sanguigno e un'atmosfera da ballata nera.
Andrea O Andrea, Andrea Donaera, non so se abbia messo davvero qualcosa di autobiografico a livello di trama, ma sicuramente ci ha messo un po' della sua vita, dei posti che ha vissuto, di quegli anni e quelle passioni, più o meno le stesse che ho vissuto io dall'altro capo dell'Italia. Sento quella venerazione per una musica un po' "di nicchia", la voglia di concerti, in prima persona o da spettatori, quegli amici che se ascoltavano i tuoi stessi gruppi preferiti, li sentivi un po' più vicini. La musica troppo commerciale che invece MEH. Il mito di Twin Peaks e David Lynch, i film rivisti mille volte come "il Corvo" e "il signore degli anelli"... Ma scommetto anche Dracula o Intervista col vampiro. Capelli lunghi, armadio Total black e smalto nero... Insomma tutto come adesso più o meno 😂❤️ ma è bello sentirlo tra le pagine di un bel libro!
Vedo che nei ringraziamenti Andrea Donaera cita - per motivi vari o che non è stato (giustamente) a spiegare - Roberto Camurri. Che col suo esordio ha scritto uno dei libri più emozionanti che io abbia mai letto. Non per altro, ma perché mi aveva scavato, così, forse senza nemmeno un motivo, a fondo, tenendomi attaccata dolcemente e con catene invisibili, a quella storia ambientata a Fabbrico. E qualcosa effettivamente, di quel mistero svelato e non detto, l'ho ritrovato anche qui, nella storia di Miriam che in seguito a un incidente rimane in coma. Una bella addormentata moderna, che durante il sonno sprofonda in un passato senza speranza, fatto di voci e volti e ricordi che non le lasciano via di scampo. I presupposti per innamorarmi di questo libro c'erano tutti. La scrittura, senza che stia qui a dirlo, è alta, altissima. Donaera sa LETTERALMENTE coniugare la parola secondo la forma verbale di chi la pronuncia. Sgrammaticata, volgare, ignorante, alta, altisonante in base a chi parla e a chi ricorda. Quindi su quello nulla da dire. Andrea ha il dono che solo una penna può dare; quello della scrittura. Mai artificiale, mai forzata, mai superficiale. Quindi i presupposti c'erano tutti ma... Ma questo libro è pervaso di un male che non si mostra. Un male che mi ha disturbato senza toccarmi fino in fondo. Senza scuotermi. Come una mosca che mi ronza attorno e che prima o poi si allontana da sola. Un male da cui non c'era scampo e che cade, nolente o volente, nel cliché della donna che lo incarna, salvo poi scoprire che tutto è pervaso dal male (altro cliché, l'uomo di Dio che si trasforma in diavolo). Un male forse minimizzato o estremizzato, che grida e urla e quindi come un spirale avvolge tutto. Ma se tutto è male, la letteratura dov'è? Se tutto è cupo senza arrivare a diventare inquietante, se tutto è grigio senza diventare spettrale, la letteratura dov'è? Se ha bisogno di parole estreme (scusate, ma questa è mia sensibilità personale) e volgarità che in altre lingue non esistono nemmeno, per arrivare a gridare l'incarnazione del male, forse effettivamente manca qualcosa. Una vite. Qualcosa. Fino a rendersi ripetitivo, fino ad annoiare, fino al climax finale dove in realtà si è talmente storditi da urlare che non ci tocca nemmeno più. Touchè. Forse era questo il tentativo dell'autore (ipotesi prevedibile nel titolo? chissà) ma io ho bisogno di mani che mi scavino dentro per parlarmi e questo rimane lontano... lontano... pervaso di un male che non mi tocca.
"E hai la sensazione tremenda che è lì che vorresti tornare: in quella foto - e lì rimanere.
La sensazione tremenda di aver capito. Che può capitare a ogni vera felicità, alla fine, di rimanere incastrata in una foto sbiadita - senza potersi muovere, senza potersi ripetere".
Pensando alle parole per descrivere questo libro mi sono venute d'istinto queste: oscuro, crudo, dark. Eppure, pronunciando tra i denti queste stesse parole, mi accorgo che non riescono davvero a contenere tutto ciò che è "Lei che non tocca mai terra". È queste parole, ma è anche tanto altro.
Il libro si apre e si chiude con un dialogo intimo che va oltre i confini della vita: quello tra Andrea e Miriam, che è in coma dopo un incidente. Le loro parole si incontrano in questo "limbo magico", in questo territorio surreale eppure vero, mentre attorno a loro si muovono altre figure, in una Puglia vivida e maledetta: Mara e Lucio, i genitori della ragazza, già segnati da una dolorosa tragedia; papa Nanni, un santone che pratica esorcismi in un santuario immerso negli ulivi pugliesi; Gabry, la migliore amica di Miriam che da Bologna le manda lunghi messaggi.
Miriam ascolta tutte queste persone da un letto di una casa che sa di fumo di sigaretta e polpette fritte.
In una settimana, questo è il tempo della narrazione, le loro storie si svelano e si intrecciano e noi lettori siamo letteralmente inghiottiti in questo buco nero di deliro, follia, amore e morte.
"Lei che non tocca mai terra" è una ballad cruda e feroce, una favola nera che non ha timore di mostrare anche un lato dolce, poetico e melanconico. Lo stile è asciutto, senza fronzoli, a tratti spinto, vero, reale; la scrittura è un fiume in piena che travolge e che come un incantesimo si insinua nella mente, fino a non voler sorbire altro. Pagine che spesso prendono a schiaffi e devastano, e come le letture potenti sanno fare ci lasciano con domande senza risposta: "Ma l'amore è più forte del Male. No?".
A partire dal coma in cui si trova Miriam,una ragazza vittima di un incidente stradale, il libro si sviluppa mediante le voci di chi le sta accanto. La voce di Andrea,le parole crude della madre,il dialetto salentino del padre, le frasi dell'amica Gabry sono tutti elementi uniti da un unico filo conduttore: l'amore. Andrea che ama Miriam come si può amare una ragazza; la madre che ama come chi non sa farlo perché il dolore è molto più forte di tutto il resto; il padre che ama come può e Gabry che ama come chi scappa pur essendoci sempre e comunque. E poi c'è papa Nanni. Che non ha voce,ma ha azioni e gesti. La scrittura originale risulta a tratti coinvolgente e a tratti caotica; qualche particolare sfugge alla comprensione e qualche interrogativo resta in sospeso. Tuttavia, ciò che preme all'autore, è non fare annoiare il lettore e in questo ci è riuscito molto bene.
Donaera riesce sempre a combinare i più comuni sentimenti umani con storie dalla portata universale. "Lei che non tocca mai terra" è un romanzo pregno delle voci che Donaera sa riconoscere e riportare con straordinaria chiarezza e lucidità, e saghe senza tempo, racconti di umanità dolente e sconfitta, di odi atavici, di peccati imperdonabili, di gesta eroiche compiute da persone comuni, di orrori inenarrabili che se ne stanno acquattati dentro di noi.
Con lo stile trascinante e orale che lo contraddistingue, e l'incredibile sensibilità e bellezza dei suoi personaggi, anche dei più sordidi, Donaera racconta di molto più della superstizione, molto più dell'amore e molto più della perdita, in un romanzo vorticante come una bambina che gira attorno agli alberi, e martellante come un tamburello.
Al centro della trama di “Lei che non tocca mai terra” c’è una ragazza in coma, Miriam. Intorno e insieme a lei sono immobilizzate le persone che le vogliono bene e che non riescono, com’è naturale, a dissociarsi da questo limbo in cui nessuno è vivo e non è neanche morto. I genitori, la sua migliore amica, suo zio e il ragazzo che aveva appena iniziato a frequentare cercano di metabolizzare la situazione e piano piano vengono allo scoperto i lutti, i rancori e il Male che ha condizionato le loro esistenze.
Lo stile di Andrea Donaera è spesso sincopato, si avvale di flash, associazioni mentali e immagini evocative, in stile con le sue radici da poeta.
Di questo libro ho ammirato la forza. C'è la volontà di immergersi nel dolore e nel mistero, in un mondo esoterico e malvagio che mette alla prova l'amore. C'è chi ha definito tragedia gotica "Lei che non tocca mai terra": e in effetti l'evoluzione della trama odora di irreale, inizia a sanguinare, sfiora lo splatter. Andrea Donaera nasce poeta ed è al suo secondo libro di narrativa. Non ho ancora letto "Io sono la bestia" e quindi non posso pronunciarmi sul suo stile. So solo che per "Lei che non tocca mai terra" (titolo meraviglioso, preso in prestito da una canzone dei Moonspell del 2003) ha spinto sulla lingua, quasi violentandola, cercando di ricalcare il linguaggio parlato e forzando quasi tutti i congiuntivi. Forse è stato più difficile adattarsi a questo che alla trama gotica
"Mi farai la treccia ogni mattina? Mi accarezzerai i capelli come se ogni giorno fosse l'ultimo? Mi racconterai i tuoi dolori? Di tuo padre e di tua madre, dei tuoi pezzi sparsi, delle tue parti scomposte? Del tuo perdere tutto ciò che vivi, come sabbia secca e rovente tra le dita? Della tua mente che crea e distrugge, che vela e che svela, che compone e distorce? Mi ascolterai quando parlerò della mia vita senza amore? Degli occhi di mio padre, sempre troppo neri? Delle mani venose di mia madre come quelle di certe sante anoressiche? Di questo nostro sentirci come se non potessimo mai più toccare terra?"
Chi siamo quando tutto fuori e dentro di noi perde consistenza? A chi affidiamo le nostre paure e le nostre speranze? La scrittura di Donaera è poesia.