La lingua perduta delle gru.
«Siamo tutti potenziali fossili che recano ancora nel corpo le asperità delle esistenze precedenti, i segni di un mondo in cui le creature viventi scorrono da un'era all'altra senza molta più consistenza delle nuvole.» - Loren Eisley, The immense Journey, "The Slit"
Per cercare di capire cosa possa spingere qualcuno in una gelida notte di febbraio a mettersi al volante del proprio furgone e lanciarlo a velocità folle lungo la North Line nei pressi di Kearney, Nebraska, consiglio di aprire Google Maps, e poi Street View, e guardare la North Line, prima, Kearney, poi, e infine iniziare a spostarsi lungo quelle strade che si susseguono geometricamente e ortogonalmente nei centri abitati, che di centro hanno veramente poco, per perdersi nel nulla che da Kearney, lungo la North Line, attraversa il Nebraska, fino a fuggirne per centinaia di miglia che, sempre uguali a se stesse, sembrano non portare mai da nessuna parte, in quelle settimane di aria sottozero incrostata di neve, i venti che si riversavano dal Dakota senza niente a rallentarli per centinaia di chilometri.
Eppure c'è chi torna in questi luoghi, a dispetto dei tanti che se ne allontanano sperando che sia per sempre; sono le centinaia di gru che ogni anno, e da migliaia di anni fedeli al loro passato, ripercorrono miracolosamente sempre lo stesso itinerario, rispettando un istinto primordiale, che si tramandano sin dalla nascita, che le obbliga a ripercorrere sempre quella stessa strada segnata solo nella loro mente, per arrivare fino a lambire Kearney, una intera città che vive in una continua amnesia retroattiva, a incendiare i cieli che si aprono infiniti sopra il fiume Platte e alle sue acque sempre più povere, per popolare quelle terre, strappate con un trattato truffa oltre cento anni prima ai nativi, ora prese di mira dalla speculazione edilizia locale.
È qui, in questo scenario, che si svolge la storia di Mark, giovane operaio in una fabbrica, vittima di un misterioso incidente automobilistico lungo la North Line, e di sua sorella Karin, che la ripercorre da Sioux City per tornare in suo aiuto.
La storia di una malattia, la sindrome di Capgras, che colpisce Mark dopo l'incidente, che impedisce a chi ne viene colpito, di riconoscere le persone più care, fino a sospettare che le stesse, che riesce a riconoscere fisicamente ma non emotivamente, siano state sostituite da impostori, o da robot programmati da chissà chi, o da alieni che si muovono nella sua vita come in un videogames che ha lo scopo di distruggerlo.
È la storia di Mark, che si perde, e dei circuiti impazziti del suo cervello, ove tutto, all'improvviso, diventa caos, ed è la storia di Karin, che ha provato a mettere ordine nella sua vita, allontanandosi da Kearney, e che invece, risucchiata dal caos della mente del fratello è costretta a tornare per ricominciare ad affondare lentamente nel proprio.
Ma è anche la storia di Weber, il neuroscienziato scrittore di fama nazionale che torna nel Midwest dopo esserne fuggito tanto tempo prima, che chiamato a cercare di ricollegare le sinapsi bruciate della mente di Mark, scopre lentamente nuovi circuiti mentali, che affollano la propria, capaci di mandarlo in corto circuito.
È la storia di un ordine geometrico, quello delle strade e di un luogo in cui nulla sembra essere stato costruito in maniera casuale, che si oppone al mistero e alla confusione che sembrano regolare la mente umana, dell'alienazione di vite vissute in case tutte uguali che si scontrano con quelle delle centinaia di uccelli che sembrano tornare dalla preistoria e che scelgono di tornare proprio lì, in quel luogo, per rivendicarne la proprietà e il diritto di appartenenza.
È un romanzo in cui tutto quello che sembra ordinato, geometrico, rigoroso, perpendicolare, è invece confuso e aggrovigliato, mentre quello che sembra essere apparentemente regolato dalla casualità e avvolto dal mistero, il ritorno delle gru, il cervello umano, i sentimenti che uniscono e allontano gli attori di questa storia, è regolato dagli equilibri della natura che, come un perfetto meccanismo a orologeria del quale si fatica inizialmente a sentire il ticchettio, sincronizza all'unisono verità e bugie, in una sincronia invisibile e incomprensibile a protagonisti e lettori, l'eco di una lingua capace di parlare e di accordare le menti e i cuori.
Un romanzo ambizioso, questo di Richard Powers, forse ancor più ambizioso del precedente, "Il tempo di una canzone", ma che non è stato in grado di rapirmi ed emozionarmi allo stesso modo, con una scrittura e una storia che alternano momenti di rara bellezza a momenti in cui la storia sembra perdere il ritmo, smarrirsi anch'essa fra i meandri della mente umana, o fra il reticolo delle strade di Kearney, in cui il romanzo, da psiconeurologico drammatico e intimista, cambia natura per diventare quasi un giallo, prima, un'inchiesta e una denuncia ambientalista, poi, per tornare, infine, al suo centro.
Ma qual era, poi, il centro? Ecco, io mi sono un po' persa, e insieme a me, nonostante tanta bellezza, è caduta una stella.
Il destino, dici? Cinque centimetri più a sinistra e la tua vita è quella di un altro.
«Conosci quel verso di Whitman?» le domandò. «"Quando hai esaurito tutto quanto ti offrono gli affari, la politica, la convivialità e via dicendo - quando scopri che niente di tutto questo soddisfa davvero o resiste a lungo - che cosa rimane? La natura rimane".»