'La Padrina' è un romanzo che si snoda sul filo della ricerca del cambiamento. Protagoniste sono due donne, bisnonna (Padrina) e nipote. L’una simbolo autorevole di una mentalità e una cultura i cui dettami trasmette tramite un indiscusso potere ’ndranghetistico, l’altra incarnazione di un’inquietudine data da una profonda vocazione all’autonomia di pensiero e al bisogno di affermarlo attraverso scelte di vita proprie e non indotte. Il percorso della ragazza sarà fortemente accidentato, e i suoi esiti saranno resi a volte tragici dall’impatto drammatico contro i sentimenti. Lo sfondo di tutto è un mondo apparentemente appiattito su una cultura ’ndranghetista, arcaica e intrisa di fatalismo, in realtà attraversato e scosso da dubbi e ricerca di sé. Un romanzo che getta uno sguardo diverso sulla mentalità meridionale e la cultura che la sottende, uno sguardo che scava nelle profondità dell’essere, lì dove risiede l’Uomo coi suoi dubbi irrisolti e i suoi aneliti.
Due sono i punti di partenza e d'arrivo di questa storia: i sentimenti e la ricerca della propria individualità. È una storia generale di una parte di meridione di come ne ho sentite molte volte nella mia vita, la capacità di Comandè è tale da renderne tangibile ed onesta la descrizione. Ho apprezzato in alcuni punti lo stile descrittivo capace di evocare sensazioni nostalgiche, mentre in altri momenti l'ho trovato ridondante ed eccessivamente ricercato. Inoltre io non amo proprio per niente in un romanzo i "Noooooo!!!!!" o i "Coooooosa???!!!" perché mi urtano il sistema nervoso e mi viene naturale domandarmi se stia per caso leggendo un messaggio sul telefono, o cosa. In questa storia succede ogni tanto, ma non rovina irrimediabilmente l'atmosfera che l'autrice è capace di costruire.