Per più di cinquant’anni Elias Canetti ha tenuto dei quaderni di «appunti», massiccio in larga misura ancora invisibile, che un giorno forse verrà riconosciuto come una delle opere più sorprendenti del nostro tempo. Osservazioni su un’immensa varietà di temi, aforismi, immagini balenanti, schegge di ipotesi, romanzi in due righe, riflessioni su scrittori amati o avversati, infine frammenti di un dialogo serrato con se stesso, che permettono di intravedere le linee di un autoritratto sempre in formazione. Qui più che mai Canetti è incisivo, aspro, tagliente, spinto da una sorta di furia dell’essenziale. E il tempo, che induce molti ad arrotondare le punte, sembra per lui, in queste pagine, aver agito in senso opposto: ogni elemento subisce una accentuazione definitiva, e trasmette al lettore una scossa ravvivante.
Awarded the 1981 Nobel Prize in Literature "for writings marked by a broad outlook, a wealth of ideas and artistic power."
He studied in Vienna. Before World War II he moved with his wife Veza to England and stayed there for long time. Since late 1960s he lived in London and Zurich. In late 1980s he started to live in Zurich permanently. He died in 1994 in Zurich.
Author of Auto-da-Fé, Party in the Blitz, Crowds and Power, and The Voices of Marrakesh: A Record of a Visit
Qui riuniti in un unico volume di circa 800 pagine i cinque libri che Canetti estrasse dai suoi quaderni d’appunti. I quaderni d’appunti di Elias Canetti; se penso a un unico grande libro penso a questo e potrei chiuderla qui, ma non la chiudo 🙂
Tutte le osservazioni su scrittori, pensatori, poeti che lo hanno incuriosito dai tempi dell’epopea di Gilgamesh fino a Kafka, con Canetti si conoscono miriadi di nomi, lampi alla maniera cinese in cui si tratteggia una possibilità, alle volte assurda ma spesso sorprendente, miniracconti, ricordi, aneddoti, frasi in prima persona rivolte a se stesso, frasi in terza persona rivolte a un ipotetico passante, frasi rivolte non si sa bene mai a chi. “Ne dice tante di parole, le dimentica, gli altri non le dimenticano”. Qui con chi parla Canetti? con la stessa forma dell’appunto, gli appunti sono pensieri che ci si rompono in bocca, “chi li scrive non ha avuto il tempo di domandarsi quale sarebbe stato il loro uso migliore”, sono esenti da calcolo, il lettore può evidenziarli e rileggerli anni dopo e trovarsi a cancellarne certuni che non condivide più e a evidenziarne altri, non sono imperituri, sono una spina vitale, fanno capire quanto ognuno sia in contraddizione con se stesso e in perverso malinteso col prossimo.
I suoi blitz di ipotesi, di immagini:
“Uno che non era ancora mai stato solo si imbatte in uno che è sempre stato solo.”
“Un Paese nel quale per un certo periodo ogni donna presta servizio come cameriera e ogni uomo come cane.”
“Una religione che proibisce le preghiere.”
E poi la sua fissazione fin dai tempi delle sue prime commedie teatrali, di dover combattere la morte, di non concepirla, quasi una religione personale; Canetti sa che si muore ma sa anche che se non si odia la morte si vive in modo sbadato, perfino pericoloso, falsamente lieto.
«A me sembra che senza una nuova impostazione nei confronti della morte non ci sia niente di veritiero riguardo alla vita. L’esserci vuol essere ovunque, altrimenti non è l’esserci. Io non ammetto la morte, non ammetto una sola morte. Il fatto che muoiano anche le zanzare e le pulci non fa sì che la morte mi appaia più inconcepibile dell’atroce storia del peccato originale. Non fa differenza se qualcosa di noi è destinato a rimanere da qualche parte oppure no. Noi, qui, non viviamo abbastanza. Qui non abbiamo il tempo di farci valere. E poiché ammettiamo la morte va a finire che la utilizziamo. Perché mai non dovrebbero esserci gli assassini se morire all’uomo sembra adeguato, e non se ne vergogna, e ha incorporato la morte nelle sue istituzioni come se essa fosse il loro migliore, più sicuro e ragionevole fondamento?»