Il ristorante va a rotoli, e lui non vorrebbe certo farlo andare meglio. Non ne può delle recensioni crudeli su Google, del mal di piedi, di essere libero solo di martedì. Comincia a essere stufo anche dell’Ave, la moglie paleontologa che sa sempre tutto, e quando parla sembra un fiume in piena. A lui basterebbe riuscire a scrivere una canzone, solo una; trovare il ritornello per quella che ha già in testa, che intona nel ristorante di notte, o sull’acqua, tra le gole dei monti, sognando un pubblico che non c’è. E non è per una folla che lui vorrebbe cantare; è destinata ad Agnese, la sua canzone. Se riuscisse a farle venire le carni cappone, potrebbe smettere di vestirsi sempre di nero, potrebbe fare quel che non ha mai fatto, non lo fermerebbe più nessuno.
Siamo a Pesaro: il proprietario del ristorante La luna nel pozzo, nome che inevitabilmente rievoca Il poema dei lunatici cavazzoniano, detesta il suo mestiere; in particolare non sopporta le persone, le richieste talvolta improbabili dei clienti e le pessime recensioni da loro rilasciate su Internet. Anche il suo rapporto con la moglie Ave va deteriorandosi, in primis perché lei, una colta paleontologa, a differenza del marito fermatosi alla terza media, gli ricorda ogni volta il suo fallimento e la sua mancanza di ambizioni. Ma lui invero un obiettivo ce l’ha, e in qualche maniera lo tiene in vita: vuole scrivere una canzone; solo una canzone, come recita il titolo del secondo romanzo di Roberto Livi, dove incontriamo una variegata gamma di tipi umani ruotanti attorno al narratore, il quale progressivamente si allontana dalla consorte e s’innamora di Agnese, amante del Quercia, uno dei più assidui tra i suoi avventori, un uomo gretto, materiale ed egoista. Agnese è al contrario una donna assai sensibile; si mostra interessata alle inclinazioni musicali del nostro atipico ristoratore, che le confessa di essere una sorta di cantautore, quando in verità la composizione del suo brano, trascinatasi per anni, a tal punto da portalo addirittura ad affidarsi a un maestro piuttosto sui generis, è bloccata alla prima strofa, alle prima quattro battute.
Tuttavia, è la canzone incompiuta a far da filo conduttore a una narrazione dalla sorprendente levità, supportata dalla prosa colloquiale e immediata dell’autore, messa del tutto al servizio della trama e che trova il suo punto di forza nella poetica della semplicità, in un sottile e mai grossolano umorismo dolce-amaro, presente tanto nelle zone più digressive quanto nei dialoghi.
Non siamo dinanzi a nulla di rivoluzionario, ovvio; e d’altronde non è neppure lo scopo di un simile testo, il quale è semmai quello di raccontare qualcosa di affascinante seppur nella sua apparente normalità. Solo una canzone permette infatti di respirare un’aria intima e familiare: l’incedere lento e al tempo stesso incalzante della storia, ben condotta dal principio fino al riuscito epilogo, porta il lettore ad abbracciare in toto i pensieri, le malinconie e i rimpianti di un musicista mancato, di un perdente, a suo modo un emarginato dell’esistenza; ed è forse per questo che risulta così naturale volergli bene, a lui come al suo piccolo sogno, il medesimo tenuto celato da ognuno di noi in un appartato anfratto del cuore; un cuore scaldato da un romanzo accostabile alla scuola emiliano-romagnola – sebbene lo scrittore sia pesarese –, in particolare ad alcuni lavori di Cristiano Cavina, non a caso uno dei nomi di punta di Marcos y Marcos, editore da un lato capace di riportare alla luce innumerevoli gioielli della letteratura straniera e dall’altro fattosi col tempo promotore di brillanti voci coeve del nostro paese, al cui interno Roberto Livi entra a pieno diritto.
Se questo libro fosse una canzone sarebbe sicuramente una canzone malinconica, densa di ripetuti gesti abitudinari e insoddisfacenti intervallati da piccoli inserti sorprendenti; sarebbe un accordo che non risolve, dove la brillantezza della scrittura illumina la storia decadente di un uomo che vive in un’ombra trafitta da qualche barlume di speranza, proprietario di un ristorante che non funziona e imprigionato in una relazione che sembra l’unica via possibile. L’obiettivo è scrivere una canzone, ne basterebbe solo una per lui, così minuzioso nella successione degli accordi e nella loro costruzione con le settime e le none, accordi semplici arricchiti la cui matematica riesce a soddisfarlo, ma così povero di parole da esprimere per un’esistenza così comunque piena di sensazioni, vita, ricordi e fiducia ritrovata.
“Solo una canzone” di Roberto Livi è uno di quei libri che richiede un pizzico di attenzione in più. Perché la narrazione procede fluida e vivace, a tratti particolarmente divertente come nel caso del capitolo 14, “Il maestro”, ma nasconde delle insidie, delle sottigliezze, delle sfumature che potrebbero non essere colte, in uno sfogliare disattento.
Subito dietro la “leggerezza” della scrittura di Roberto Livi, aggettivo usato non per sminuirne l’effetto sul lettore, ma per rendere più chiaro il tono che viene usato lungo alcune descrizioni – che spesso diventano ironiche e sono accompagnate da un nonsense che però rende chiaro ogni cosa – c’è uno stato di malassere che accompagna il nostro protagonista.
“Devo smettere di pensarci”, ripete manco fosse il ritornello della canzone che sogna di scrivere, a volte “la tristezza” gli si attacca nella pancia, non riesce a respirare, gli mancano le forze e a me è sembrato di rivivere quegli attacchi di panico che continuano a cogliermi impreparata.
Una “tristezza” che arriva anche quando sei contento, e proprio non te la spieghi.
Una “tristezza” che diventa anticipazione, segno, che si fa portatrice di tanti significati.
Ma c’è la possibilità di uscire fuori da un circolo vizioso in cui si è finiti, volenti o nolenti? Siamo sicuri che sia del tutto colpa nostra, dell’inedia, della mancanza di motivazione, o sono gli incontri a essere la vera scintilla della nostra vita?
Il nostro protagonista eredita il ristorante dai suoi genitori, ma riesce a servire solo piatti surgelati. Le recensioni, manco a dirlo, sono pessime. Il suo matrimonio con Ave è deleterio, oltre che privo di qualsiasi forma di passione, cura, attenzione, desiderio.
E la musica? Perché questo spasmodico desiderio di scrivere una canzone? Anche “Solo una canzone“?
Per portare a termine qualcosa? Per sentirsi dire “bravo”? Per raggiungere quei brividi che solo una perfetta melodia riesce a donare? O per far colpo su una persona che ha percorso dieci chimoletri in più sotto il diluvio solo per venire al tuo ristorante?
Forse perché, se riuscisse a scrivere anche “Solo una canzone“, poi non lo fermerebbe più nessuno.
Poi.
Strano come una parola così piccola, di sole tre lettere, possa essere così importante, eppure, così sottovalutata.
Roberto Livi con “Solo una canzone” ci offre una storia amara, il cui tono aspro viene mitigato da uno stile brillante, che diventa spunto di riflessione ampio e totalizzante. Un libro da non sottovalutare, un protagonista a cui accostarsi con discrezione, e da non colpevolizzare senza prima provare a mettersi nei suoi panni.
Da non giudicare, come siamo fin troppo propensi a fare.