Fedeltà e tradimento comprende due magistrali racconti accomunati dallo stesso tema e percorsi dalla medesima il conflitto tra sacro e profano, tra tradizione e modernità, tra visione religiosa e visione laica del mondo. Nel Giuramento la devozione di rabbi Avraham Abba Zelikman e la rettitudine di Bat Sheva – figura femminile indimenticabile – si scontrano con la voglia di ribellione di Gavriel e Asne Rapoport, due giovani irrequieti che il padre avrebbe voluto, in punto di morte, legare saldamente all’ebraismo più ortodosso.In La mia contesa con Hersh Rasseyner , la stessa intensità lacerante torna, più intima e profonda, ad animare l’incontro tra un intellettuale ebreo, conquistato dalla cultura europea e divenuto scrittore di «testi da miscredente in rima», e l’amico-nemico di una vita, reb Hersh, pio e intransigente studioso di Torà. Proprio in questo contrasto tra due diversi tipi di conoscenza, tra due diversi modi di vivere l’ebraismo, sta tutta la ricchezza e la dinamicità dei racconti di Grade. Che sia in uno shtetl lituano, dove è ambientato Il giuramento , o nella cosmopolita Parigi del dopoguerra, come nel secondo racconto, le domande sembrano essere sempre le bisogna essere rispettosi custodi della Legge, del sapere che giunge a noi dal passato, o possiamo permetterci il lusso di trasgredire e riscrivere così il nostro destino? E, alla fine, quale decisione avrà il prezzo più alto? La fedeltà o il tradimento?
“La mia contesa con Hersh Rasseyner è uno dei più importanti racconti della letteratura yiddish”.
RUTH R. WISSE
“Tra i più grandi, se non il più grande romanziere yiddish”.
Bello il primo, ma il secondo lo supera. Bravissimo Chaim Grade nel colloquio tra l’ebreo anziano e il giovane- del quale, ovviamente, condivido le idee - talmente bello che non riuscivo a smettere di leggere, e non aggiungo altro per non fare spoiler. Prenderò e leggerò assolutamente La moglie del rabbino ,
Due bei racconti. Tutti e due, ma il secondo in particolare, esemplari, sulla disputa tra illuminismo e scienza da una parte e cultura della verità rivelata dall’altra, in quel laboratorio di pensiero che fu la comunità ebraica nell’oriente europeo. Chaim Grade dimostra come si tratti di temi tutt’altro che superati.
Il Novecento ha minato la fiducia nella cultura della ragione, nella profondità come direzione della conoscenza, nei grandi sistemi filosofici, figli della età della ragione. I nazisti che leggevano i grandi filosofi tedeschi, che suonavano Bach e guardavano estasiati opere d’arte un attimo dopo aver ammassato i bambini a colpi di stivali chiodati nei carri merci diretti verso i lager, hanno messo in discussione la convinzione che la cultura, la ragione e la bellezza salveranno il mondo. E per capire quanto questo abbia per esempio influito sui presupposti culturali che stanno dietro alla rivoluzione informatica e al web, basta leggere anche “solo” il Game di Baricco.
Il confronto tra l’ebreo laicizzato, rasato e senza cappello, con l’ebreo che studia solo i libri sacri, con la barba bipartita, il copricapo nero a larghe tese e la capigliatura con la rasatura degli angoli e i cernecchi è modernissima e appassionante. E poi l’elaborazione secondo l’ortodossia ebraica della shoah è resa con un un rigore e con un furore che commuovono. Tanto più irriducibili in quanto impotenti e percorsi da sensi di colpa, gelosi solo del valore che hanno di pura, intransigente testimonianza e, nonostante tutto, di fiducia nel Dio vivente più lontano, crudele e imperscrutabile concepito da mente umana.
Il messaggio di ricomposizione, tolleranza e integrazione che da queste due visioni apparentemente così irriducibilmente contrapposte Grade tira fuori e ci passa è una lezione ancora validissima. Dopo “La moglie del rabbino” Chaim Grade si conferma essere una grande riscoperta.
Libro in cui Chaim Grade affronta con grande profondità l’incontro/scontro tra la visione più tradizionale dell’ebraismo e quella invece più riformista del c.d. illuminismo ebraico nella cultura yiddish dell’Europa Orientale.
Seppur accumunati da un filo comune, diversissimi sono i due racconti che compongono il libro, sia per l’inquadramento storico ( in un tempo indefinito ma a ridosso della prima guerra mondiale il primo e subito dopo la seconda, con tutto l’orrore dell’olocausto, il secondo), così come i personaggi e i sentimenti che suscitano.
Nel primo “il rabbino vedovo”, che vive-mangia e respira la Torah è una figura essenzialmente positiva, che raccoglie l’eredità e le volontà di un uomo in punto di morte, uno degli ebrei che invece avevano deciso di integrarsi con la società laica di Vilnius.
Nel secondo invece lo scontro si fa più acceso, con un esponente del movimento tradizionalista che apertamente affronta uno scrittore ( lo stesso Chaim? Una sua rappresentazione) accusandolo di essere più affezionato alla sua scrittura che alla sacra scrittura, ripresa da cui poi nasce un dialogo a due voci- più i tentativi di “insulto” di un giovane studente di yeshiva, sopravvissuto ai lager dove ha toccato con mano l’odio e la crudeltà degli uomini e che ora carico di quell’odio lo rivolge verso chi è colpevole di tradimento della propria religione- sull’umanità, l’immobilità della visione teocratica e quella continuamente superata da sé stessa della scienza, in una Parigi centro allo stesso tempo della guerra e della culla dell’illuminismo.
Un libro scritto nel secolo scorso ma che travalica il tempo e le religioni, ponendo una serie di riflessioni sugli uomini e sull’empatia e la reazione al dolore.