Con sguardo lucido e trattenuta emozione, Filippo Polenchi scrive un ambizioso romanzo d'esordio sui desideri e le disillusioni della vita di provincia.
Anapola è una provincia italiana come tante, aggrappata alla famiglia Lavatori e alla loro azienda agricola che impiega quasi tutti i suoi abitanti. Senza i Lavatori Anapola sarebbe una città fantasma, da attraversare veloci in auto. Ma proprio nel giorno del suo undicesimo compleanno il giovane Elio Lavatori, figlio prediletto, speranza delle generazioni future, muore travolto da un furgone frigorifero. Il vuoto lasciato dalla scomparsa di Elio, nella sua famiglia e nell'intera comunità che ha sempre confidato nell'erede, è enorme. E nel romanzo s'intreccia con un altro vuoto: quello di Giona, trentenne ritornato al paese dopo aver abbandonato i sogni gloriosi di diventare regista a Roma. Nel ritmo lento e disfatto di Anapola, Giona, sconfitto ma non vinto, dà una mano al motel dei genitori e oscilla continuamente tra lampi di possibilità - fare un film su Elio - e momenti di ansioso sconforto. L'amore lo sfiora ripetutamente, ma Giona neppure sull'amore ha ormai certezze. Le passioni regalano brevi istanti di gioia, l'esistenza scorre in locali notturni, mentre le ambizioni svaniscono sulla strada del ritorno a casa. E nell'alba nebbiosa Giona cerca sé stesso e il suo paese.
E’ dall’incipit stesso che Polenchi ci precipita nell’atmosfera cupa e senza speranza di una cittadina di provincia in via di disfacimento. Elio Lavatori, unico rampollo della famiglia Lavatori che con l’azienda di famiglia voleva salvare Anapola dallo spopolamento, muore nella prima riga del romanzo, il giorno del suo compleanno, investito da un icevan. E Giona, l’altra utopia mancata di Anapola, Giona che ha studiato al centro Sperimentale di Cinematografia a Roma ma non farà mai il suo film, passa le sue giornate tra la stanza del motel gestito dai genitori, il bar Migliore, la discoteca, il ristorante Stella. Su tutto aleggia l’inverno che ghiaccia le strade e i cuori dei personaggi, incapaci di slanci verso il futuro. Libro profondo e convincente, seppur di un pessimismo senza speranza. Mi ha ricordato Satantango di Krasznakorkai solo che qui il “salvatore” non è atteso, è già arrivato e il destino lo ha già fatto fallire. Alla fine il lettore si chiede: ma chi è tra Elio e Giona, il figlio fortunato che non ha mantenuto la promessa? Quello ucciso dall’icevan o quello ucciso dal vuoto della vita in provincia?