Negli ultimi anni la discussione sulla lingua e sull'uso di asterisco e schwa si è conquistata un posto di primo piano nel dibattito collettivo. E facile storcere il naso di fronte a un asterisco o una schwa e dire che «i problemi sono ben altri» e ci sarà un motivo se «si è sempre detto così». Questa è una visione della lingua come qualcosa di chiuso, definito, immutabile, in cui il maschile è sempre universale, il femminile subalterno, e chiunque esca dai confini di questo binarismo non può mai essere presente nei discorsi e nelle narrazioni. Ma non è così: la lingua è uno strumento che cresce e si modifica in base alle necessità della comunità che la utilizza. La realtà crea la lingua, ma è anche la lingua a creare la realtà. E la lingua è anche uno spazio in cui ogni persona deve poter stare. Nello spazio linguistico che abitiamo e nel quale ci muoviamo a chi è riconosciuto il diritto alla cittadinanza linguistica? Quali soggettività possono autodeterminarsi e quali invece sono discriminate e marginalizzate, oggetto di racconto altrui, ostacolate nel prendere parola in modo autentico? In questo libro Manuela Manera riflette sull'importanza di utilizzare la lingua per far sì che ogni persona possa sentirsi inclusa nei discorsi e nelle narrazioni e su quali sono le strategie possibili per rappresentare tutte le soggettività attraverso la lingua.
Non ho scoperto nulla di nuovo. Lo farei però leggere a chi, dall'alto del proprio privilegio, continua a dire che lo schwa (Ə) causerà la morte della lingua italiana.
Credo che questo saggio sia un ottimo primo approccio a una lingua “inclusiva” (o, come suggerisce l’autrice, a una lingua “estesa”). In particolare, l’ho apprezzato per il modo chiaro e semplice in cui l’autrice espone due concetti: 1. Non è la lingua italiana ad essere sessista, ma l’uso che ne fanno le persone. 2. Perché è importante scardinare l’uso del maschile sovraesteso. Da linguista e persona che si interessa alla tematica sapevo molte delle cose spiegate nel saggio, eppure nonostante ciò ho trovato diversi nuovi spunti di riflessione. Consiglio questo libro a tutte le persone che si chiedono che senso ha usare lo schwa sound o l’asterisco e vogliono capire meglio questa scelta linguistica. Vorrei inoltre regalarlo a tutt* quell* che mi dicono: “Ma perché ti applichi sulla lingua? Ci sono battaglie più importanti!”. Le parole non sono mai solo parole. Mai. Lo spazio linguistico è uno spazio che abitiamo tutt* e ognun* contribuisce a costruirlo, così come ognun* ha il diritto di vivere bene al suo interno.
Forse ho già studiato e letto troppo per apprezzarlo come si deve. Agile, rapido, dice cose importanti e dà idee interessanti, ma in 55 pagine non si poteva fare di più. Consigliato a chi vuole capirci qualcosa tra *, ə e x.
La lingua che cambia di Manuela Manera: ottimo testo per comprendere le dinamiche linguistiche sociali. Chiarisce bene il carattere discriminante del maschile sovraesteso, l’impatto sociale del sessismo discorsivo. Tuttavia non è un testo accademico e presenta una connotazione politica evidente, cosa chiaramente nelle intenzioni dell’autrice che lo specifica a fine volume. Tuttavia mi ha sollevato riflessioni che già altri testi simili mi avevano sollevato e che nessuno affronta in maniera critica:
- Idealizzazione del concetto di minoranza o marginalizzazione con accezione vittimistica e positivistica; - Uso della parola ‘naturale’ per esprimere l’aderenza a una norma o uno sviluppo spontaneo di un’abitudine. Perpetra l’idea che sia naturale solo ciò che è spontaneo e che l’artificialità sia qualcosa di avulso dalla natura; perpetra l’idea che ciò che è di pertinenza dell’uomo sia separato dal mondo naturale, retaggio cattolico che mette l’umanità prediletta da dio al di sopra di tutto il resto. In nome di questa idea accessoria di natura sono state perpetrate persecuzioni, discriminazioni. A mio avviso sarebbe più sensato usare il termine naturale solo in contrapposizione con ciò che è innaturale e che quindi non può esistere (es. gli unicorni); - La demonizzazione del privilegio. Posto che il privilegio, essendo parte della rosa di comportamenti sociali sviluppati dalla società umana per strutturare le proprie dinamiche di potere, è un fenomeno naturale, secondo che criterio lo si distingue dal concetto di fortuna, se chi gode di un privilegio non è in grado di riconoscerlo e quindi di rifiutarlo? E come si chiama quel privilegio che se rifiutato comporterebbe un sacrificio o un abbassamento della qualità di vita al di sotto di quello medio? Ad esempio: l’autrice è privilegiata perché avendo ottenuto un contratto di pubblicazione può far arrivare le sue idee a più persone di quelle a cui magari può arrivare chi invece ha comunque ottime competenze ma non propone un contenuto editorialmente vendibile o allettante. In che modo la rinuncia dell’autrice al suo privilegio di essere ascoltata porterebbe vantaggio a chiunque altro? saper scrivere può essere visto come un privilegio, secondo quest’ottica. Avere una casa o riuscire a pagare l’affitto può essere un privilegio. Dov’è la linea di demarcazione tra privilegio, fortuna e mancato diritto? Personalmente ritengo privilegio qualcosa che si può accettare e rifiutare senza per questo scendere al di sotto dello standard di vita medio della propria società di appartenenza. Es. Privilegio è quando un aereo di linea ritarda per aspettare un vip ritardatario (true story). Il vip potrebbe non chiedere all’aereo di aspettarlo e non subirebbe danno. L’esercizio del suo privilegio danneggia gli altri passeggeri; - Fortuna è nascere in una famiglia benestante in una nazione benestante. Fortuna è avere genitori disposti a pagarti gli studi. Fortuna è essere in salute. Si potrebbe mai accusare qualcuno di essere privilegiato per non essere malato? Come si potrebbe chiedere a questa persona di rinunciare alla sua salute? Il suo essere in salute danneggia qualcuno? - Accusa a chi non è attivista di “restare a guardare”. A fine volume l’autrice mette in chiaro che pensa che chi non è politicamente militante non fa niente. Questo binarismo di idee esclude tutte le sfumature legittime di posizionamento e attività politica che un individuo è libero di assumere, a seconda del proprio contesto sociale. La politica, come la religione, ha bisogno di essere acritica in modo direttamente proporzionale alla portata dell’obiettivo da raggiungere. La lotta politica chiede di allontanare qualunque elemento che intralci il raggiungimento dell’obiettivo, anche gli alleati critici; - Essere politici è sacrosanto e nella nostra società l’attivismo politico andrebbe incoraggiato (tenendo a mente che questo include l’attivismo contrario alle nostre idee, ma questa è la base della democrazia). Tuttavia non si può chiedere a un individuo di anteporre una battaglia politica ai propri problemi quotidiani, per esempio economici, medici, sociali. Non si può chiedere a un individuo di annullarsi in nome della lotta politica, altrimenti, una volta raggiunto l’obiettivo, resterebbe il vuoto. O meglio, si negherebbe che l’obiettivo è stato raggiunto e si finirebbe nel limbo delle opposizioni che pur di non ammettere di aver esaurito il proprio scopo si rinnoverebbero in modo da darsi un nuovo obiettivo tradendo la fede di cui sono state vessilli ortodossi. Anche l’attivismo è parte della ricerca dell’identità di un individuo, non tutti ne hanno bisogno e sarebbe ipocrita asserire che un attivista agisce puramente nell’interesse comune e non soprattutto nel proprio. I martiri sono molto più rari di così.
In questo breve saggio Manuela Manera riflette sull'importanza di utilizzare la lingua per far sì che ogni persona possa sentirsi inclusa e su quanto la lingua possa essere costruita (e ri-costruita) da chi la parla. Data la brevità del testo, il discorso non può essere esaustivo ma fornisce molti spunti di riflessioni soprattutto relativi all’uso del maschile sovraesteso e la difficoltà, ad esempio, di declinare alcune professioni al femminile, senza che queste perdano di prestigio (si parla ad esempio della differenza di percezione di significato tra "segretario" e "segretaria"). Infatti, spesso, nelle parole e nel loro dico si nascondono (anche in modo molto sottile) atti di discriminazione. Questo testo ci insegna però quanto intraprendere una riflessione su questi aspetti possa costituire già un passo avanti per un uso consapevole di uno strumento forte come la lingua.
"L’assioma per cui in una legge la parola "uomo" include la donna è vero solo quando c'è del denaro da pagare o un reato da espiare. Quando si tratta invece di un privilegio, la parola "uomo" viene ad assumere il significato più limitato di persona di sesso maschile."
Il libro fa parte di una collana (cito dal sito web della casa editrice) di "saggi brevi – adatti anche a chi non è “addetto ai lavori” o non ha una formazione pregressa sul tema".
Trovo che risponda perfettamente a questo obiettivo. Per quanto mi riguarda - anche se si tratta di temi su cui ho già letto e ascoltato molto - è un ottimo testo, in grado di trasmettere quanto è importante usare la lingua in modo consapevole e in modo che corrisponda al nostro modo di intendere il mondo. Spiega anche perché "il linguistico è politico" in modo semplice e chiaro. Chiarisce in modo altrettanto semplice perché non reggono le argomentazioni di tutte le persone che non vorrebbero che il femminile entrasse a far parte della comunicazione di ogni giorno su diversi tipi di testo.
Il suo carattere più divulgativo permette di arrivare a più soggetti e anche per questo trovo che sia importante leggerlo e consigliarlo.
Libro di una banalità disarmante. È, inoltre, scarno di concetti, e le poche nozioni espresse sembrano prese da una qualsiasi pagina social femminista (in stile Freeda, con la ripetizione a pappagallo di termini come "hate speech" e "double standards"). Per chi, come me, era già a conoscenza del linguaggio inclusivo ed era alla ricerca di un libro informativo (o anche solamente di una nuova opinione) non fa che perdere 20 minuti di lettura di qualcosa già visto.
Diretto, rapido e pratico. Ho apprezzato molto la neutralità con cui viene affrontato l’argomento, fondando le considerazioni finali su premesse linguistiche ed analitiche tratte da documenti accurati, neutrali ed ufficiali. Lo consiglio per avere una visione più chiara dei cambiamenti necessari al nostro linguaggio affinché sia più inclusivo.
L'uso che facciamo della lingua è una scelta politica. Questo piccolo pamphlet/manifesto aiuta a capire come utilizzarla perché ci rappresenti e rappresenti tutte le identità. Interessante e spinge a pensare
Interessante come primo approccio al linguaggio inclusivo. L'autrice spiega in modo semplice e con esempi che ho trovato molto pertinenti alcune questioni base per iniziare ad orientarsi in questa questione molto attuale. Il linguistico è politico.
YAS first book of thesis deep dive! short and to the point ma non ho imparato troppo che non sapevo già. it also seems more geared towards italian audience, but generally interesting!