Correva l'anno 1998 ed un secchionesco, feroce lettore stava affrontando il corso universitario di geologia applicata all' Ingegneria, dal quale era stato affascinato. Lo chiamavano Gauss, dicevano che fosse un genio matematico...anche se la tragica vicenda della quale stiamo parlando di matematico aveva davvero molto poco. Vicenda che peraltro conosciamo tutti, il massacrio della popolazione di Longarone, travolta dalle acque del neocostruito bacino idroelettrico del Vajont, su cui era crollato il massiccio sovrastante del monte Toc.
E' una storia tutta italiana, e che per questo resta tristemente attuale come elemento di riflessione sull'oggi e su come le grandi opere sono gestite anche nel terzo millennio. Un miscuglio di inevitabili eventi di portata storica, corruzione, becero classismo, ma anche inesperienza scientifica, sovrapposizione di priorità politiche su quelle tecniche e mille altri fattori. La complessità è tale che è praticamente impossibile abbracciare la vicenda da tutti i punti di vista, e chi volesse essere anche solo in minima parte consapevole su come certi problemi vadano affrontati, dovrebbe conoscere assai più che il (bellissimo) spettacolo di marco Paolini, che ricalca proprio questo libro di Tina Merlin.
Siamo nel 1982, e la vicenda processuale legata al Vajont si era appena conclusa, con condanne ppoco più che simboliche per i principali responsabili, con l'amarezza delle popolazioni che si sono viste prima prese in giro da tanta clemenza poi abbandonate a se stesse dopo decenni di inutili promesse. L' attivista comunista e giornalista dell' Unità Tina Merlin, che degli anni della costruzione della diga aveva fatto una cronaca spietata e censoria affrontando con coraggio le minacce e gli affronti delle istituzioni e della SADE, sente il bisogno di tirare le somme. E lo fa riassumendo gli eventi, le corruzioni, i silenzi, le ipocrisie, le criminali priorità da una parte di un'azienda come la SADE che è disposta a rischiare la vita di migliaia di innocenti pur di passare la patata di un impianto marcio allo stato, dall'altra dello stato stesso che affamato di energia e di progresso non vuole lasciare un'arma politica spaventosa in mano alla sinistra, proprio nel cuore del triveneto.
E' sufficiente? Niente affatto, e lo si capisce proprio dalla conclusione, nella quale la giornalista di Trichiana non lamenta la mancanza di giustizia, o comunque non del tutto. Lamenta che non sia stata fatta la rivoluzione: e questo è un segno dei tempi, nei quali tutto era politico e tutto si ammantava di politica. Anche una tragedia frutto di incompetenza e corruzione viene vista nell'ottica di una strategia politica, non nel suo complesso per cercare di migliorare.
"Sulla pelle viva" è quindi un punto di partenza indispensabile, ma non può essere un punto di arrivo: come ben sapeva il supposto genio matematico di cui sopra quando assistette a una lezione straordinaria sul Vajont di un professore ormai invecchiato, che dei fatti dava una lettura assai più tecnica ed equilibrata. Ed era una lettura assai autorevole devo dire, perchè quel vecchio era nientemeno che Edoardo Semenza, il figlio del progettista della diga, ed il giovane geologo che aveva previsto la tragedia pur sottovalutandone in modo drammatico la portata: ne aveva di cose da dire, quel vecchio, che Paolini e Merlin non hanno detto. Dal punto di vista ingegneristico, Carlo Semenza ha fatto un capolavoro assoluto. La diga del Vajont è un prodigio di ingegneria civile, dall'alto di centinaia di metri gli è letteralmente crollata una montagna sopra ed è rimasta in piedi. Se fosse crollata la diga la stessa città di Pordenone, forse (ma è una mia ipotesi) sarebbe stata travolta.
Dal punto di vista geologico la diga è stata uno spaventoso fallimento. Nel secondo dopoguerra la geologia applicata alle opere civili era ancora ai primordi, anzi si può dire che questa disciplina (rimando a "Geologia applicata all'ingegneria" di Giulio Cesare Carloni) sia nata proprio con la catastrofe del Vajont. Di certo non ha aiutato la nomina forse non casuale di un tremante vecchio come Giorgio dal Piaz per la relazione geologica del sito, proprio quel Dal Piaz che si troverà in condizioni di indigenza tale da chiedere un ruolo di consulenza per arrotondare la pensione proprio alla SADE. Figurarsi.
L'aspetto politico ed economico è forse il più importante di tutti, ed è quello che Tina Merlin meglio descrive. Le connivenze tra governo centrale e grandi imprese private nell'Italia della guerra fredda sono denunciate con foga quasi partigiana dalla giornalista comunista, e non hanno nulla da invidiare ai marciumi della guerra fredda. occorre ricordare che i primi anni sessanta sono gli anni della nascita dell'enel e della nazionalizzazione della produzione di energia elettrica: la SADE aveva una gran fretta di collaudare l'impianto anche a costo di rischiare vite umane perchè altrimenti l'Enel glielo avrebbe comprato a prezzo di impianto non collaudato o peggio non glielo avrebbe comprato affatto. A Biadene e soci non importava niente che l'impianto fosse rischioso, importava passare la patata.
E lo stato? Al netto della corruzione, secondo me bisogna sottolineare un aspetto. Siamo nell' Italia del boom economico, un paese senza risorse che ha una fame di energia terribile per nutrire un paese in crescita economica tumultuosa; tutto questo nel periodo di una guerra fredda che complice la crisi di Cuba era tornata a farsi più minacciosa che mai, ed in cui gli equilibri di potere si stavano spostando verso sinistra in un modo che agli occhi di qualcuno poteva sembrare pericoloso. I governi di centrosinistra sarebbero arrivati di lì a pochi mesi. Anche una istituzione politica onesta (e quella democristiana di quegli anni sembra che non lo fosse) sarebbe stata costretta ad assumersi dei rischi in quelle condizioni. Davvero ci si poteva permettere di rinunciare ad una risorsa elettrica così importante, di rinunciare ad una fonte di consenso di cui c'era disperato bisogno vista la situazione geopolitica, di fronte alle rassicurazioni di tecnici ed esperti e contro le denunce di un pugno di contadini sobillati (sic) da una giornalista al soldo del nemico comunista? Ci sarebbe voluto coraggio politico, e quel coraggio evidentemente non c'era, come dimostra il governo dell'epoca che alle interrogazioni parlamentari neppure rispondeva.
Aggiungo che certi timori non erano del tutto infondati. Nella conclusione di "Sulla pelle viva" Tina Merlin si scandalizza non perchè la giustizia sia stata troppo clemente, ma perchè i visitatori del sito della catastrofe non si infuriano, non si rivoltano. Ai comunisti interessa la rivoluzione, non la diga in sè. Ed anche di quello sarebbe interessante parlare, visto che basta leggere l'autobiografia di Rossana Rossanda per vedere come poi in realtà al PCI di quegli anni interessavano assai più le opinioni dei fatti, occorre dire. Era già un partito di carta, che si allontanava dal paese e dalle classi più povere, lasciando spazio politico ad organizzazioni assai più sinistre (in tutti i sensi).
E la gente? E i contadini? Di tutta questa vicenda sono gli unici innocenti, e occorre rendere merito a Tina Merlin di avere bene raccontato la loro storia. Anche qui resta però un dubbio. Se l'avessero avuta vinta, se il cantiere del Vajont fosse stato fermato, la loro vita contadina si sarebbe salvata? Romanzi come "resto qui", "le otto montagne", "il giro del miele" sembrano testimoniare il contrario. Lo spopolamento delle montagne nell'Italia che si stava industrializzando era un fenomeno irreversibile, del quale la catastrofe del Vajont è stato solo un episodio marginale.
restano da dire due parole su come quella vicenda abbia influenzato l' Italia di oggi, nel bene e nel male. Per gli aspiranti ingegneri (quelli civili ed industriali almeno, le robe strane alla ingegneria gestionale ho paura che siano rimaste lontane dalla realtà) il Vajont è quasi un luogo di culto, ed è difficile non sentire la tentazione di visitare quei posti, dove al prezzo di duemila vittime innocenti è nata la geologia applicata all'ingegneria. E' bene che sia così, e si vede nei fatti. Nei decenni successivi, catastrofi di quella portata a seguito di opere pubbliche mal progettate e mal gestite non si sono ripetute. La grande prudenza tecnica e politica con cui vengono affrontati temi come il ponte sullo stretto, la TAV in Val Susa ma anche la variante di valico par dirne una che è stata fatta, sono lì a testimoniarlo. E' giusto e doveroso che le priorità sulla fattibilità delle grandi opere si spostino syulla sicurezza, non solo personale ma anche del territorio. Il punto è che siccome siamo in Italia, il paese dei tanti notai e pochi ingegneri, questa prudenza è diventata una catena che ha imprigionato il nostro sviluppo. Abbiamo una rete stradale del terzo mondo. Abbiamo strade che aspettano di essere costruite da cinquanta anni, imbrigliate da cavilli ed avvocatucoli sempre nuovi.
Il triste destino di un paese dove il consenso politico l'interesse del singolo vengono sempre prima della competenza e della strategia.
In ogni caso, se lo trovate, leggetelo un qualche saggio tecnico sull'opera del Vajont. Vale la pena capire quanto è successo con un po' meno rabbia ed un po' più di riflessione.