Ritorna Paolo Cognetti e si ritorna in montagna, tra le sue (mie) amate Alpi.
Questa volta il racconto è ambientato a Fontana Fredda e il protagonista è Fausto, un quarantenne che reduce da una separazione con la donna con cui aveva comprato casa, lascia Milano per rifugiarsi tra le montagne e ritrovarsi e reinventarsi.
Nella solitudine della vita montana, Fausto incontrerà Babette, Silvia, Santorso: e con questi rapporti basati sull'autenticità ritroverà la voglia di ricominciare.
“Eppure penso anche che solo chi si abitua vede davvero, perché ha sgomberato il suo sguardo da ogni sentimento. I sentimenti sono occhiali colorati, ingannano la vista. Conosci quel detto zen che parla di montagne? Dice: «Prima di avvicinarmi allo zen, per me le montagne erano solo montagne e i fiumi erano solo fiumi. Quando ho cominciato a praticare, le montagne non erano piú montagne e i fiumi non erano piú fiumi. Ma quando ho raggiunto la chiarezza, le montagne sono tornate montagne e i fiumi sono tornati fiumi». Credo che tu e io questa storiella la possiamo capire bene, perché quel posto è pieno dei significati che gli abbiamo dato noi. I significati stanno lí tra i campi, i boschi e le casette di pietra. Quando per me la montagna significava libertà, vedevo libertà perfino nelle mucche al pascolo! Ma la montagna in sé non ha nessun significato, è solo un mucchio di sassi su cui scorre l’acqua e cresce l’erba. Ora per me è tornata a essere quello che è.”
E Fausto imparerà a fare come gli alberi, che a differenza degli animali, "non possono cercare la felicità spostandosi altrove."
Fausto è un po' come i lupi, che obbedisce a un istinto meno comprensibile: “Un albero viveva dov’era caduto il suo seme, e per essere felice doveva arrangiarsi lí. I suoi problemi li risolveva sul posto, se ne era capace, e se non ne era capace moriva. La felicità degli erbivori invece inseguiva l’erba, a Fontana Fredda era una verità lampante: il marzo in fondovalle, il maggio nei pascoli dei mille metri, l’agosto negli alpeggi intorno ai duemila, e poi di nuovo giú per la felicità piú piccola dell’autunno, la seconda modesta fioritura. Il lupo obbediva a un istinto meno comprensibile. Santorso gli aveva raccontato che non si capiva esattamente perché si spostasse, l’origine della sua irrequietezza. Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale, e a un certo punto lasciava lí tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte. Sempre per nuovi boschi, sempre oltre il prossimo crinale, dietro all’odore di una femmina o all’ululato di un branco o a nulla di cosí evidente, portandosi via il canto di un mondo piú giovane, come scriveva Jack London.”
Collegamento tra libri: mi è piaciuto molto che nel racconto, Cognetti abbia citato "In un altro paese" di Ernest Hemingway. Mi ha fatto venire in mente uno dei racconti di Andrè Dubus: “Era allenato a recitarlo a voce alta, l’aveva usato per anni nei corsi di scrittura, e quando lo spiegava agli studenti parlava della cura, del curarsi, del condividere con gli altri le proprie ferite, dell’impossibilità di guarire del tutto e della possibilità, invece, di trovare una consolazione.”
E mi è piaciuto molto anche la metafora evocata dagli abeti e dai larici. Mi riconosco più in un larice. Se siete incuriositi dal perché, vi invito a leggere il libro.