Provo dei sentimenti contrastanti per questo libro: se da un lato lo ritrovo abbastanza superficiale – non per una colpa dell’autrice, che sicuramente ne sa di più sull’argomento, ma per colpa mia, che su Enea e l’Eneide mi aspetto sempre di sapere qualcosa di nuovo e sconosciuto ai più – dall’altro è il libro che avrei voluto scrivere io.
“La lezione di Enea”, oltre a introdurre l’Eneide anche per i neofiti, è una difesa spassionata dell’eroe della mitologia che più amo e ho amato nel corso della mia vita. Un eroe svalutato, bistrattato e mai amato come un Achille o un Odisseo, causa l’ingenerosità che gli ha serbato la letteratura successiva, specie quella romantica. Mi risulta difficile pensare che nel Medioevo fosse lui l’eroe che andava per la maggiore, forse dovuto al fatto che Virgilio era molto più popolare che adesso, e che i testi omerici erano quasi del tutto scomparsi – per poi ritornare il 9 dicembre del 1498 complice “san” Demetrio Calcondila, come lo chiamo io. “La Lezione di Enea” si articola in due filoni diversi: il primo biografico/tecnico, in cui viene illuminata la figura di Virgilio e viene messa in risalto la genialità dei suoi esametri e della sua poetica; il secondo, invece, è quello maggiormente “narrativo-descrittivo”, in cui la storia dell’eroe epico si segue sia a livello di trama che a livello di tematiche e significati nascosti (l’amore, la catabasis e nekyia, ovvero la discesa agli inferi e la consultazione dei morti, il viaggio e la guerra nel Lazio).
Enea si segue sin dal principio, con Omero, e si spiega come l’intento di Virgilio non sia stato solo propagandistico, ma anche puramente letterario, oltre che a fare chiarezza su quello che molti chiamano “copyright violato” da parte del genio mantovano. Mi fa sempre ridere l’espressione di coloro che, volendo difendere l’Iliade e l’Odissea, asseriscono che Virgilio ha “copiato” Omero. E no, perché il mito di Enea in Italia era già diffuso in epoca etrusca agli albori della fondazione di Roma, ed è stato celebrato, prima di Virgilio, da poeti arcaici: Gneo Nevio nel suo “Bellum Poenicum”, poema celebrativo della prima guerra punica, e da Ennio nei suoi “Annales”, che, prima dell’Eneide, erano il poema nazionale dello Stato romano. Si può dire che Virgilio ha usufruito di quel patrimonio collettivo e lo ha reso nel miglior modo possibile condensandolo nel suo capolavoro, l’Eneide, la cui bellezza ed eleganza sono innegabili. Sono due le parti che ho preferito: la prima, in relazione al mio discorso, è quella che descrive la bellezza degli esametri virgiliani. Ho adorato la metafora che contrappone Iliade e Odissea all’Eneide: i primi due poemi sono un concerto rock, il cui ritmo è dato dalla kunstsprache omerica, la lingua d’arte, mai parlata in nessun luogo e in nessun tempo; l’Eneide, invece, è una serata indimenticabile allietata dalla musica classica, da gustare nella raffinatezza dei versi virgiliani e del lessico utilizzato dal poeta. La seconda parte che ha avuto tutto il mio apprezzamento è quella dedicata all’amore all’interno dell’Eneide. Sembra che l’Eneide sia un poema in cui l’amore non ha spazio, e invece sprizza da tutti i pori e in mille forme diverse. L’amore passionale di Didone, raccontato nel IV libro dell’Eneide, sottolinea come la necessità alle volte si trovi sopra il desiderio, che sottostà senza pronunciarsi; l’amore degli Italici per la loro patria, che difendono a spada tratta, è ugualmente ammirevole, così come l’amore silenzioso tra Turno e Lavinia. L’amore puro di Eurialo e Niso è uno dei momenti più commoventi del poema: che i due fossero amici o amanti non ci è dato saperlo per certo, ma la filia, l’amore fraterno e forse più, che si sviluppa fra di loro è una delle forze motrici del poema, che l’ha reso indimenticabile – e qui citerei gli stessi versi di Virgilio, un Virgilio consapevole dell’impatto futuro che la vicenda dei due giovani eroi troiani avrebbe avuto: “Fortunati entrambi! Se possono qualcosa i miei versi/mai nessun giorno vi sottrarrà alla memoria del tempo/finché la casa di Enea abiti l'immobile rupe/del Campidoglio, e il padre romano abbia l'impero.” Qui faccio una sottolineatura da pignola bacchettona quale sono, dicendo che l’autrice attribuisce una frase di Niso a Eurialo “amò troppo l’infelice amico”, invertendo l’ordine delle due morti. Vabbè.
Arrivata al capolinea della questione amorosa, sono due le parti che mi hanno rapita più di tutte: quelle in cui si sottolinea l’amore di Enea per suo figlio Ascanio e in cui si evidenzia quello di Creusa, dedicandole una pagina – che la mia adorata si merita tutta. In particolare, ho amato due passaggi: il primo è quello in cui si mette in luce che Enea non può piangere non perché soffra di meno dei tragici eroi omerici, ma perché soffre di più, e lo nasconde perché ha un mondo sulle spalle, il mondo che deve lasciare a suo figlio. L’altro, invece, mi piacerebbe proporlo con le parole dell’autrice, che scrive, a proposito di Creusa: “Più di tutto, nell’Eneide Creusa vince la prova d’amore suprema: quella di lasciare andare chi si dice di amare con la stessa vita”. E non potrei che condividere, ma forse sono di parte, amando smisuratamente la sua figura.
A questo punto la domanda sorge spontanea: “cosa ti fa storcere il naso su questo libro?” e la risposta in realtà è duplice. Nei primi capitoli perlopiù, ho visto un atteggiamento un po’ egoriferito nell’introduzione del romanzo, come se l’autrice, che dichiara di non aver apprezzato l’Eneide in prima istanza, potesse omologarsi a tutti gli altri. Il secondo motivo, invece, è lo stile e il modo esplicativo adottato, facendo riferimenti continui alla cultura pop: se da un lato ciò rende il saggio “vivo” e fruibile, mai barboso, scorrevole, dall’altro risulta stancante e quasi stucchevole, come se l’Eneide fosse una barzelletta e non il magnifico capolavoro che è – e che la Marcolongo sa essere.
Mi fermo qui perché sennò divento io l’autrice del poema barzelletta e questa si aggiunge al catalogo delle recensioni-fiume che sono solita scrivere. Che dire: consiglierò sempre la lezione di Enea, soprattutto a chi all’Eneide si sta approcciando, e supporto Andrea Marcolongo nel suo intento di dare risalto a questo eroe a lungo bistrattato. Enea è stato politicizzato, nel corso dei secoli, esaltato e poi infangato, ma la Marcolongo ci pone subito in risalto ciò che è: un uomo, forse l’uomo, complesso e complicato come tutti gli uomini. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, nulla ci tornerebbe più utile che spogliarci dei panni degli sfacciati eroi omerici e vestirci di quelli di Enea, comprendendo a fondo il significato della sofferenza.