Durante l'estate del 1990 un gigantesco incendio ha divorato buona parte del litorale di Torre Languorina, terra di nessuno all'estremità più orientale di un Salento lontano da qualsiasi traiettoria turistica. Tra i resti bruciati dell'immenso falò viene rinvenuto un cadavere, che le autorità registrano subito come il responsabile del disastro: si tratta di Livio Caraglia, pompiere locale dai trascorsi ambigui. Per alcuni un eroe, per altri un estortore locale in odore di mafia. Dopo vent'anni sono i suoi figli a fare i conti con la cenere di quel passato. Rocco Caraglia, il maggiore, si sforza di rigare dritto, dopo aver scontato una lunga detenzione per l'omicidio di un finanziere mentre era alla guida di un camion che trasportava sigarette di contrabbando. Gaetano, ancora minorenne, non accetta che il fratello rispetti la legge e frequenta il suo vecchio socio, Pilurussu, con cui sogna di cambiare il proprio destino scommettendo sui combattimenti di cani. Rocco e Gaetano convivono nella decadente masseria di famiglia, accudendo la madre malata con l'aiuto di Nunzia - primo amore...
La prima cosa che posso dire di Omar Di Monopoli è questa: "Che scrittura!".
Premetto che sono di parte, in questa recensione, in primis per l'ambientazione. Il racconto è ambientato, infatti, nella mia terra, il Salento. Ho scoperto che sul litorale di Torre Languorina, era stato ambientato anche "Uomini e Cani", che però non ho letto. Ovviamente la prima cosa che mi sono chiesta è qual è il posto reale che ha ispirato Torre Languorina? Ho trovato che è Torre Colimena, https://images.app.goo.gl/Rw87fQ8vUt9..., in provincia di Taranto.(1)
La bravura di Omar Di Monopoli, già apprezzata nel 2017 con la lettura de "Nella perfida terra di Dio", sta nella scelta del linguaggio: cioè sa alternare il dialetto salentino (che amo!!!) con un linguaggio ricercato.
“Uno dei dioscuri al seguito di Precamuerti rimise piede nel cerchio di luce porgendo al suo boss la vampa tremula di un fiammifero eppoi, appizzatagli la cicca, depositò a pochi centimetri dalla sua mano, sul tavolo, una luccicante Smith & Wesson color nichel.”
Anche questo libro è un noir, che ha come protagonista ambientale un incendio che nel 1990 ha distrutto buona parte di Torre Languorina. Tra le ceneri dell'incendio, viene rinvenuto un cadavere che è anche autore del reato, Livio Caraglia. Dopo vent'anni i due figli di Livio, Rocco e Gaetano, cercheranno di ritornare tra quelle ceneri per scoprire la verità.
Omar Di Monopoli narra la bellezza di questa terra, il Salento, quello che un po' lontano dai riflettori del turismo, mettendo in risalto le ombre: “Perché questa terra di malavita è. E li cristiani fino a dieci anni fa si sparavano per strada, none a chiacchiere. La Sacra corona unita ciavevamo, noi, qua. E la teniamo ancora, per carità, chi dice il contrario? Solo che dopo che lo stato ci ha messo il pepe al culo con l’Operazione Primavera se ne stanno tutti più nascosti. Fanno meno rumore, ecco. Ma chi tiene gli occhi per vedere li sa bene, addove stanno. Mica hanno smesso di fare i cazzi loro.”
Un romanzo di denuncia, ma anche di redenzione, per una tra le più belle zone d'Italia.
Nota (1): Torre Colimena è "una lunga distesa di sabbia e scogli selvaggi, protetta da una striscia di dune che la separa da una salina argentata, una riserva protetta dove un odore pungente di zolfo sovrasta quello del mare e dove, in primavera, ancora si affaccia qualche sparuto fenicottero, rosa come certi tramonti strazianti a cui capita ancora di assistere qui."
Un piacere tornare a Torre Languorina, dove era anche ambientato Uomini e Cani, anni dopo, e ritrovarsi nel proseguo di certi avvenimenti a distanza di anni.. Adoro lo stile di Omar, che contrappone il gretto linguaggio dialettale alla sua prosa colta, qui, soprattutto nella prima metà del libro, forse un po troppo piena ed eccessiva nella sua ricerca di termini desueti e barocchi, e a differenza degli altri lavori, in questo il tutto risulta un po pesante e macchinoso, rallentando un po la narrazione.. Nella seconda parte invece spinge di più l azione e i dialoghi dialettali e tutto si invola in un escalation finale davvero ben fatta...
Il suono arriva prima della storia. 𝑼𝒏 𝒎𝒖𝒓𝒎𝒖𝒓𝒆 𝒎𝒐𝒏𝒐𝒅𝒊𝒄𝒐, 𝒄𝒐𝒏 𝒊𝒍 𝒇𝒍𝒆𝒈𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊𝒐 𝒓𝒖𝒈𝒈𝒊𝒕𝒐. Sin dal titolo suono e soggetto sono invertiti, e serve un po' di tempo per abituarsi alla prosa di Di Monopoli, un universo sonoro in cui il dialetto tarantino va a braccetto con un lessico così ricercato da risultare quasi ostico. In ogni caso prima viene il crepitare di fiamme che zittisce lo zirlare delle cicale in una torrida estate pugliese. Solo dopo, sotto il crepitìo della canicola, arrivano Rocco e Peppo. Due uomini divergenti ma in qualche modo assonanti, legati da una lunga conoscenza che in un piccolo paese del tarantino può arrivare ad assomigliare all'amicizia, a loro modo entrambi soli di fronte al martellante incalzare della malavita. Rocco ha pagato il suo pegno e riga dritto per il bene della madre e del fratello, guida la propria autobotte concedendosi soltanto il batticuore per un amore perduto; Peppo vive invece un'inattesa ed indesiderata promozione tra i ranghi del delinquere. Calleone, strade polverose, terreno ingrato e miseria: questo lo scenario di uno scontro fratricida senza tempo ma non senza luogo. L'ambientazione è infatti il terzo protagonista del libro, tra viuzze percorse da turisti mordi-e-fuggi, casermoni abbandonati, distese di ulivi e pozzi in cui inesorabili confluiscono i liquami dell'Ilva. Una lettura consigliata a chi non ama ritmi e metri della letteratura italiana contemporanea.
Brucia l’aria, ultima opera ad oggi di Omar Di Monopoli, passato a Feltrinelli nella collana Narratori. Se non è il primo libro di Omar di Monopoli che vi capita tra le mani non troverete nulla che già non vi aspettate: losche vicende ambientate in una Puglia noir e decadente, personaggi irrigiditi dall’assenza dello stato in continua lotta fra il cedere alla malavita organizzata e la strenua resistenza ai valori semplici, roghi dolosi, combattimenti clandestini tra cani, faide familiari che risalgono gli alberi genealogici, vite spezzate da abusi e gioco d’azzardo, e tutto il panorama del degrado umano che l’autore indaga per missione. La lingua si esprime di nuovo con quel misto inconfondibile e iperbarocco di arcaismi, dialetto regionale parzialmente modificato, periodi a tratti complessi da districare (soprattutto nella parte iniziale, un approccio parecchio brusco che richiede al lettore uno sforzo per abituarsi al clima). Purtroppo i personaggi non sono ben definiti e memorabili come in opere precedenti e i capitoli con voci alternative al narratore principale sono poco funzionali all’unità del romanzo, rompono un ritmo che non c’era alcun bisogno di rompere. Nonostante ciò, la struttura è solida e ben calibrata, le pagine finali non sorprendono per originalità ma chiudono tutti i cerchi aperti con la maestria di chi, è innegabile, sa come si scrive. Continuerò a leggere le future opere di Omar di Monopoli, il piacere di affrontare la sua scrittura nobile e iperrealista rimane una goduria irrinunciabile, ma vorrei davvero che l’autore si cimentasse con altro per non rimanere imbrigliato troppo a lungo in un genere interessante ma che non ha forse più molto altro da dire. Uscire dalla comfort zone potrebbe riservargli e riservarci straordinarie soprese.
Ho letto tutto di Omar e adoro quel suo stile barocco-pugliese che ti schianta direttamente nelle sue storie. Qui ritroviamo vecchi "amici" e vecchi "cani" ed è sempre un grandissimo piacere. Però... questa volta devo ammettere che la prima parte mi ha parecchio annoiato e ha fatto fatica a decollare. Sembrava più che Omar avesse voglia di fare una prova di stile più che raccontare una storia delle sue. Però... alla fine se si resiste ne vale la pena, come sempre. Le ultime 80 pagine rompono i c*li e non ce n'è per nessuno. Seppur non il suo migliore, rimane comunque un ottimo romanzo.
Avevo letto il suo romanzo di esordio vincitore del premio Edoardo Kilgren e anche il secondo, entrambi mi erano piaciuti molto. A distanza di tempo ho letto questo e confermo il mio giudizio positivo a dispetto di un eccessivo ricorso a termini arcaici ricercati o metaforici, almeno nella parte iniziale del romanzo. Un noir del nostro Sud che ti appassiona. Non di facile lettura.
L'incredibile padronanza del linguaggio dell'autore ha prodotto un libro molto accurato che mostra l'anima malavitosa e nera della Puglia, ma dallo stile esageratamente e fastidiosamente barocco.
PS rimanendo nella stessa ambientazione, Germano Hell Greco è un altro autore degno di nota che ha saputo raccontare una Puglia rurale e oscura coi suoi folk horror.
La prima volta con questo autore, nonostante le molte difficoltà legate all’uso del dialetto non tradotte, ahimè, dall’editore, la storia coinvolge ed appassiona.