Imbattendomi quasi per caso nel nome di Danilo Kis, sono stati principalmente due i motivi che mi hanno spinto ad approfondire la sua conoscenza: l'accostamento a Borges e la sua terra natale, la Voivodina, una terra di confine tra Serbia, Ungheria, Romania, Croazia e Bosnia, un crocevia di popoli che ho visitato un paio di anni fa scoprendone il lato più fiero, genuino e schietto dei suoi abitanti.
Ho iniziato a leggere Kis con questa incantevole e magnetica raccolta di racconti. Come suggerisce il titolo, al centro delle narrazioni è l'ossessione dell'uomo per la morte, una condizione tragica che da sempre si cerca di scandagliare, un destino ineluttabile il cui mistero si vuole penetrare. Secondo l'autore, “tutti i racconti di questo libro nascono, in misura maggiore o minore, sotto il segno di un tema che chiamerei metafisico; a partire dall'epopea di Gilgamesh, la questione della morte è uno dei temi ossessivi della letteratura”.
Come è stato per la lettura di Borges, di Kis colpiscono la prosa lirica e raffinata, lo stile elegantissimo e poetico, la fantasia visionaria e la cultura sconfinata. Andando ad attingere alle più disparate fonti della sapienza umana di ogni tempo e luogo, Kis riesce a contestualizzare ed attualizzare storie antiche, miti e leggende, episodi tratti dalla Bibbia e dal Corano, ma anche ricostruzioni di falsi storici più recenti, come i famigerati Protocolli dei Savi di Sion, e memorie degli ultimi, dei reietti e dei dimenticati, come prostitute di città portuali, uomini comuni o piccoli eroi che operano dietro le quinte della Storia. Accanto al tema della morte, dunque, c'è il tema della vita, dell'amore carnale e di quello platonico (in un racconto c'è anche un chiaro rimando al Cantico dei Cantici), della memoria e dell'oblio, della Storia e delle storie, del vero e del falso, della realtà e della finzione, del sogno e dell'apparenza, dell'illusione, della menzogna e dell'inganno, della magia e del mistero, del dogma e dell'eresia, del superamento di Dio e dell'eterna lotta tra Bene e Male.
Quasi tutti i racconti contenuti in questa raccolta lasciano il segno in modo indelebile: anche se Kis in alcuni casi si limita a riscrivere ciò che è già accaduto, ciò che è già stato scritto da altri in passato, la dimensione intima e il taglio moderno sortiscono un effetto unico, originale e memorabile. Di seguito, scriverò brevemente dei racconti che mi hanno colpito maggiormente.
In “Simon Mago” viene rivisitata la figura carismatica, molto simile a quella di un secondo Zarathustra, del Mago Simone, con la sua dottrina gnostica, contestata ed osteggiata dagli Apostoli e dai seguaci di Gesù Cristo. In uno dei suoi bellissimi e suggestivi discorsi al popolo di Samaria, Simone inveisce contro gli Apostoli: “Essi mentono a ogni piè sospinto e, presi in questo enorme groviglio di menzogne, non sanno più nemmeno loro di mentire. Dove tutti mentono, nessuno mente. Dove tutto è menzogna, nulla è menzogna”. Si potrebbe leggere il discorso di Simone contro i cristiani anche in chiave politica, rapportando l'invettiva al regime totalitario di stampo sovietico che ai tempi di Kis affliggeva l'Europa dell'Est.
In “Onoranze funebri” vengono invece descritti i seguaci, ben più carnali, della più amata prostituta del porto di Amburgo: la sua morte scuote a tal punto le loro coscienze che, durante le onoranze funebri, inizia una rivoluzione popolare e proletaria.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, “L'Enciclopedia dei morti”, la voce narrante descrive la riscoperta della vita del padre scomparso, durante un viaggio a Stoccolma, all'interno di una enorme biblioteca labirintica, l'Enciclopedia dei morti per l'appunto, che ospita un numero infinito di volumi, ciascuno dedicato a una persona che apparentemente non ha lasciato traccia della sua presenza nella Storia.
“La leggenda dei dormienti” è invece la riscrittura della leggenda, condivisa da cristiani e islamici, dei Sette Dormienti di Efeso, dal punto di vista di uno dei dormienti.
Ne “La storia del Maestro e del discepolo” viene narrata, quasi in forma di cronaca, il tentativo da parte di un allievo di distruggere, dopo aver da lui imparato l'arte della retorica, le tesi del suo antico maestro, arrivando persino ad utilizzare gli strumenti della calunnia e dell'intrigo. Una storia non priva di una certa allegoria.
“È glorioso morire per la patria” è invece la libera stesura di una leggenda orale moderna, in cui si narra che il capo di una rivolta contro l'Impero Asburgico viene giustiziato: il caduto per la patria diventa eroe del proprio popolo, la lotta contro l'oppressore, anche se vana, lo glorifica e lo riscatta. I dominatori soffocano la rivolta e cancellano il suo nome dalla Storia per impedire la nascita di una leggenda. Ma nulla può la damnatio memoriae contro la memoria degli oppressi: “I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte”.
Ne “Il libro dei re e degli sciocchi” vi è la ricostruzione dettagliata, che mescola il saggio storico alla finzione letteraria, a causa di “quel bisogno barocco dell'intelligenza che la spinge a colmare i vuoti” (per dirla con Cortazar), della nascita dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, una storia “fantastica fino all'inverosimile” eppure terribilmente vera, una esemplare parabola del male, un falso documento che ha esercitato pessime influenze sui lettori successivi, avvelenati dal fanatismo e macchiatisi di follia, infamia e malvagità, con tutte le ben note e tragiche conseguenze di dolore, morte e distruzione, fino alla vicenda dell'infelice Kurt Gerstein, che decide di sconfiggere i nazisti infiltrandosi a tal punto dal venire scambiato per uno di loro. Nel racconto, Kis si prende la libertà autoriale di rinominare i Protocolli come “Congiura”, ma il riferimento alla realtà storica è evidente. A proposito del racconto, commenta Kis nel Post Scriptum: “Il mio intento era di mettere in dubbio, con un esempio storicamente verificato, l'idea generalmente accettata che i libri sono sempre e unicamente al servizio del bene. I libri sacri, invece, così come le opere canonizzate dei maestri del pensiero, sono la fonte sia della morale che dell'empietà, sia della grazia che del crimine. I molti libri non sono pericolosi. Pericoloso è un libro solo”.
Questi racconti sono costellati da figure controverse e ambigue, come eretici, maghi e falsi profeti, da storie d'amore, di padri e di figli, di maestri e di discepoli, di eroi e di cospiratori, da biblioteche che sono labirinti, da libri immaginari che raccolgono tutto ciò che può essere dimenticato, come fossero parte di un'enciclopedia dei fatti, dei luoghi e delle persone che non rientrano in alcuna altra enciclopedia, da storie tramandate oralmente che subiscono l'influsso del tempo, fragili come la vita umana, che possono essere cancellate da un momento all'altro, che possono far perdere le proprie tracce.
Il passaggio dall'allegorico al realistico, dal fantastico al documentato, è breve; il confine tra queste due sfere che si influenzano reciprocamente è labile. Fatti e cronache si mescolano all'immaginazione, verità alla finzione. Separare queste due dimensioni è impresa difficile, non confonderle è arduo. Dopo aver scritto il racconto “L'Enciclopedia dei morti”, Kis scopre che “dentro una montagna di granito delle Montagne Rocciose, a est di Salt Lake City, capitale dello Stato dello Utah, si trova uno dei più straordinari archivi degli Stati Uniti d'America. Quattro gallerie scavate nella roccia portano ad alcune sale sotterranee, collegate tra loro da corridoi labirintici, nelle quali è sistemato l'archivio […]. In esso si conservano i nomi di diciotto miliardi di persone, vive e defunte […]. I nomi riportati in questo incredibile archivio sono stati raccolti in tutto il mondo, trascrivendo con cura tutti i registri possibili, e il lavoro continua regolarmente. Lo scopo finale di questa impresa gigantesca è di catalogare l'intero genere umano, sia la parte vivente sia quella già passata nell'aldilà”.