"Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova."
Un vetusto adagio che racchiude in sé quel senso di sicurezza scaturito dalle nostre radici, quella nostalgia per le tradizioni che sono parte integrante della nostra vita, solide e sicure strutture a cui aggrapparsi in una realtà mutevole e spesso frastornante. È quell'accoglienza familiare, un po' refrattaria al cambiamento, che, pur essendo una costante fissa nel tempo, non cessa di rappresentare uno stabile punto d'approdo, un angolo sereno e tranquillo in cui, a volte, è piacevole rifugiarsi, perdersi.
Questo non vale unicamente nella realtà quotidiana, ma anche nel campo della letteratura: ognuno ha quei libri a cui, per quanto tempo passi e per quanto si riempiano i propri scaffali, è indispensabile tornare costantemente. Sono i libri della memoria, che sono un po' la nostra casa, stelle polari in un mare agitato di storie e personaggi. Quegli intrecci che si conoscono a memoria ma che sono straordinari proprio per la loro eternità, in quanto possiedono il fascino dell'immutabilità.
Ecco, se si traslassero queste considerazioni nell'ambito del giallo classico, il topos tradizionale che rappresenta una sorta di rifugio per gli appassionati, fonte di piacere e di familiarità, sarebbe certamente la situazione nota come "closed circle mystery", ossia il delitto in una ristretta cerchia di sospetti.
Il "closed circle mystery" è uno dei temi più ricorrenti e cari del mystery deduttivo, in cui solo un limitato numero di personaggi può essere sospettato del crimine. Questo contesto è spesso ottenuto ricorrendo a situazioni di convivialità o raduno, come per esempio in riunioni di famiglia nelle ville di campagna ("Il Natale di Poirot" di Agatha Christie), ambientando la vicenda in luoghi distanti dalla civilizzazione (un'isola in "Dieci piccoli indiani"), o usando cataclismi naturali che costringono all'isolamento spaziale (l'alluvione in "Goodnight Irene" di James Scott Byrnside). Una dinamica del genere offre molteplici possibilità e vantaggi, ragion per cui è stata sfruttata frequentemente dai più grandi giallisti: difatti lo spazio delimitato in cui agiscono un ristretto numero di personalità circoscrive le azioni e le figure, consentendo di soffermarsi maggiormente sull'approfondimento dei personaggi e delle loro interazioni, e creando un'affascinante atmosfera giocata sul contrasto lampante tra il calore dell'ambiente raccolto e la freddezza, spesso tagliente, dei sentimenti. In un clima di apparente tranquillità, turbata com'è dai consueti attriti scaturiti da scontri di diversi caratteri, costretti a confrontarsi dalle circostanze, il delitto crea un'eco maggiore. E la strada verso il crimine è allettante quando antichi rancori devono essere sopiti per etichetta, sobillando di più, sempre di più, quegli istinti ferini e brutali propri dell'essere umano... "Noblesse oblige", ma fino ad un certo punto.
Oltre a questi intenti evocativi, il circolo ristretto viene spesso associato ad ambienti sociali altolocati per istituire un interessante scorcio morale di questi ceti, in cui prioritaria è l'apparenza di benessere e potenza. L'omicidio, in tali frangenti, rappresenta lo squarcio del velo di ipocrisia nel mondo degli agi, lasciando trapelare dietro fantomatiche ed eccelse figure i più comuni vizi e passioni umani. Un'impostazione del genere dunque racchiude in sé molte interessanti sfaccettature: giovialità, unione e calore, ma anche tensione, screzi e claustrofobia. Si tratta dunque di letture perfette per il clima invernale, da effettuare rigorosamente dinanzi al tepore del focolare, che ci confortano con la sicurezza della loro familiare struttura e, allo stesso tempo, ci stupiscono con situazioni sempre diverse ma accomunate da un clima tanto intimo da non risultare ai lettori lontane ed asfittiche.
Questo espediente, insomma, è molto tradizionale ma, paradossalmente, rappresenta una carta vincente per qualsiasi giallista che voglia costruire trame classiche in un'ambientazione contemporanea, in quanto l'isolamento dal mondo esterno consente di estromettere alcuni elementi che, al giorno d'oggi, intaccherebbero il realismo di un mystery deduttivo, tutto basato sui processi logici messi in atto dell'investigatore per giungere alla verità, quali le analisi scientifiche e le moderne tecniche di rivelazione di tracce biologiche, attraverso cui il crimine verrebbe liquidato in poche battute e in maniera poco entusiasmante.
Tale operazione è stata effettuata, con un ottimo risultato, da uno dei più promettenti scrittori di gialli dell'odierno panorama italiano, Diego Pitea, con il suo romanzo "La stanza delle illusioni" (2021).
"La stanza delle illusioni" è un romanzo giallo dall'anima classicheggiante, eco nostalgica della Golden Age del mystery, narrato però con il piglio frizzante e introspettivo della scrittura moderna. In controtendenza rispetto alla preponderante produzione recente di thriller e noir, Pitea effettua un deciso cambio di rotta dalla sua opera d'esordio, l'avvincente e disturbante "L'ultimo rintocco", ideando una trama più tradizionale e più solida, ricca di nostalgici rimandi e richiami ai più svariati capolavori della narrativa gialla, e caratterizzata da un ritmo più disteso e rilassato, risultando nel contempo conturbante e intrigante.
La trama prende l'avvio un giovedì mattina con Richard Dale, psicologo affetto da sindrome di Asperger nonché occasionale consulente esterno dell'Unità Analisi Crimini Violenti di Roma, che riceve una telefonata nel suo studio: si tratta di una vecchia conoscenza, Fabrizio Degano, il quale, piuttosto freddamente, lo informa che sarebbe arrivato di lì a poco nel suo appartamento Roberto Calli, avvocato penalista noto per la sua condotta spesso ai confini della legalità, per affidargli un incarico piuttosto delicato. Essendo alla ricerca di un buon investigatore, Fabrizio gli aveva dato il suo indirizzo. La chiamata s'interrompe bruscamente e Richard ha appena iniziato a riflettere sulla situazione quando alla porta d'ingresso si presenta l'allampanata figura di Calli. L'avvocato, senza troppi indugi, racconta al protagonista che il suo assistito, il ricchissimo finanziere Cesare Borghi, ha ricevuto recentemente molte lettere minatorie. Temendo per la sua vita, ha deciso di contattare un investigatore perché riuscisse a capire chi vi si celasse dietro. Uno sguardo alle lettere è sufficiente a far capire a Richard che vi è qualcosa di strano nella faccenda: mentre le minacce sono composte, come da prassi, con ritagli di giornale, gli indirizzi sulle buste sono scritti a mano, con una grafia tremolante, simile a quella di un bambino. Per quale motivo? E perché di tutti gli investigatori privati che Borghi avrebbe potuto permettersi ha voluto rivolgersi proprio a lui? La curiosità tuttavia prevale sui suoi numerosi dubbi e, dopo molti ripensamenti, accetta la proposta dell'uomo di partire l'indomani per recarsi sulle Dolomiti, dove Borghi possiede una lussuosa villa. Così, giunto in aereo in Trentino, assieme all'inseparabile (e gelosissima) moglie Monica, è atteso dal segretario del cliente, Maurizio Severo, il quale li conduce con la sua berlina nella villa del suo capo.
La vasta dimora si trova in un luogo molto isolato, interamente circondata dalle montagne, e da distese interminabili di conifere, tranne che per uno stretto passaggio. Il senso di solitudine è acuito ancor di più dai leggeri fiocchi di neve che cominciano a cadere e che creano un silenzio irreale e a tratti grottesco.
Varcate le soglie del fastoso edificio, Richard Dale inizia a studiare il gruppo eterogeneo di persone lì riunite: oltre a Borghi, che gli appare ancor più corrotto di quanto avesse immaginato, vi sono sua moglie Beatrice, una taciturna e inquieta donna sudamericana, Vanessa Montanari, tipica "femme fatale" e terzo vertice di un triangolo amoroso non troppo segreto, Gerardo Crescenti, sottomesso socio in affari del padrone di casa, il dottor Robaldi, medico personale di Borghi con il pallino per la ricerca sulle piante, ragion per cui ha allestito una sontuosa serra sul retro della casa, e il silenzioso e incolore maggiordomo Ruggero. L'ambiente, per quanto risulti opulento, essendo costruito con i materiali migliori e più costosi, si presenta dissonante, caotico, a tratti fittizio. Emblema di ciò è lo studio di Borghi, che lui stesso chiama la "stanza delle illusioni", dove, sebbene ci siano quadri illustri di Modigliani e di Campigli e mobili di gran lusso, prevale non l'idea di raffinatezza, ma di potere. Ogni oggetto è posseduto non per la sua anima artistica, ma per il suo valore economico. Si spiega allora così il soprannome della camera, che pullula di finzioni materiali, di una ricchezza in realtà effimera. In questa atmosfera pregna di artificiosità e di tensione, resa ancor più strana dalle molte incognite che presenta la richiesta, peraltro ambigua, di Borghi, Richard non deve far altro che ascoltare e studiare le varie personalità. In tal modo viene alla scoperta di relazioni impensate, come quella tra Beatrice e Maurizio, di odi feroci, di rancori mai sopiti. Nel frattempo la neve distende il suo uniforme velo e blocca l'unica via di comunicazione con il mondo esterno. Se si pensasse che tutto ciò preluda ad un soggiorno calmo e monotono, si sarebbe in errore, in quanto cominciano ad avvenire dei fatti molto strani: qualcuno si aggira nella villa, in piena notte, con una scala e si sentono talvolta dei passi furtivi nei corridoi. Richard non dovrà attendere molto prima di capire che in quella comitiva c'è qualcuno molto pericoloso: il giorno successivo, dopo pranzo, mentre Borghi esce dalla sala assieme a Crescenti, il pesante lampadario di ferro dell'atrio cade improvvisamente su di loro. Per fortuna i riflessi di Crescenti evitano un finale ben peggiore e i due ne escono un po' contusi ma illesi. Richard, controllando le funi che sorreggevano il lampadario, scopre che sono state recise di netto. Non si è trattato dunque di un incidente: è stato un tentativo di omicidio. Ma come ha fatto il colpevole a farlo cascare senza che nessuno se ne accorgesse? E perché alcune persone, subito dopo il fatto, si trovavano in luoghi diversi da quelli supposti? Molti sono gli interrogativi, ma il tempo stringe, poichè nessuno può fermare dal compiere un secondo tentativo chi nel cuore ha il delitto. E forse, anzi, sicuramente sarà troppo tardi per impedirlo. Nel pomeriggio dello stesso giorno infatti, Robaldi si reca nello studio di Borghi per somministrargli la solita cura, ma la porta è chiusa a chiave dall'interno e l'uomo non risponde alle sue chiamate. Temendo che potesse essersi sentito male, con l'aiuto del maggiordomo, abbatte la porta e si trova dinanzi ad uno spettacolo agghiacciante: Borghi è steso a terra, assassinato con uno dei suoi cimeli, il cosiddetto "Serpente Piumato", un pugnale di origine Maya utilizzato anticamente dai sacerdoti per i sacrifici umani. Il crimine assume dunque dei toni foschi, macabri, esoterici. Perché di crimine certamente si tratta: un uomo come Borghi non si sarebbe mai suicidato. Tuttavia come ha fatto l'assassino a compiere il delitto dal momento che ogni ingresso era chiuso dall'interno? Piombato all'improvviso in una situazione che pare fuoriuscita direttamente da un giallo classico, Richard dovrà districarsi tra indizi contraddittori, indovinelli vari e figure imperscrutabili e sfocate per arrivare alla verità. Non prima però di aver dissipato la lunga serie di mistificazioni messe in atto da un diabolico assassino. Un assassino mai sazio di vittime, pur di preservare intatta la tela ottenebrante delle illusioni da lui allestite.
Leggendo "La stanza delle illusioni" si ha la sensazione impalpabile di un passato che rivive nel presente, in cui consolidate tradizioni letterarie si fondono inscindibilmente con uno stile narrativo contemporaneo. È dunque un romanzo animato da echi lontani, che affondano le radici nella Golden Age del giallo e che, tuttavia, continuano ancora a diffondersi e a propagarsi attraverso strumenti nuovi, tecniche più moderne e introspettive. Pitea dimostra che far convivere elementi classici e tratti innovativi è un'impresa ardua, ma non irrealizzabile, che l'originalità non risiede nell'innovazione assoluta, ma nella variazione di schemi prestigiosi da cui non si può non attingere, memore di una storia precedente illustre e molto variegata. Professarsi innovatori del genere, dopo una lunghissima serie di esperienze narrative alle spalle, sarebbe da superbi; tornare alle radici della narrativa gialla, riprenderne i motivi ricorrenti e conferir loro una nuova linfa, come fa Pitea, è invece l'unica strada da percorrere per riattualizzare in modo nuovo un filone letterario, dimostrando come esso sia lungi dall'essere un'esperienza conclusa, ormai stantia e ripetitiva.
Tra gli aspetti tradizionali del romanzo, si può annoverare certamente l'impianto strutturale, che ricalca a grandi linee quello dei più grandi capolavori del genere, in particolare "Il Natale di Poirot" di Agatha Christie, di cui riprende persino la suddivisione temporale in giorni delle varie parti dell'intreccio. Infatti, come è norma nel mystery deduttivo della Golden Age, il libro si apre con una lunga sezione introduttiva, che ha la duplice funzione di costruire un'atmosfera tesa e densa di pericolo prima di giungere al climax narrativo rappresentato dal delitto centrale, e di delineare esaustivamente le varie figure coinvolte, le loro personalità e i legami spesso burrascosi che intercorrono tra di essi, non risultando però nel contempo statica e monotona grazie alla presenza di enigmi secondari che contribuiscono a tenere costantemente elevato l'interesse del lettore; segue poi l'omicidio, con le relative indagini non ufficiose da parte del detective Richard Dale, con interrogatori, osservazione dei vari indizi presenti sulla scena del crimine e la presenza di eventi più dinamici, dal tocco quasi thriller, quali inseguimenti e appostamenti, utili a dinamizzare il ritmo altrimenti più riposato; dulcis in fundo, vi è un finale che, seppur classicissimo, riesce a risultare originale, in quanto in esso si combinano due motivi ricorrenti nei gialli del secolo scorso, relativi a due diverse scuole di pensiero, ossia, da una parte la riunione finale con tutti i sospettati e il disvelamento della verità, di chiara ispirazione christiana, e dall'altro la cattura del colpevole dopo vari colpi di scena e scene dal forte impatto emotivo, tipica dei romanzi di John Dickson Carr. Dunque, già nella struttura si può notare l'intervento dell'autore nel riprendere canoni noti, vertendoli a proprio vantaggio e incastrandoli in maniera diversa per creare una mutazione piacevole, ma non snaturante, all'interno dei confini della stessa tradizione.
Altro elemento che salda l'opera ai classici mystery britannici è costituito dall'ambientazione, una sontuosa villa situata in una località isolata da un'estesa coltre di neve, all'interno della quale avvengono tutte le vicende principali. È il canonico tema conosciuto come "closed-circle murder", il delitto che avviene in un ambiente circoscritto in cui si muovono un numero limitato di personaggi, che consente sia di creare un clima più racchiuso, utile per alcune dinamiche, sia di approfondire meglio la psicologia delle varie "dramatis personae".
Ne "La stanza delle illusioni", la villa sulle Dolomiti offre uno scenario ristretto e suggestivo che, grazie alla presenza di figure losche, ambigue e di evidenti attriti all'interno del circolo di invitati, concorre a restringere ancor di più gli spazi, imprimendo alla trama una sensazione via via crescente di claustrofobia, di soffocamento. In questa ristrettezza spaziale, i più piccoli incidenti, le più sottili stranezze, le impercettibili idiosincrasie assumono proporzioni esagerate, destano e sobillano le pulsioni più ferine, più istintive. Queste vibrazioni che impregnano e contaminano le pagine rendono palpabile il pericolo, la percezione di oscuri piani e del male che si annida dietro una facciata di indifferenza e perbenismo, accrescendo la tensione. Un clima dunque avvelenato da sotterranee correnti di odio, di vendetta e di paura, che rammentano molto situazioni come quella costruita da Christie nel suo capolavoro "Il Natale di Poirot", giocato tutto sull'ipocrisia familiare, o come quella delineata da Queen nel grandioso "La tragedia di Y", pervasa da un odio endemico e fatale.
L'isolamento nella villa è acuito inoltre da un altro fattore molto presente in tali contesti nel giallo, da "L'orlo dell'abisso" di Talbot a "Assassinio sull'Orient-Express" di Christie: la neve. Oltre ad essere il pretesto necessario per istituire la situazione di confinamento forzato, la neve assume un valore evocativo, in quanto crea un'atmosfera particolare, irreale, dove ogni rumore diviene ovattato, si smorza in un silenzio profondo e inquietante. Il bianco manto che circonda la scena, inoltre, crea un contrasto simbolico molto icastico tra la purezza spessk associata al suo candore e i torbidi delle vicende che si verificano nella dimora di Borghi. Nel gruppo di sospetti, infatti, molti nascondono segreti oscuri e macchie indelebili sulla loro coscienza.