Questo testo vuole essere una riflessione a briglie sciolte sulla libertà, un racconto scritto attraverso l'uso di concetti astratti, la storia di un'avventura e di un confronto con rischi di ogni tipo. È una storia che bisogna scrivere affinché venga riscritta.
“Riflettere sulla libertà non è prerogativa umana al di fuori della storia, o istanza politica universale esente da contraddizioni. La libertà è atto di liberazione, di separazione e conflitto”.
Inizia così Libertà: casa, prigione, esilio, il mondo di Yassin al-Haj Saleh (@terra_somnia_editore).
Il testo non è che un saggio di circa 90 pagine composto da “riflessioni a briglia sciolta”, leggibile dall'inizio alla fine o sfogliandone le pagine e gustandone il contenuto, così denso da poter essere assaporato passando di riflessione in riflessione.
Intellettuale comunista, prigioniero politico per 16 anni durante il governo di Hafez al-Assad ed ora costretto a vivere a Berlino, Yassin al-Haj Saleh è da molti considerato “la coscienza della Siria”. Qui affronta, da una prospettiva radicale, temi di fondamentale importanza come il concetto di luogo, il duplice significato del cambiamento, il tempo, la guerra, la società, la religione, il pensiero, l’esilio, l’essere umano, la rivoluzione, la dignità e infine, l’utopia.
Tutto, in questo saggio, gira attorno alla libertà, nostra e altrui, intesa come atto più trasformativo che migratorio, più urbano che nomade perché in grado di trasformare il tempo, il luogo, l’io, la società e il mondo. Perché, alla fine, “la libertà è uscire da sé stessi”.
Sta a tutte e tutti noi scegliere come liberarci e liberare la nostra mente, operando un distinguo tra una libertà colonialista, in cui l'io si espande a discapito degli altri, in base alle leggi di una casa/patria che deve necessariamente rimanere chiusa agli altri, e una società basata sulla libertà e l'accoglienza. Per Saleh il mondo attuale può liberarsi e trasformarsi solo attraverso politiche solidali che abbattano le barriere di classe, nazionalità e religione e che permettano di emanciparci dal consueto. Perché, in fondo, tutti gli Stati sono prigioni.
“Il nostro pensiero non diventa libero quando lo usiamo per predicare la libertà, ma piuttosto quando pensiamo liberamente e continuiamo a lavorare per espandere i limiti del nostro stesso pensiero, quando consentiamo agli altri di pensare per sé stessi, quando riconosciamo i nostri limiti e li superiamo".